La nostra lingua? Bellissima, ma da noi ancora troppi inglesismi

lingua1di Alberto Ghiraldo

“Che location hai scelto per il meeting?” “Pensavo a un brunch molto easy” “Ma qual’è la deadline per l’application?”….”Che drink per te, niente? ” “Non sono nel mood giusto” “What????Bé cheers lo stesso” “Quali i principali fatti politici? Io direi la salita dello spread che ha reso necessaria una profonda spending review…..” “Per me il jobs act” ” Io invece direi la crisi delle banche con l’avvento del bail in”. Questi sono solo esempi di possibili conversazioni a differenti livelli che si possono ascoltare per strada, al bar il sabato sera, in un contesto lavorativo, in politica e così via.

Che lingua è questa? Italiano viene difficile chiamarla, inglese men che meno, eppure è la lingua più parlata da chi abita in Italia e proprio a voi, che parlate itanglese mi rivolgo. Una ricerca constatava che nei primi 8 anni del nuovo millennio vi è stato un incremento del 773% dei termini inglesi usati nella lingua italiana, e non servono le statistiche per accorgersi che negli ultimi tempi questo fenomeno ha visto un’ulteriore crescita. Ciò avviene a tutti i livelli linguistici, infatti non siamo solo noi giovani a preferire correntemente parole come cheap, mood, like, cool, off e molte altre, ma anche nelle sfere dell’informazione, della politica, della finanza, delle scienze e della tecnica e non solo, ci piace sempre più spesso inserire l’inglesismo.

Il problema è il quanto spesso perché, a volte quando parlate nel vostro itanglese addirittura una parola ogni 10 è inglese, dando vita così a un linguaggio interrotto. Questo linguaggio non è una stranezza, mentre l’eccezione è sentir parlare senza inglesismi. Molti di voi lo fanno senza rendersene conto, anzi, quasi con boria, percheé “fa figo”, pardon, è cool, è sinonimo di essere alla moda (trendy per chi non capisse), è modernità.

Ma cosa vuol dire essere moderni? Essenzialmente, a quanto pare, vuol dire seguire le tendenze che molto più facilmente vengono dettate in un mondo ultraglobale, quindi la globalizzazione è sicuramente una delle cause di questo imbarbarimento della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio. Però le dimensioni, la dirompenza con cui vi siete convertiti è un qualcosa tutto, come piacerebbe dire a voi, made in italy. Infatti pensando ad altre lingue europee i vostri parigrado utilizzano correntemente il vocabolo originario per moltissime parole che in italiano non traduciamo più. Si può cercare in un qualsiasi dizionario di italiano e rilevare quanti termini inglesi vi entrino e poi ripetere l’operazione con un dizionario di un’altra lingua europea, per esempio spagnolo o francese, dove troveremmo addirittura la parola ordenador e ordinateur al posto di computer. Per non parlare poi del fenomeno dell’italianizzazione dei verbi inglesi, per me, la cosa più brutta: badgiare per dire passare il badge, o meglio timbrare il cartellino; googlare per dire cercare su google; e tanti altri ancora come swithciare, performare, schedulare, splittare, brandizzare….

Non è però solo una questione di globalizzazione, ma anche di peso culturale (e politico) di una nazione. Quando dico culturale non mi riferisco solamente alla cultura pregressa, quella dei nostri padri, dei nostri antenati, capaci millenni e secoli fa di essere guida politica e morale (leadership per chi solo così capisce), ma soprattutto alla capacità attuale di esportare un modello culturale, un sapere, essere in grado di innovare in campi diversi.

Proprio parlando di innovazione pensiamo a tutte le innovazioni tecnico- scientifiche degli ultimi 50 anni, come ad esempio, nel campo dell’informatica, del digitale, delle telecomunicazioni, delle scienze e constatiamo che provengono in maggior parte dal mondo anglosassone. Quindi è naturale che per ogni nuova scoperta vengano inventate nuove parole, ovvero un nuovo lessico, aggiungendo poi il fatto che in molti campi arriviamo in ritardo, subendo l’innovazione, capiamo allora perché assorbiamo la terminologia anglosassone. La stessa cosa però, almeno al medesimo livello, non avviene in altri paesi europei come Francia e Germania in testa, con cui, a differenza che con la dimensione del peso politico e culturale statunitense, ci potremmo confrontare.

jobs_act2Diversamente essi, da un lato, sicuramente hanno più capacità di innovare, di produrre modelli da esportare, ma dall’altro, anche quando non producono novità non subiscono passivamente lo sviluppo e posseggono un’identità tale da rivolgere la propria lingua anche verso nuovi orizzonti. Si deduce allora che il futuro di una lingua è strettamente connesso con la potenza economica, politica e culturale di un popolo. In poche parole un’identità forte, cioè essere convinti di quello che si è, ovvero consapevolezza di essere nazione, è qualcosa che sta alla base ed è sempre presente affianco alla grandezza economica e politica.

