Italiani nel mondo, “naturalizzati” e diritto di cittadinanza

di Roberto Menia

In Italia si parla molto della questione della immigrazione, dove il dibattito pubblico è preda degli isterismi della sinistra che propone “porte aperte” indiscriminatamente accanto ad un sistema di deregolamentazione generale che produce solo caos.

Invece poco è dibattuto il tema della nuova emigrazione italiana: pochi italiani sanno, ad esempio, che nell’ultimo ventennio risultano emigrati nel mondo circa 1,5 milioni di concittadini. Molti di loro sono giovani: si tratta di un’emigrazione atomizzata, non è come quella di un tempo quando si muovevano intere comunità, magari alla ricerca di un nuovo destino nel nuovo mondo; in questo caso spesso si tratta invece di soggetti con master, lauree, competenze, di cervelli, di risorse reali che perdiamo.

Ho avuto modo di trattare, seppure nei tempi ristretti di un’interrogazione a risposta immediata nell’aula del Senato, di un aspetto particolare della questione, quello cioè delle naturalizzazioni di cittadini che si stabiliscono per lavoro in un altro paese, vi rimangono e per ottenere la cittadinanza nel nuovo paese sono costretti a rinunciare a quella italiana.

La questione è antica e uno potrebbe pensare che la cosa riguardi solo territori lontani, l’America o l’Australia. Invece le cose ci riguardano e anche da molto vicino: emblematico è il caso della Spagna, paese dell’Unione Europea, dove nell’ultimo decennio sono emigrati molti nostri connazionali. Oggi ad esempio, nella sola circoscrizione di Madrid, possiamo contare circa 300mila italiani iscritti all’AIRE.

Ebbene, nel paese iberico, i nostri connazionali che chiedono di poter ottenere la cittadinanza spagnola, al momento si vedono negata la possibilità di poter mantenere quella italiana, perché non è prevista la doppia cittadinanza.

Il Governo italiano, ha precisato il ministro degli esteri Tajani, si è fatto promotore dell’avvio di un percorso teso alla sottoscrizione di un accordo bilaterale col governo spagnolo finalizzato al riconoscimento della doppia cittadinanza. D’altra parte quelli fra Italia e Spagna, più che rapporti tra Stati, sono rapporti tra due popoli molto affini culturalmente per cui il nostro auspicio è che il governo spagnolo dia seguito agli accordi in itinere.

Più vastamente, sul tema delle “naturalizzazioni” è sempre pendente una diversa questione che si trascina da decenni, quella cioè dei nostri connazionali naturalizzati cittadini di altri paesi che forzosamente avevano perduto la cittadinanza italiana, e che non hanno usufruito – per il semplice motivo che non ne erano stati messi a conoscenza – della possibilità di riacquisizione della cittadinanza italiana nel termine previsto dalla legge n. 91 del 1992 (che aveva aperto una finestra proprio perché i naturalizzati possedessero riacquisire la cittadinanza).

È un fatto che riguarda migliaia e migliaia di “ex” italiani (e spesso ormai i loro figli) che si trovano in Australia, in Canada, negli Stati Uniti ed altri paesi in cui in anni passati si è registrata una forte emigrazione italiana – donne e uomini lontani dalla madrepatria ma che si sentono italiani – a cui è giusto dare il diritto di accedere nuovamente a quella cittadinanza che sentono nel sangue, sentono nel cuore, nel loro essere.

È un impegno, questo, che ho fatto mio in un disegno di legge che ha iniziato il suo percorso alla Commissione Affari Costituzionali del Senato e sul quale mi auguro si registrerà una larga convergenza di tutte le forze politiche.

Nello stesso disegno di legge ho voluto affrontare anche il diverso aspetto della ricostruzione della cittadinanza italiana per gli oriundi: sono conscio di quanto tuttora la loro eredità costituisca nei tanti luoghi del mondo (e penso soprattutto all’America Latina) e quanto essi diano e possano dare alla madrepatria: dobbiamo stringere con loro un nuovo legame che sia reciprocamente di fiducia, di identità, di lingua e di cultura, di diritti e di doveri. Per questo va ridato senso al patto di cittadinanza, che non è solo un passaporto. Ma di questo parleremo ancora.

@robertomenia

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