UE, CIO’ CHE NON FUNZIONA SI CAMBIA. LE PAROLE DI MELONI ALLA CAMERA

Grazie Presidente, Onorevoli colleghi,

il Consiglio Europeo del 18 e 19 dicembre ha in agenda diversi temi di estrema rilevanza per l’Italia e l’Europa, ma ad occupare un ruolo di primo piano nella discussione sarà, ancora una volta, la guerra di invasione Russa all’ Ucraina.

Come sapete, nella serata di lunedì ho partecipato al vertice di Berlino, insieme al Presidente Zelensky, a diversi colleghi europei, e ai negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner, in un clima costruttivo e unitario che vale la pena di sottolineare.

Ne è scaturita una dichiarazione finale dei leader europei che riprende tutte le priorità che l’Italia ha sostenuto in questi mesi difficili, e che ho ribadito anche martedì scorso accogliendo a Roma il Presidente Zelensky.

Il cammino verso la pace, dal nostro punto di vista, non può prescindere da quattro fattori fondamentali: lo stretto legame tra Europa e Stati Uniti, che non sono competitor in questa vicenda, atteso che condividono lo stesso obiettivo, ma hanno sicuramente angoli di visuale non sovrapponibili, dati soprattutto dalla loro differente posizione geografica. Il rafforzamento della posizione negoziale ucraina, che si ottiene soprattutto mantenendo chiaro che non intendiamo abbandonare l’Ucraina al suo destino nella fase più delicata degli ultimi anni. La tutela degli interessi dell’Europa, che per il sostegno garantito dall’inizio del conflitto, e per i rischi che correrebbe se la Russia ne uscisse rafforzata, non possono essere ignorati e il mantenimento della pressione sulla Russia, ovvero la nostra capacità di costruire deterrenza, di rendere cioè la guerra non vantaggiosa per Mosca.

Come sta, nei fatti, accadendo, perché, oltre la cortina fumogena della propaganda russa, la realtà sul campo è che Mosca si è impantanata in una durissima guerra di posizione, tanto che, dalla fine del 2022 ad oggi, è riuscita a conquistare appena l’1,45% del territorio ucraino, peraltro a costo di enormi sacrifici in termini di uomini e mezzi. È questa difficoltà l’unica cosa che può costringere Mosca a un accordo, ed è una difficoltà che, lo voglio ricordare, è stata garantita dal coraggio degli ucraini e dal sostegno occidentale alla nazione aggredita.

Come sapete, il processo negoziale è in una fase in cui si sta consolidando un pacchetto che si sviluppa su tre binari paralleli: un piano di pace, un impegno internazionale per garantire all’Ucraina solide e credibili garanzie di sicurezza, e intese sulla futura ricostruzione della Nazione aggredita.

È chiaramente una trattativa estremamente complessa, che per arrivare a compimento non può, però, prescindere dalla volontà della Russia di contribuire al percorso negoziale in maniera equa, credibile e costruttiva. Purtroppo, ad oggi, tutto sembra raccontare che questa volontà non sia ancora maturata. Lo dimostrano i continui bombardamenti su città e infrastrutture ucraini, nonché sulla popolazione inerme, e lo confermano le pretese irragionevoli che Mosca sta veicolando ai suoi interlocutori. La principale delle quali riguarda la porzione di Donbass non conquistata dai russi.

A differenza di quanto narrato dalla propaganda, il principale ostacolo a un accordo di pace è l’incapacità della Russia di conquistare le quattro regioni ucraine che ha unilateralmente dichiarato come annesse già alla fine del 2022, addirittura inserendole nella costituzione russa come parte integrante del proprio territorio. Questo azzardo ha portato al paradosso che territori formalmente inseriti nella costituzione della Federazione russa siano oggi sotto controllo ucraino. Da qui la richiesta russa che l’Ucraina si ritiri quantomeno dall’intero Donbass.

È chiaramente questo, oggi, lo scoglio più difficile da superare nella trattativa, e penso che tutti dovremmo riconoscere la buona fede del presidente ucraino, che è arrivato a proporre un referendum per dirimere questa controversia, proposta, però, respinta dalla Russia. In ogni caso, sul tema dei territori, ogni decisione dovrà essere presa tra le parti e nessuno può imporre da fuori la sua volontà.

