Tra Usa e Cina, l’Italia sa da che parte stare

Dopo giorni in cui sembrava di partecipare alle grandi partite a scacchi di Bobby Fischer, il quadro dazi si è schiarito, con la certezza che la contrapposizione (non esente da danni) imboccata da Donald Trump è tra Usa e Cina.

Un passaggio utile anche per mettere al bando chi, nelle ultime settimane, ha alimentato faziosamente la vulgata che l’Europa e l’Italia dovessero staccarsi dallo storico alleato americano: l’Italia ed il vecchio continente, al netto dei rapporti cordiali e multilaterali con i partners asiatici, da un punto di vista ideologico e valoriale non possono che restare nell’alveo dell’alleanza atlantica. Tutte le altre valutazioni vengono al secondo posto.

Immaginare anche solo lontanamente di tornare ai giorni del governo Conte, quando quel governo tentò di imboccare una strada geopolitica diversa, sarebbe deleterio e chi lo ha fatto, anche solo mediaticamente, in queste ore cela altri fini: quali sono i membri europei che premono per scegliere la Cina, anziché gli Stati Uniti?

Forse gli stessi che sono andati da soli a negoziare con Xi su dossier altrettanto strategici, come difesa, energia, industria? E come mai nel grande dibattito sui dazi ci si dimentica che la Cina di fatto ha venduto i suoi prodotti con alle spalle una bassa manodopera, una concorrenza sleale e con un chiaro intento di penetrazione geopolitica, oltre che commerciale?

Per questa ragione i giorni che separano dalla visita alla Casa Bianca del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, prima leader Ue ad essere ricevuta dopo il dossier dazi, sono cruciali e servono a raccogliere spunti e idee anche per altri temi, non solo per i dazi, come l’Africa, l’Indopacifico, l’energia. E seguendo la stella polare dell’euroatlantismo a cui l’Italia da sempre ha fatto voto.

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