Il racconto: W gli Italiani d’America tra volontarismo e renitenza

foto 2_1di Alberto Micalizi

Il 23 maggio 1915, dopo aver denunciato l’alleanza con l’Austria-Ungheria e la Germania, l’Italia entra in guerra a fianco della Francia, Gran Bretagna e Russia. Il primo conflitto mondiale segnerà, anche per gli italiani sparsi nel mondo, un punto di svolta che vedrà la partecipazione, a vario titolo, di centinaia di migliaia di nostri connazionali ad uno slancio di nazionalismo che non si era mai verificato nei decenni precedenti, in alcun modo paragonabile a quello che era emerso durante la campagna di Libia contro l’Impero ottomano nel 1911. All’entrata in guerra a fianco degli Alleati, la maggioranza degli italiani residenti all’estero si unì spiritualmente ai connazionali chiamati a combattere sul confine orientale le forze Austro-Ungariche, desiderosi di vedere completato il processo risorgimentale riunendo alla patria Trento e Trieste.

A tale unione d’intenti, alimentato dagli organi di stampa e dall’associazionismo di stampo patriottico ampiamente radicato nei Paesi d’adozione, essi parteciparono non soltanto con l’arruolamento nelle fila dell’esercito italiano ma anche con una molteplicità di attività volte a sostenere, dall’estero, lo sforzo bellico italiano. Le donazioni alla Croce Rossa Italiana, l’acquisto di cartelle del Prestito Nazionale e la partecipazione alle manifestazioni patriottiche finalizzate alla raccolta dei fondi da destinare all’acquisto di vestiario e beni di prima necessità per i combattenti furono ampiamente diffuse nelle tante “Little Italies” nate dall’enorme flusso migratorio che dissanguava l‘Italia dalla fine dell’Ottocento. Complessivamente, allo scoppio del primo conflitto mondiale, su 700 mila emigrati chiamati alle armi, rientrarono in 304 mila: di questi, circa 100 mila s’imbarcarono dagli Stati Uniti d’America, mentre 52 mila decisero di abbandonare il lavoro e gli affetti familiari imbarcandosi dal Sud America per l’Italia.
Il maggior numero di rimpatriati per l’arruolamento si ebbe nel mese di giugno 1915, all’inizio della mobilitazione; nelle fasi successive del conflitto i rientri andarono scemando. In particolare, il contingente del 1916 fu di circa un quarto di quello del 1915: ciò a causa del fatto che i militari di età superiore ai 32 anni, che avevano ottenuto all’estero la dispensa dal servizio già in tempo di pace, furono autorizzati a rimanere all’estero.

Come peraltro è emerso in uno studio del Commissariato Generale dell’Emigrazione, risalente agli inizi degli anni Venti del secolo scorso, vari furono i fattori che ritardarono od impedirono il rientro di molti obbligati al servizio militare: l’imperfetta cognizione dei nostri emigranti in fatto di obblighi di leva, le difficoltà connesse all’emigrazione in zone spesso distanti rispetto alle rappresentanze nazionali, la poca chiarezza delle disposizioni relative alla chiamata alle armi. (Commissariato Generale dell’Emigrazione, Mobilitazione e smobilitazione degli emigrati italiani in occasione della guerra 1915-1922, Roma, 1923, p. 15.).
Probabilmente un numero maggiore di connazionali avrebbero potuto scegliere di vestire il grigioverde se il governo dell’epoca avesse affrontato con maggiore incisività i molteplici problemi di chi, arruolatosi, rischiava di non trovare il supporto necessario per far fronte al lungo periodo di distacco dalla famiglia.
Tra le tante difficoltà che i nostri connazionali dovettero affrontare vi fu quella della impossibilità pratica di fruire della licenza con la famiglia, a causa della mancanza di sufficienti risorse economiche da destinare al viaggio di rientro. “Risolvere il problema delle licenze”, scrisse un italo-argentino, “è decidere la venuta di migliaia di renitenti” E fu proprio il Commissariato Generale dell’Emigrazione ad essere incaricato della mobilitazione e del rimpatrio dei connazionali e delle loro famiglie all’estero (comprese le donne e i minori che decisero di seguire il marito o il genitore), sia sopperendo alle tante difficoltà del periodo con la creazione di sette posti di concentramento sul territorio nazionale, sia ponendo in essere le azioni volte all’adozione di idonee norme profilattiche, all’avvio delle procedure di espatrio e all’imbarco di coloro i quali avevano deciso di ritornare all’estero. (G. Platania, La nostra
guerra, Tipografia Marino, Roma, 1925, pp. 446-451).

