Vi racconto che Israele ho trovato, fra pace e Gaza

di Vittorio Casali Derosa

Per comprendere Israele una vita non basta, per visitarlo forse sì. Averlo vissuto poche settimane dopo la sospensione delle operazioni militari nella striscia di Gaza è stata un’esperienza incredibile.

Dello stato di Israele si parla incessantemente dal 1948, data in cui David Ben Gurion l’ha proclamato in uno scantinato del fondo nazionale ebreo a Tel Aviv, una città che fino a quaranta anni prima semplicemente non esisteva. Esistevano solo le dune di sabbia davanti al Mar Mediterraneo accanto a Jaffa, da dove secoli prima Pietro si era imbarcato alla volta di Roma, e che oggi sono state trasformate in una incredibile metropoli dal lavoro e la tenacia del popolo ebraico. La storia di Israele è infatti tutta così: un territorio povero, desertico, inospitale che fino all’inizio del secolo scorso non aveva più neanche un nome preciso (sotto l’influenza di Damasco, poco più di un’area periferica della Siria) che gli ebrei prima, israeliani ora hanno saputo trasformare, sviluppare, rendere fertile contro tutto e tutti da ormai più di un secolo.

Il vero asset strategico israeliano infatti non è il petrolio, le miniere di diamanti, terre rare, cobalto o rame ma il capitale umano, sono gli abitanti che hanno reso una striscia di sabbia uno degli stati più avanzati al mondo e che oggi conta come prima voce dell’export brevetti e tecnologia di alto livello militare ed aerospaziale. Ed è così che si spiega la naturalezza con cui la prima sera, a cena da una famiglia italiana espatriata in israele ormai da più di dieci anni, un ragazzo della mia età mi ha spiegato che i tre anni di servizio militare sono una tappa quasi obbligata per l’integrazione nella società israeliana. Sfido chiunque altro, del resto, a vivere in uno stato di assedio perenne dal 1948 e non donare volentieri qualche anno della propria vita per difendere e proteggere tutto quello che si è faticosamente ottenuto e creato.

Questo non vale ovviamente per i soli ebrei: fra il 20 ed il 25% della popolazione dello stato di Israele è di religione musulmana (i cosiddetti beduini che vivono prevalentemente nel deserto del Negev), assieme ai cristiani sono esentati dall’obbligo del servizio militare e nonostante questo sono numerosi quelli che si arruolano volontari per garantire la sicurezza della loro terra. Israele però non è solo un miracolo tecnologico e di progresso ma è anche il più grande laboratorio di integrazione dei paesi occidentali, non sono rare le storie come quella del giudice Nasir Abutahap che abbiamo incontrato una sera a Be’er Sheva. Nato da una famiglia di beduini musulmani, il nonno aveva accettato la proposta del governo israeliano di stanziarsi in una dimora fissa, permettendo al nipote una generazione e mezzo dopo di accedere alle più alte cariche della giustizia del paese.

O come quella della comunità beduina di Nitzana a poche migliaia di metri dal confine egiziano, nel pieno deserto del Negev, dove sono accolti i più irriducibili nomadi del deserto (se fanno domanda, con una lista di attesa che supera di gran lunga le capacità attuali di accoglienza) e ricevono corsi di ebraico, inglese e di formazione professionale. A Nitzana però, dove una grande imprenditrice italiana, Laura Camis De Fonseca, ha donato un intero campus, non si accolgono solo arabi israeliani per donare loro un futuro migliore, ma anche tanti ebrei che scappano da zone di guerra (ultimamente, purtroppo, molti dalla Federazione Russa e dall’Ucraina).

Questo infatti è uno dei motivi fondanti dello stato israeliano, non permettere mai più che gli ebrei si trovino soli, senza una terra, cacciati da tutti e perseguitati come tante volte è successo e continua a succedere nella storia. Di questo tutti ne sono consapevoli, così ci hanno ripetuto più volte e da ultima una ragazza con la voce rotta dall’emozione, alla Reichman University di Tel Aviv l’ultimo giorno prima di partire: loro hanno un solo paese, lo Stato di Israele, non ne hanno altri. Se lo sono guadagnati con gli stessi moti risorgimentali che hanno dato a noi italiani una patria, hanno unificato la Germania e caratterizzato l’Europa ed il Mondo a fine Ottocento, lo hanno difeso da ogni aggressione, hanno vinto ogni volta e sono lì per restare.

Ed è lì per restare la bellissima gioventù che ho incontrato in questa settimana, una gioventù fatta dei figli dei profughi, quelli veri, degli ebrei espulsi dai paesi arabi, scappati dall’Europa dell’Olocausto, sempre rimasti a vivere fra quelle antiche mura ottomane di Gerusalemme, che si sono ritrovati in questo miracolo del deserto (‘In Israele, per poter essere un realista devi credere nei miracoli’ diceva Ben Gurion), che non hanno altro modo di parlare fra loro se non in ebraico e che si adoperano per come creare un futuro migliore per loro e per i paesi della regione. La pace è dietro la porta, gli israeliani la chiedono dal 1948, e alla fine, ne sono sicuro, la otterranno.

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