Auto elettriche e lotta al fossile: l’Ue va ancora in crisi e la Cina ci guadagna

di Leone Protomastro

Stop alle auto a combustibili fossili entro il 2035: la decisione europea ancora una volta è poco più di un titolo buono per avere un po’ di visibilità, mentre il mondo corre su altri binari. Non solo in Italia i 38 milioni di veicoli ultra inquinanti non potranno essere sostituiti per mancanza di denaro nelle tasche dei cittadini, ma in questo modo Bruxelles consegna il destino di un intero settore, l’automotive, nelle mani di Pechino. 

La Cina infatti controlla la stragrande maggioranza delle riserve di litio, da cui si fabbricano le batterie per le auto elettriche. L’ultimo colpo messo a segno dal governo di Xi Jinping è relativo ai tre paesi cosiddetti del triangolo del litio (Cile, Argentina e Bolivia). Da tempo l’amministrazione cinese si è incuneata a quelle latitudini, con progetti a dhoc e con fitte relazioni con i governi locali mentre l’Ue era impegnata a controllare la grandezza delle reti da pesca in Adriatico. 

Il risultato? Un’altra partita che verrà persa dal tandem von der Layen-Michel con le conseguenze che ricadranno su un settore vitale per l’Italia. L’automotive ha già vissuto un biennio complicatissimo per via del covid, quando le vendite sono crollate: ora i potenziali nuovi acquirenti stanno seriamente pensando a pagare le esose bollette di energia elettrica e gas, non avendo altri euro per cambiare l’auto. 

In tutto ciò i vertici europei sembrano vivere su un altro pianeta quanto annunciano la fine di diesel e benzina, come se bastasse un annuncio per trasformare il parco auto di casa nostra in una immensa parata di elettrificazione forzosa. Ma anche ammettendo che ci siano gli euro necessari, le nuove e fiammanti auto elettriche dove dovrebbero ricaricarsi? Per caso sono state installate colonnine in tutti i quartieri, o su tutta le rete autostradale?

E’questa la dimostrazione di un’ennesima iniziativa europea che non trova poi un punto di caduta nella vita reale di cittadini e imprese. L’auto elettrica, al momento, è poco più di un cameo che in pochi possono permettersi soprattutto per un uso cittadino, vista la scarsità di chilometraggio proposto e visto che sono ancora pochissimi gli italiani dotati di pannelli solari che possono ricaricare l’auto nel proprio garage. 

Inoltre i dati diffusi da Federauto dicono molto più di tante promesse o degli annunci europei: -22,7% è il dato relativo al calo delle vendite nel nostro paese nei primi sei mesi del 2022. Inoltre emerge che solo l’1,9% di chi ha acquistato una nuova auto nell’ultimo lustro ha scelto l’elettrico. Ce n’è abbastanza per interrogarsi su come sia stato possibile solo immaginare la data del 2035 come anno zero dell’elettrico, senza contare che in tutta Europa si potrebbe perdere mezzo milione di posti di lavoro. 

Appare evidente che il combinato disposto della fine dell’era merkeliana da un lato e dall’incapacità di generare una solida e credibile leadership europea dall’altro, abbia lasciato il vecchio continente nelle mani di timonieri non all’altezza delle nuove sfide. Lo dimostrano i molteplici dossier che vedono l’Ue soccombere dinanzi a tutti gli altri players. 

Ma non è tutto, perché purtroppo le sventure non vengono mai sole. Il presidente di Federauto, Adolfo De Stefani Cosentino, ha lanciato un altro allarme relativo al regolamento Vber (Vertical block exemption regulation): peggiora le condizioni di acquisto per i consumatori, oltre a mettere a rischio ben 72.000 posti di lavoro nel nostro Paese. “Il modello distributivo voluto dalla Commissione europea retrocede i concessionari al ruolo di semplici agenti e rischia di mettere a repentaglio l’1,8% del Pil, con un minor gettito fiscale del 3%” ha osservato.

Dal momento che si tratta di osservazioni di merito avanzate da tecnici ultra preparati, e non da oppositori tout court, sarebbe utile che anche nei corridoi ministeriali si prendesse coscienza di un dato: non può essere una giustificazione il fatto che l’Italia si trova ad affrontare il post covid e la crisi energetica post guerra. Decisioni sbagliate, per problematiche sottovalutate (ciò che caratterizza taluni attuali ministri italiani) sono il nemico da contrastare con politiche attive e lungimiranti: ritardare contromosse e scatti in avanti porterà ancora più difficoltà ad un paese che, peggio di altri, sta gestendo questa fase di scomposizione mondiale. 

@primadituttoitaliani

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