Per quello che concerne l’altro elemento dirimente della trattativa, ovvero le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, come strumento per scongiurare guerre future, sono tre gli elementi dei quali si sta discutendo. La garanzia di un solido esercito ucraino; l’ipotesi di dispiegamento di una forza multinazionale, in Ucraina, per la rigenerazione delle forze armate, guidata dalla cosiddetta coalizione dei volenterosi, ma con partecipazione volontaria di ciascun paese (e approfitto per ribadire che l’Italia non intende inviare soldati in Ucraina); e garanzie da parte degli alleati internazionali – a partire dagli Stati Uniti – sul modello dell’articolo 5 del patto atlantico, opzione che tutti ricordate essere stata proposta proprio dall’Italia, a dimostrazione del contributo fattivo della nostra Nazione all’obiettivo di una pace giusta e duratura.

Il tema delle garanzie di sicurezza è, certamente, quello sul quale si sono registrati i maggiori passi in avanti durante il vertice di Berlino.

Insieme a numerosi partner, a partire da quelli G7 ed europei, l’Italia resta impegnata anche a mantenere la pressione economica sulla Russia, con l’obiettivo di limitare le risorse che alimentano la sua macchina bellica.

Riteniamo che qualunque strumento – di sostegno a Kiev o di pressione su Mosca – debba sempre rispettare i nostri valori, principi e le regole su cui poggia lo Stato di diritto. Questo vale sicuramente per le prospettive europee dell’Ucraina.

Stiamo vigilando attentamente e incoraggiando ogni sforzo per assicurare il rispetto degli impegni che Kiev ha assunto in termini di riforme e di contrasto alla corruzione. Ma, sul tema della corruzione, voglio dire che consideriamo molto incoraggianti gli anticorpi mostrati in queste settimane dalle istituzioni ucraine.

E questo ragionamento si applica anche al dibattito sulle modalità con cui l’Unione Europea sarà chiamata a reperire le risorse per aiutare finanziariamente Kiev, con l’obiettivo di evitare un collasso che rappresenterebbe un grave danno per tutti noi.

Siamo chiamati a scelte politiche che richiedono visione e responsabilità, e che vanno ben oltre il dibattito su come trovare le risorse per sostenere l’Ucraina. Perché in gioco non ci sono solo la dignità, la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina, ma anche la sicurezza dell’Europa nel senso più ampio del termine.

Questo dibattito sarà il tema principale del prossimo Consiglio europeo, e trovare una soluzione sostenibile sarà tutt’altro che semplice.

Come sapete, l’Italia ha deciso venerdì scorso di non far mancare il proprio appoggio al Regolamento che ha fissato l’immobilizzazione dei beni russi senza, tuttavia – lo voglio sottolineare con chiarezza – ancora avallare, ancora, alcuna decisione sul loro utilizzo.

Lo abbiamo fatto – pur non condividendo il metodo utilizzato – perché non vi siano dubbi sulla linea coerente di sostegno che il Governo ha sempre mantenuto nei confronti dell’Ucraina.

Nell’approvare il regolamento abbiamo, infatti, voluto ribadire un principio che consideriamo fondamentale: decisioni di tale portata giuridica, finanziaria e istituzionale – come anche quella dell’eventuale utilizzo degli asset congelati – non possono che essere prese al livello dei leader.

Sarà questo il compito che spetta al Consiglio Europeo di domani, chiamato ad assicurare la continuità del sostegno finanziario all’Ucraina per il prossimo biennio, individuando la soluzione complessivamente più sostenibile, per gli Stati membri, nel breve e nel lungo periodo. L’Italia considera, ovviamente, sacrosanto il principio secondo cui debba essere prioritariamente la Russia a pagare per la ricostruzione della Nazione che ha aggredito, ma questo risultato deve essere raggiunto con una base legale solida. Intendiamo, inoltre, chiedere chiarezza rispetto ai possibili rischi connessi alla proposta di utilizzo della liquidità generata dall’immobilizzazione degli asset, particolarmente quelli reputazionali, di ritorsione o legati a nuovi, pesanti, fardelli per i bilanci nazionali.

Lo voglio ribadire, in un momento in cui il Governo è impegnato – con serietà e determinazione – a portare l’Italia fuori dalla procedura per deficit eccessivo, ereditata grazie alle allegre politiche di bilancio dei governi che ci hanno preceduto.

