Il fondo: 10 agosto, una storia di cent’anni fa…

saurodi Roberto Menia

Cari lettori,

voglio raccontarvi una storia di cent’anni fa. Al termine scoprirete anche a cosa si è ispirata la testata di questo giornale. Domenica 10 agosto 1916 moriva Nazario Sauro, da Capodistria, impiccato dagli austriaci nel carcere militare di Pola con l’accusa di alto tradimento.
 Tra i più autorevoli irredentisti istriani, emigrò a Venezia nel 1914 per non servire l’esercito austro-ungarico.
 Arruolatosi da volontario nella Regia Marina col grado di tenente di vascello, progettò e compì missioni ardite e continue.

La sua ultima missione prevedeva di forzare il porto di Fiume per silurare alcuni piroscafi militari. Era il 30 luglio 1916 quando Nazario Sauro s’imbarcò, a Venezia, sul regio sommergibile Giacinto Pullino che andrà però a incagliarsi sull’isolotto della Galiola. Sauro, per eludere la cattura, si allontanerà volontariamente da solo su un piccolo battello a remi con l’intenzione di raggiungere le coste dalmate e da qui tentare il rientro a Venezia per continuare la guerra da bordo delle navi italiane. Fu però intercettato e catturato. Dichiarò di chiamarsi Nicolò Sambo, ma non fu creduto e venne quindi sottoposto a interrogatorio. Seguì il processo nelle carceri di Pola, il riconoscimento della sua vera identità, il confronto drammatico con la madre e la sorella – «una tragedia che superò ogni potere di resistenza umana» – che negarano di conoscerlo come anch’egli fece. Condannato a morte per alto tradimento, fu impiccato il 10 agosto 1916. Lasciò al figlio Nino una lettera-testamento, testimonianza sublime e senza tempo di amor di Patria.

Caro Nino, tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d’italiano. Diedi a te, a Libero, ad Anita, a Italo, ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa Patria, giura o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani! I miei baci e la mia benedizione. Papà. Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! e porta il mio saluto a mio padre”.

twitter@robertomenia

One thought on “Il fondo: 10 agosto, una storia di cent’anni fa…

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