La più grande collettività italiana all’estero, quella statunitense, agevolata da un contesto sociale anglofono pienamente favorevole alla lotta condotta dalla Francia e dall’Inghilterra, partecipò con fervore allo sforzo bellico contro l’Intesa. Tale spirito trovò ulteriore consenso nel 1917, quando gli Stati Uniti entrarono in guerra a fianco all’Italia a seguito delle reiterate perdite umane causate dalla indiscriminata guerra sottomarina condotta dalla Germania. Più di 300.000 italo-americani prestarono servizio durante la guerra nell’esercito americano: molti di essi erano nati negli Stati Uniti, ma circa 90.000 erano nati in Italia, provenienti in particolare dalla Sicilia e dagli Abruzzi. Complessivamente, il sacrificio degli italiani di prima e seconda generazione fu proporzionalmente maggiore rispetto a quello degli immigrati appartenenti alle altre comunità etniche. Infatti, mentre gli italiani rappresentavano il 4% circa dell’intera popolazione, i decessi riconducibili al conflitto arrivarono al 10%. La vicenda degli arruolamenti nell’esercito americano fece emergere un evidente paradosso che soltanto la firma di un accordo internazionale permise di far venir meno: i soldati di origine italiana inquadrati nelle file dell’esercito statunitense, pur comportandosi spesso valorosamente nei duri mesi del 1917 e del 1918, vennero in un primo momento dichiarati disertori alla chiamata e, per tanto erano passibili di una condanna da parte della giustizia militare.

Ma quali furono i motivi per i quali vi fu una maggiore presenza dei nostri connazionali tra le file statunitense anziché del Regio Esercito? E’ innegabile che la possibilità di acquisire automaticamente il diritto di cittadinanza americana giocò a favore del paese d’adozione. Ma furono anche altre le valutazioni che spinsero a un massiccio arruolamento nell’esercito americano. Ad esempio, il governo statunitense, sobbarcandosi un onere logistico gravoso stante la distanza tra i due continenti, garantì un migliore trattamento in materia di vitto e vestiario, e concesse una paga di un dollaro al giorno, permettendo al destinatario di destinarne una minima parte al pagamento di una polizza assicurativa da attivare in caso di morte o di invalidità permanente, a garanzia dei familiari dei militari deceduti in trincea.

Per quanto riguarda il Sud America, tutte le comunità nazionali risposero, dalle più grandi alle più piccole, al richiamo della patria. Così nella piccola collettività di Tacnia in Perù, dove si arruolarono volontari 29 giovani, dei quali due caddero in combattimento. (G. Bonfiglio, Gli italiani nella società peruviana. Una visione storica, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 1999, p.. 265). La partenza di 32 mila italo-argentini dimostra come l’Argentina espresse, in proporzione al numero di italiani ivi emigrati, il senso di patriottismo più diffuso, (E. Franzina, Gli Italiani nel Nuovo Mondo L’emigrazione in America 1492- 1942, Mondadori, Milano, 1995, pp. 368-369.) in una fase in cui, a causa della guerra, l’immigrazione italiana subiva una netta flessione ed era cospicuo il numero dei rimpatri singoli e per nuclei familiari (L. De Rosa, “L’emigrazione italiana in Argentina. Un bilancio”, in Rassegna economica, anno L, n. 6, nov.-dic. 1986, p. 1201; M.C. Nascimbene, “Storia della collettività italiana in Argentina,”, in AA.VV. Euroamericani, La popolazione di origine italiana in Argentina, Torino, Fondazione Agnelli, 1988, vol. II, p. 264).

Dal porto di Buenos Aires partirono più di 20 mila volontari. I nomi dei caduti sono impressi su un marmo conservato presso la sede dell’associazione italiana degli ex combattenti, dove viene conservata anche un masso tratto dal monte Grappa (D. Ruscica, art. La splendida pagina di solidarietà italo-argentina, in “Dante Noticias”, n. 96, aprile-giugno 2008, p. 3). A tale ventata di patriottismo contribuì la maggioranza della stampa coloniale, in particolare l’Italia del Popolo e la Patria degli Italiani. Quest’ultimo quotidiano affiancò efficacemente il Comitato Italiano di Guerra per sostenere lo sforzo economico dell’Italia nel conflitto, e per controbattere la propaganda tedesca, particolarmente aggressiva dopo la sconfitta di Caporetto (F. Bertagna, La stampa italiana in Argentina, Donzelli Editore, Roma, Roma, 2009, pp. 49-51).

(Fine prima puntata)

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