Così come riteniamo che, se si decide di andare verso questa direzione, sia miope rivolgere le attenzioni su un unico soggetto detentore dei beni sovrani russi congelati, cioè il Belgio, quando anche altre Nazioni partner hanno asset immobilizzati nei rispettivi sistemi finanziari.

La nostra volontà di aiutare il popolo ucraino non è mai stata, e non sarà mai, in discussione. E desidero ricordare in questa sede che proprio sotto la Presidenza italiana del G7 è stato raggiunto un primo, storico – ma allo stesso tempo solido giuridicamente e finanziariamente – compromesso per fare leva sui frutti dei fondi congelati russi. Ma, oggi come ieri, abbiamo il dovere cercare la soluzione più efficace per preservare l’equilibrio tra la fornitura di un’assistenza concreta all’Ucraina da un lato, e il rispetto dei principi di legalità, sostenibilità e stabilità finanziaria, e monetaria, dall’altro.

Siamo aperti a tutte le soluzioni, e intendiamo privilegiare quella che meglio può garantire questo equilibrio. Ma si tratta decisioni complesse, che non possono essere forzate.

L’Italia è determinata a fare la propria parte non solo a sostegno del popolo ucraino ma anche in Medio Oriente, dove sta partecipando attivamente agli sforzi internazionali per raggiungere pace, e stabilità, nella regione.

Permettetemi di ribadire, anche in questa sede, il cordoglio del governo per il brutale attacco antisemita a Sidney, la nostra vicinanza al popolo australiano e alla comunità ebraica presa di mira da terroristi probabilmente affiliati all’ISIS, il nostro pensiero alle molte vittime e ai molti feriti.

La nostra gratitudine va a quel cittadino, anche lui musulmano, che con il suo intervento ha evitato che la strage fosse addirittura peggiore. Nel suo gesto eroico sta un messaggio potentissimo: la pace é difficile, i nemici della pace proveranno a sabotarla in ogni modo, spetta agli uomini di buona volontà, di qualunque fede e origine, fare di tutto per costruirla e preservarla.

Alla politica e alle istituzioni, spetta invece il compito di rafforzare le misure di sicurezza e di protezione delle comunità ebraiche, che hanno il diritto di vivere in libertà nelle nostre città senza divenire bersaglio di intollerabili attacchi terroristici per il solo fatto di esistere.

È tempo di non ammettere più distinguo o reticenze nella condanna di ogni forma di antisemitismo. Perché, da lungo tempo, si assiste a una inaccettabile sottovalutazione dell’antisemitismo di stampo islamista e di quello connesso alla volontà di cancellazione dello Stato di Israele.

Ma approfitto per dire ance che alla politica e alle istituzioni, spetterebbe anche il compito di preservare la Repubblica dai rischi per la propria sicurezza, inclusi quelli derivanti dalle predicazioni violente di autoproclamati imam che, come nel caso di Shahim, fanno addirittura apologia del pogrom del 7 ottobre. Un impegno che dovrebbe valere per tutte le istituzioni, magistratura compresa. E credo che a nessuno sfugga la sfacciata ipocrisia di chi riesce, nelle stesse ore, a chiedere la censura delle case editrici di libri non graditi e a invocare la libertà di espressione a difesa di chi inneggia ai terroristi di Hamas e alla strage del 7 ottobre.

In ogni caso, come sapete, pochi giorni fa ho partecipato, su invito del Re del Bahrein, al Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Si è trattato di un riconoscimento importante del ruolo dell’Italia nello scenario mediorientale e del Mediterraneo allargato.

Un ruolo che il Governo ha voluto e saputo costruire nel tempo, attraverso un dialogo attento e costante con i leader di quella regione. L’idea che condividiamo con tutti i leader del Golfo è quella di un Medio Oriente prospero e in pace, che si concentri sulle relazioni economiche e culturali piuttosto che doverlo fare sugli aiuti umanitari, sulla strategia piuttosto che sull’emergenza, sulla stabilità piuttosto che sulla precarietà. E, nell’Italia, il Golfo vede sempre di più una porta verso l’Europa: una porta diplomatica, fisica, e geografica, per le grandi interconnessioni infrastrutturali, logistiche, digitali ed energetiche, ma anche una porta politica per costruire uno spazio di cooperazione orientato allo sviluppo economico e tecnologico.

