Veto a Fitto: l’ultimo errore di chi si credeva il migliore

Tra le tante mosse sbagliate che la sinistra (in Italia e in Europa) ha fatto sul veto a Raffaele Fitto ce n’è una che spicca, più di altre: la morale a targhe alterne che nuoce non solo elettoralmente a quella parte politica (che perde nelle urne), ma anche da un punto di vista della sostanza politica.

Riavvolgendo il nastro indietro fino all’ultimo decennio, il Pd si è sempre dichiarato il partito del sistema, quello che ha tenuto la barra dritta (pur non avendo vinto le elezioni) mentre proliferavano i governi tecnici.

Quello che avrebbe salvaguardato la continuità europea dell’Italia. Quello che avrebbe tenuto i conti in ordine. Quello che avrebbe impedito la catastrofe. Quello che avrebbe manifestato responsabilità e buon senso.

Oggi si scopre che il veto ad un professionista serio (da tutti riconosciuto come tale) come Fitto è figlio semplicemente di un bieco calcolo politico, dato da chi ha compreso che non ha più alcun margine di manovra perché (finalmente) in Italia c’è un governo eletto, frutto della volontà popolare e non passibile di manovre di palazzo.

Dunque il Pd, pur di arrecare un danno alla maggioranza, ne fa uno ben più grosso all’immagine dell’Italia, mettendo i bastoni fra le ruote al ministro di Fratelli d’Italia.

Come minimo, finanche dopo la convocazione al Quirinale di Fitto da parte di Mattarella, il Pd dovrebbe maturare e mettere da parte le speculazioni per assumere un atteggiamento da adulto e, come fatto in passato per gli altri candidati, non mettere veti su Fitto.

Inoltre dovrebbe fare una moral suasion verso Verdi e il gruppo S&D per abbassare i toni, dal momento che non è pensabile uno stallo in Ue, visti i dossier difficili che vanno affrontati con rapidità e con un governo stabile. Dovrebbe, se fosse un partito responsabile e credibile. Cosa che non è stata fino a questo momento.

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