Che succede se la Corea usa l’atomica? Un seminario all’ateneo barese

Trezzadi Enrico Fiotico

Nei giorni dell’Internazionalizzazione e del G7 delle finanze che stanno interessando il capoluogo pugliese, anche l’Università degli Studi di Bari apre le porte a dibattiti di respiro internazionale. Nell’Aula Aldo Cossu dell’ateneo barese, si è tenuto ieri pomeriggio il seminario dal titolo ‘Proliferazione nucleare in Estremo Oriente: Il caso della Corea del Nord’. Relatori dell’incontro Nicola Cufaro Petroni, docente del Dipartimento di Matematica, Francesco Celentano, Dottorando di Ricerca in Diritto internazionale, Ugo Villani, Docente di Diritto Internazionale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e già autore di diversi manuali tematici tra cui il testo ‘Dalla dichiarazione universale alla convenzione europea dei diritti dell’uomo’, e l’Ambasciatore Carlo Trezza, Capo della Rappresentanza Permanente d’Italia all’Ufficio Onu per il disarmo.

Le relazioni proposte hanno messo in luce alcuni degli aspetti più rilevanti della situazione nordcoreana, dal rapporto sempre più teso con gli Stati Uniti fino alla nuova elezione nella confinante Corea del Sud, in cui i sudcoreani hanno deciso di accordare a Moon Jae-in, esponente del Democratic Party of Korea, partito di centro sinistra, la fiducia per guidare il Paese.

Una politica più programmatica, aperta al dialogo, attuabile tramite relazioni diplomatiche e meno muscolari. Si presenta così la nuova Corea del Sud, pronta a riaprire i rapporti con Pyongyang. La parte nord dell’isola dal 2011, anno di insediamento di Kim Jong-un, è chiusa nel silenzio diplomatico che ha condannato economia e società civile. Secondo quanto riportato dal dott. Celentano, i rapporti FAO ed UNICEF redatti tra il 2013 e 2016 raccontano di un popolo nordcoreano per il 35% impegnato nelle attività agricole di cui solo 500 grammi del prodotto spetta ai lavoratori quale razione alimentare, il cui lavoro è aggravato da tecnologie nel settore arretrate e da tecniche di sfruttamento delle materie prime quasi medioevali.

Una conseguenza degli investimenti governativi devoluti quasi interamente al settore degli armamenti, campo a cui il terzo discendente dei Kim nordcoreano ha concesso gran parte del suo tempo fin dall’insediamento risalente a sei anni fa.

Non meno burrascoso il rapporto con gli Stati Uniti di cui oltre ventimila soldati sono stanziati in Corea del sud: nelle scorse settimane, infatti, in una visita nell’Area, il vice presidente statunitense Mike Pence, riprendendo le dichiarazioni del presidente Trump, aveva dichiarato che “il tempo della pazienza strategica è terminato”. Intanto, all’appello USA di cessare il programma nucleare nordcoreano, che si è accodato immediatamente anche il premier giapponese Shinzo Abe, senza, come di consueto purtroppo, ottenere risultati evidenti.

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