Anche per questo, a Manama, ho lanciato l’idea – accolta con grande interesse – di creare un nuovo foro di dialogo e cooperazione. Un foro che unisca due spazi geografici, il Mediterraneo e il Golfo, non soltanto geograficamente vicini, ma potenzialmente in grado di condividere una vocazione globale.

Se ci pensate, insieme, pur rappresentando uno spazio geografico relativamente contenuto, custodiamo alcuni dei passaggi più strategici dell’intero commercio mondiale: lo stretto di Hormuz, Bab el Mandeb, il canale di Suez, lo stretto di Gibilterra.

La mia idea è quella di creare una piattaforma operativa che si focalizzi sulle sfide nelle quali possiamo fare la differenza: le interconnessioni economiche, le connessioni digitali, la diplomazia energetica. Una cooperazione rafforzata da costruire, attraverso la quale l’Italia, l’Europa e le Nazioni del Golfo, ma anche il Nord Africa e il Medio Oriente, possono dare vita a qualcosa di completamente inedito, con l’obiettivo di costruire uno spazio geopolitico sempre più sicuro, stabile e prospero.

Ma io credo che l’invito a partecipare al Summit di Manama come ospiti d’onore sia anche un riconoscimento, da parte di quei leader, dell’impegno fondamentale, che l’Italia ha dimostrato, negli sforzi per riportare la pace a Gaza. Un riconoscimento che viene anche dagli Stati Uniti, con un apprezzamento specifico per quanto fatto negli anni dai nostri Carabinieri nella formazione delle forze di sicurezza palestinesi, come da Israele, che sa di trovare nell’Italia un partner che, in questi anni difficili, ha sempre tenuto la barra dritta, richiamando le troppo spesso dimenticate responsabilità di Hamas nel conflitto, a partire proprio dall’efferato attacco del 7 ottobre 2023.

Ma è un ruolo, quello dell’Italia, che è cercato e voluto anche da parte palestinese. Pochi giorni fa, ho ricevuto qui a Roma il Presidente Abu Mazen, per la seconda volta in poco più di un mese. Il Presidente palestinese ha chiesto, con convinzione, un impegno italiano forte e ambizioso, nei passaggi necessari a fissare il piano di pace proposto dagli Stati Uniti e sottoscritto da tutti i protagonisti.

E io credo che l’Italia non si debba sottrarre a questo impegno, che le viene richiesto da più parti, in un momento tanto decisivo.

Il Piano di pace del Presidente Trump ha avuto il grande merito di porre fine al conflitto a Gaza. Un conflitto che aveva provocato un numero di vittime civili e una crisi umanitaria ingiustificabili, che non lasciano indifferente nessuno di noi. Ma si tratta di una tregua fragile e di un percorso complesso e ambizioso, e credo che ogni persona di buona volontà, chiunque abbia sinceramente a cuore il futuro di Israele e della Palestina, e la stabilità in una regione così strategica, sia chiamato a fare la sua parte per consolidare la cessazione delle ostilità, che possa durare nel tempo e aprire la strada alla stabilizzazione a lungo termine della Striscia, fino a realizzare la prospettiva dei due stati.

Tutto questo richiede un pieno accesso umanitario per far fronte ai bisogni enormi della popolazione civile, l’avvio della ricostruzione, ma anche il disarmo di Hamas, che deve cessare di essere una minaccia per Israele e, in ultima analisi, per gli stessi palestinesi.

Ne ho discusso a lungo con il Presidente Abu Mazen, al quale ho assicurato il pieno sostegno dell’Italia anche nel percorso di riforme che è necessario per raggiungere questi obiettivi. E, permettetemi un inciso. Vorrei chiedere a chi ha vergognosamente sostenuto, e continua a sostenere, che il Governo fosse complice in genocidio, se si reputa che anche il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese lo sia, viste la considerazione e l’amicizia che dimostra verso questo governo.

Si tratta, dicevo, di un percorso non privo di difficoltà e di rischi, ma in cui l’Italia, per storia, per proiezione geografica, per il sentimento di solidarietà che il popolo italiano nutre nei confronti dei popoli di questa regione, non può rinunciare a giocare un ruolo di primo piano.