Non è la lingua che cambia, ma sono le persone che cambiano la lingua, è il vostro modo di agire e di parlare che cambia la lingua. Spesso, a mio avviso, siamo troppo esterofili e voi apprezzate qualunque volgarismo straniero, disprezzando, invece, tutto ciò che è nostrano e vivendo con un senso di insicurezza ed inferiorità il confronto con ciò che è americano, ma anche francese o tedesco. Ci manca la consapevolezza di essere un popolo, del valore della nostra cultura (eppure a parole nessuno ha dubbi su ciò), di avere qualcosa da insegnare, da esportare agli altri. Svuotando l’italiano da ogni utilizzo pratico, perché spesso, come abbiamo visto, i termini tecnici, commerciali, finanziari, giornalistici e così via vengono importati dall’inglese, anche quando esistono già, ne facciamo una lingua morta, come il latino, buona solo per essere studiata. Infatti sono anche i professori nelle università che utilizzano un lessico interrotto, cosa ben diversa dallo studiare in inglese per imparare anche quella lingua e le sue terminologie specifiche, che però non dovremmo sostituire all’italiano.

Bene inteso che questa non è una filippica contro lo studio e l’apprendimento dell’inglese, anche perché spesso a dare vita all’itanglese, a questo linguaggio, è chi l’inglese lo conosce solo di riflesso. Quindi una maggiore cultura linguistica, una migliore conoscenza anche dell’inglese aiuterebbe a non fondere e imbarbarire le due lingue. Infatti, persino il nostro Presidente del Consiglio, ebbene sì anche lui è dei vostri, solamente per piacere, chiama una legge della Repubblica italiana jobs act, in cui di italico vi è solo la sua pronuncia, oppure la Marina militare nelle sue campagne pubblicitarie di reclutamento scopre un nuovo mood usando il motto Be cool and join the navy.

Però così avviene solo da noi, ancora una volta pensate alla Francia delle polemiche sulla riforma del lavoro di questi giorni, sulla Loi travail per l’appunto, e poi pensate che voi sul vostro giornale, scritto in itanglese, avete riportato invece la notizia parlando di jobs act francese, cancellando dalla storia la terminologia “legge o riforma del lavoro”. Pensate ora al mercato dei prodotti alimentari e della ristorazione, oppure alla letteratura, all’opera, all’arte, alla cultura più in generale dove è il nome o la desinenza italiana che da valore. Per esempio mi viene in mente il frapuccino o il marchio nespresso e così molti altri.

FrontaliersVi rendete conto che in questi campi è l’italiano che esporta il prodotto e la lingua? Spesso accade che all’estero apprezzino l’italiano e lo vogliano imparare sempre di più per la sua bellezza, per la sua storia, per il patrimonio letterario che ha dato all’umanità, mentre della tua lingua mio caro itanglese non frega niente a nessuno a parte chi deve venderti happy meal a colazione, pranzo e cena. Infatti, notizia di qualche settimana fa, i nostri giornali riportavano, con stupore, che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo, dopo inglese, francese e spagnolo, ma prima di cinese, tedesco e giapponese.

Ora mi rivolgo alla nostra classe dirigente anch’essa che parla itanglese e che spesso dice che la cultura italiana è la nostra leva sul prodotto interno lordo, sulle esportazioni, l’unica nostra risorsa per contrastare i giganti economici mondiali. Vi rendete conto che se uccidete l’italiano, la cultura e la letteratura fatta in italiano, che ci resta da esportare? Forse ci resta ancora l’italietta da pizza pasta e mandolino, ma nient’altro e, attento, che ucciderete anche quella a suon di McMenu. L’italietta d’altro canto è la stessa che ci porta ad essere marginali in politica estera, a subire le politiche degli altri paesi così come subiamo le innovazioni sulla lingua. In poche parole la nostra storia e il valore del patrimonio culturale lasciatoci da chi ha abitato l’Italia prima di noi ci sovrasta e non dimostriamo nemmeno di essere all’altezza nel suo mantenimento. Quel che dico mi sembra evidente e soprattutto pericoloso e dannoso alla nostra comunità, che esiste, dal momento che ci facciamo rappresentare dalla stessa classe dirigente, che poi dovrebbe tutelare il nostro interesse.

Molti di voi sono però sordi a questi discorsi, altri si trovano d’accordo, ma poi è troppo forte la tentazione, è troppo difficile parlare italiano. Infine c’è anche chi si indigna, chi taccia questa polemica di vetero imperialismo o peggio fascismo, la qual sindrome ci preclude pure l’orgoglio nazionale. Insomma non trovi che per una nazione politicamente forte, che garantisca il benessere ai cittadini e la prosperità alle aziende sia essenziale l’apporto culturale, avere un’identità condivisa dalla quale non puoi togliere il patrimonio linguistico? Il che vuol dire prima di tutto “fare gli italiani”. Bene ora mi chiederai come si fa e mi dirai che non ci siamo riusciti in 150 anni. Ti rispondo che è vero e che proprio questo è il problema, anche se siamo una nazione relativamente giovane, ma per crescere e prosperare non abbiamo altra strada. Questa strada passa anche per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio ed identità linguistica.

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