Gli Stati Uniti ci hanno chiesto di contribuire a un progetto pilota per l’addestramento di cinquanta unità della polizia palestinese da dispiegare a Gaza in tempi rapidi. È un’attività in linea con l’impegno già in atto e che quindi siamo pronti a realizzare. Ma guardiamo con attenzione anche al contributo che potremmo assicurare alla Forza Internazionale di Stabilizzazione che sarà dispiegata sulla base della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una forza il cui ruolo a sostegno della stabilizzazione e della ricostruzione di Gaza è ritenuto fondamentale anche dall’Autorità nazionale.

Ma su questo, a tempo debito, discuteremo con questo Parlamento. Intanto, abbiamo già approvato un primo pacchetto di aiuti, che intendiamo, ora, integrare ulteriormente per portare un credibile impegno italiano alla conferenza sulla ricostruzione che dovrebbe svolgersi all’inizio dell’anno prossimo.

Da settimane, inoltre, siamo presenti nel Centro di Coordinamento Civile-Militare con nostri militari e con personale civile, anche diplomatico, per contribuire agli sforzi di pianificazione e per offrire la nostra esperienza nell’individuare le migliori risposte alle sfide inedite che la ricostruzione e la stabilizzazione di Gaza pongono.

Un impegno, insomma, a tutto campo, per fare la nostra parte, per la stabilità dell’intero Medio Oriente, nel lungo termine.

Il prossimo Consiglio Europeo sarà anche l’occasione per una prima discussione a livello Leader sulla proposta avanzata dalla Commissione Europea, il 16 luglio scorso, sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, ovvero il bilancio dell’Unione Europa, per il periodo 2028-2034.

La proposta della Commissione si fonda su due assi principali:

● Cambiare in modo radicale la struttura e le modalità di erogazione dei fondi, con lo scopo di semplificare e rendere più flessibile il bilancio;

● Aumentare le dimensioni del bilancio, soprattutto per far fronte alle nuove priorità legate alla sicurezza e alla competitività.

Parto dal primo. Davanti alle sfide che l’Europa ha di fronte, nessuno può pensare di andare avanti con strumenti complessi e rigidi. Serve un’azione dell’Unione più snella, più chiara, più rapida. E riconosciamo lo sforzo della Commissione in questa direzione.

Ma la semplificazione deve essere autentica. Non può essere uno slogan. Non può trasformarsi nell’ennesima complicazione per cittadini, imprese e Pubblica amministrazione. E su questo intendiamo essere fermi.

Per quanto riguarda la dimensione del bilancio, i prossimi anni ci vedranno impegnati su un numero crescente di priorità strategiche, mentre allo stesso tempo inizieremo a rimborsare i prestiti legati al Piano NextGenerationEU. È dunque probabile che sarà necessario aumentare le dimensioni del bilancio. Non siamo in principio contrari, ma lo si potrà fare solo a determinate condizioni.

Dovremo anzitutto evitare che un bilancio europeo più grande pesi eccessivamente sulle nostre finanze. La sostenibilità dei conti pubblici è per questo Governo una priorità assoluta, come dimostra il lavoro fatto negli ultimi anni, e lo è ancor più alla luce del ruolo di contributori netti al bilancio UE, quali siamo da oltre 20 anni.

A questo si aggiunge il fatto che la proposta della Commissione prevede da un lato maggiori contributi, e dall’altro minori allocazioni a politiche tradizionali e per noi fondamentali come la Politica Agricola Comune e la Coesione, veri e propri pilastri dell’Unione Europea e dei suoi Trattati. Lo dirò senza giri di parole: non accetteremo di pagare di più per ottenere di meno.

Pari attenzione intendiamo rivolgere al pacchetto sulle risorse proprie, ovvero le fonti di finanziamento dirette della UE, su cui si regge l’equilibrio del bilancio e soprattutto la possibilità di contenere gli esborsi diretti da parte degli Stati membri, che ammontano attualmente a circa il 60% del finanziamento totale.

È una proposta complessa, che richiede un’analisi seria e che, su diversi punti, solleva problemi potenzialmente rilevanti perché non intendiamo in alcun modo gravare sulle tasche dei cittadini italiani con ulteriori tasse europee, il cui effetto sulla competitività a lungo termine e sulla sostenibilità sociale potrebbe essere fortemente negativo.

Ad ogni modo, questa prima discussione in Consiglio Europeo non si concentrerà tanto sugli aspetti finanziari della proposta quanto sull’architettura del nuovo bilancio, che si comporrà di tre pilastri principali.

Di questi, il secondo cioè il Fondo europeo per la competitività e il terzo, cioè Europa globale, sono quelli che, pur con alcuni elementi di attenzione, ci vedono più favorevoli.

Di competitività tornerò a parlare tra poco. Quanto all’azione esterna dell’UE, riteniamo che il nuovo strumento per l’Europa globale possa diventare una leva efficace per realizzare la nostra visione di partenariato, incarnata dal Piano Mattei. Presteremo attenzione affinché la dimensione esterna delle migrazioni, le politiche di allargamento, il Mediterraneo, siano adeguatamente sostenute.

È il primo pilastro, che accorpa nei Piani di partenariato nazionali e regionali la Politica agricola, la Coesione e i fondi in materia di sicurezza, asilo e migrazioni, a presentare invece criticità evidenti. Apprezziamo l’aumento delle risorse per la migrazione e un approccio di spesa più orientato ai risultati, ma la proposta non tutela abbastanza Agricoltura e Coesione, né in termini di visibilità né di allocazioni.

Dopo le critiche emerse sulla proposta originaria di luglio, la Commissione ha presentato alcuni giorni fa una proposta parzialmente migliorativa, che va certamente nella giusta direzione per quanto attiene le politiche regionali, ma che reputiamo ancora insoddisfacente sui capitoli agricoli.

Un ulteriore ambito su cui l’Italia ha fatto da apripista, mi piace condividerlo con voi, è la riflessione sulla capacità delle Convenzioni internazionali, scritte molti decenni or sono, di affrontare le sfide della moderna migrazione irregolare e della sicurezza. L’appello lanciato insieme alla Danimarca ha man mano raccolto adesioni, fino ad arrivare, pochi giorni fa, ad una dichiarazione politica, che fa seguito alla lettera aperta dello scorso maggio, sottoscritta da 27 Stati membri del Consiglio d’Europa, cioè dalla maggioranza dei suoi paesi membri. Questo amplissimo sostegno, ci ha ora consentito di avviare, in piena collaborazione con il Segretariato Generale dello stesso Consiglio d’Europa, un processo che dovrebbe portare ad una applicazione della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo più efficace e più in linea con il contesto attuale.

Quando io e il Primo Ministro socialista Mette Friedriksen abbiamo lanciato questa iniziativa, per molti era considerata quasi uno scandalo.

Ma io penso che non si debba mai temere di porre questioni di buon senso, perché se sono di buon senso altri seguiranno. Questa iniziativa, ancora una volta, lo ha dimostrato ampiamente.

Ultimo ma non meno importante, l’impegno italiano nella dimensione esterna delle politiche migratorie. Oggi il Piano Mattei per l’Africa non è più un’iniziativa solo italiana, ma, come avevamo immaginato, è diventata una strategia europea e internazionale, che può contare su sinergie strutturate a vario livello. Come quella che abbiamo consolidato con il Global Gateway e più recentemente con il Patto per il Mediterraneo dell’Unione Europea. È una cooperazione che vale già oltre un miliardo e 200 milioni di euro e che si pone l’obiettivo di realizzare nel Continente africano progetti e investimenti capaci di generare uno sviluppo economico e sociale stabile e duraturo nel tempo.

I risultati raggiunti in questi anni ci incoraggiano ad andare avanti, e ci dicono che la strada intrapresa sia la più corretta. La riduzione dei flussi migratori illegali verso l’Europa registrata in questi anni, la parallela sensibile riduzione dei morti e dei dispersi nel Mediterraneo, insieme a progetti di formazione e migrazione legale, sono la prova che la nostra cooperazione funziona. Dobbiamo ora lavorare per consolidare questi sforzi, perché non ci accontentiamo ancora e non intendiamo indietreggiare.

Insieme agli altri Leader faremo anche il punto sul processo di allargamento e sulle riforme necessarie perché questo investimento geopolitico si trasformi in un successo.

Perché solo un’Europa riunificata può raggiungere la massa critica necessaria per competere e restare influente, e sicura, nel mondo di oggi.

L’Italia è pienamente impegnata ad assicurare che il Consiglio Europeo di domani veicoli un messaggio politico forte sull’allargamento, per dare un segnale di unità e credibilità collettiva. Viceversa, senza progressi nel percorso di adesione all’UE dei nostri partner, rischiamo di consegnarli ai nostri rivali sistemici, destabilizzando in modo permanente il nostro vicinato e consegnando la UE all’irrilevanza.

Non possiamo, in particolare, permetterci di rimandare ulteriormente l’adesione dei Balcani occidentali, che fanno già parte della famiglia europea e sono fondamentali per la nostra autonomia strategica. Lo ribadirò anche questa sera al Vertice UE-Balcani, dove mi recherò subito dopo la fine del dibattito in aula.

I risultati ottenuti da Albania e Montenegro nel corso dell’ultimo anno sono infatti molto incoraggianti e dimostrano che i due paesi hanno concrete possibilità di adesione in un futuro molto prossimo.

Anche se il tema non è strettamente in agenda al Consiglio Europeo, voglio fornire un aggiornamento sulla conclusione formale, e l’entrata in vigore, dell’Accordo Commerciale UE-Mercosur.

Come sapete, l’Italia ha sempre guardato con interesse a questa intesa, sia per il significato politico di ponte tra l’Europa e l’America Latina, sia per quello commerciale, con importanti e positive ricadute attese sul fronte delle esportazioni italiane, sia nel settore industriale che in quello alimentare, dato che l’accordo prevede la tutela di oltre 50 denominazioni di origine geografica italiane.

Ciò non di meno, il governo italiano è sempre stato chiaro nel dire che l’accordo dovrà essere positivo per tutti i settori e che quindi è necessario rispondere, in particolare, alle preoccupazioni dei nostri agricoltori.

Negli scorsi mesi abbiamo quindi lavorato molto intensamente con la Commissione e ottenuto passi in avanti significativi, in particolare con l’introduzione di un meccanismo specifico di salvaguardia, di un fondo adeguato di compensazione cui attingere in caso di necessità e, più recentemente, di un significativo rafforzamento dei controlli fitosanitari in entrata. Tutte queste misure, seppur presentate, non sono ancora del tutto finalizzate.

Riteniamo, quindi, che firmare l’accordo nei prossimi giorni, come è stato ipotizzato, sia ancora prematuro. Per noi è necessario attendere che il pacchetto di misure aggiuntive a tutela del settore agricolo sia perfezionato, e – allo stesso tempo – illustrarlo e discuterlo con i nostri agricoltori.

Questo non significa che l’Italia intenda bloccare o opporsi all’accordo nel suo complesso ma, come abbiamo sempre detto, intendiamo approvarlo solo nel momento in cui saranno incluse adeguate garanzie di reciprocità per il nostro settore agricolo. E sono molto fiduciosa che con l’inizio del prossimo anno, tutte queste condizioni possano realizzarsi.

Al Consiglio europeo faremo, infine, il punto sulla competitività europea, anche alla luce dall’attuale situazione geoeconomica: un tema fondamentale per affrontare le sfide che l’Unione si trova di fronte, inclusa quella della sicurezza e della difesa.

Siamo convinti che la complessità di questo momento imponga uno sguardo ampio e pragmatico, capace di abbandonare i dannosi dogmatismi ideologici che hanno ispirato le scelte passate, di cui oggi vediamo limiti e contraddizioni.

È io penso che questa sia la strada maestra anche per rispondere alle sfide poste dalla nuova Strategia di sicurezza americana. Personalmente penso che sia inutile, o meglio dannoso, lanciare strali contro un nemico immaginario, perché il vero nemico da combattere è la nostra incapacità di decidere, e l’ideologia del declino che l’Ue ha, drammaticamente, sposato negli ultimi anni.

Un continente che non riesce a invertire il suo inverno demografico, che ha scelto la strada della iper-regolamentazione asfissiante a scapito dell’innovazione, che si rassegna alla dipendenza militare dagli Stati Uniti e a quella tecnologica dalla Cina, è un continente che sembra essersi arreso.

Ma il declino, ancora una volta, non è un destino. È una scelta. Invertire quel destino è una scelta, ed è la nostra. Reagire, decidere, scegliere. Perché l’Europa che amiamo è certo un continente, ma è soprattutto un contenuto. Valori, identità, visione, innovazione, competitività. Tutto ciò che ha reso grande l’Europa nei secoli deve essere aggiornato e rilanciato.

E quello che non funziona, si cambia.

Ne sono un chiaro esempio le politiche green degli ultimi anni.

Da subito, questo Governo si è impegnato, senza sosta, per garantire che il percorso di decarbonizzazione fosse sostenibile per le imprese e per la società, e per evitare che la neutralità climatica andasse a scapito della competitività, portando alla deindustrializzazione de facto del nostro continente.

In questa ottica stiamo lavorando sulla base di un approccio pragmatico e non ideologico, metodo premiato in occasione dell’ultimo Consiglio europeo che ha aperto la strada al significativo successo raccolto al Consiglio Ambiente di novembre scorso, dove l’Italia ha assunto un ruolo di rilievo ponendosi alla guida di una inedita coalizione di 10 Stati membri.

Lavoro che ha permesso di raggiungere un accordo equilibrato e pragmatico, nel rispetto della competitività. Si tratta di un risultato politicamente molto rilevante, che dimostra quanto l’Italia, con il suo approccio concreto e inclusivo, possa essere fondamentale per correggere le troppe politiche dannose portate avanti negli ultimi anni. Ragione per cui siamo determinati a consolidare e allargare questo gruppo di lavoro, sul modello già seguito in materia di immigrazione.

L’approccio italiano continua a fondarsi sul principio di neutralità tecnologica e su una visione pragmatica.

Posizioni che cominciano a farsi spazio, a partire dalle proposte presentate ieri dalla Commissione europea nell’ambito del nuovo “pacchetto automotive”, fortemente richiesto dall’Italia.

Prendiamo atto, con soddisfazione, che gli sforzi profusi dal nostro governo negli ultimi mesi hanno portato ad aprire una breccia nel muro del dogmatismo green che ha caratterizzato gli ultimi anni.

Ben vengano dunque i passi avanti in termini di maggiore flessibilità per i costruttori di veicoli pesanti; ben venga la rinnovata spinta per un’alleanza europea sulle batterie; ben venga l’esclusione dei veicoli pesanti e delle piccole e medie imprese, nonché i target nazionali e non più aziendali, nel provvedimento sulle flotte aziendali verdi; e ben vengano il superamento del “tutto elettrico” per auto e furgoni al 2035 nonché l’affermazione del principio di neutralità tecnologica.

Sono tutte posizioni che avevamo fortemente sollecitato nel corso degli ultimi mesi, da ultimo indirizzando, insieme ad altri cinque Stati Membri, una lettera alla Presidente della Commissione europea, e coordinando la nostra azione con la Germania, che ha inviato a sua volta una propria lettera, dello stesso tenore, a firma del Cancelliere Merz e ha poi sottoscritto un documento italo-tedesco firmato dai ministri dell’industria Urso e Reiche.

È proprio sul pieno recepimento di questi principi che si concentreranno i nostri sforzi negoziali nei prossimi mesi, a partire da una piena attuazione della neutralità tecnologica. Senza appesantimenti burocratici eccessivi e senza limiti sproporzionati per i biocarburanti, che devono poter rappresentare una concreta prospettiva industriale anche oltre il 2035, e non soltanto un piccolo correttivo al precedente impianto normativo.

Lavoreremo insieme ai governi maggiormente allineati con le nostre posizioni, affinché queste possano affermarsi con maggiore forza e il settore possa recuperare una proiezione industriale di medio termine anziché condannarsi alla desertificazione industriale.

In tema di semplificazione, nei giorni scorsi, nel quadro dei pacchetti Omnibus, l’Italia è riuscita ad ottenere – anche grazie ad una significativa e pragmatica posizione adottata dal Parlamento Europeo- la cancellazione dell’obbligo per le imprese europee sopra una certa soglia, di redigere dei piani di transizione per la mitigazione dei cambiamenti climatici che, visto il considerevole aggravio procedurale, avrebbe potuto compromettere le forniture energetiche dall’estero.

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