Il dovere della politica italiana dinanzi alla libertà di manifestare e al divieto di additare genericamente un intero popolo, così come fatto negli anni bui hitleriani, è uno solo: parlare chiaramente, non cavalcare l’odio per fini propagandistici, richiamare tutti ad un senso della misura e soprattutto non avvelenare i pozzi.
Purtroppo invece aumenta in Italia sempre più quella spiacevole contaminazione tra certa sinistra (la solita) e sacche sociali utilizzate come spartiacque tra la civile espressione e la più bieca discriminazione. Nelle piazze pro-Pal stanno spuntando pericolosi semi di antisemitismo, foraggiati da chi ha abbracciato la causa palestinese solo in chiave anti-Netanyahu. Ma senza valutarne le conseguenze nella pancia del paese.
La posizione espressa dal governo italiano in questo senso è stata equilibrata: due giorni fa alla Camera il ministro degli esteri Tajani ha chiesto un minuto di silenzio per tutte le vittime, cittadini di Gaza e cittadini israeliani massacrati da Hamas. Il punto di congiuntura tra politica e fatti è questo: non un equilibrio di facciata, come scriteriatamente hanno osservato dai banchi dell’emiciclo sinistro, ma la logica postura di chi governa un paese e attua riflessioni conseguenti.
Senza il 7 ottobre nulla sarebbe iniziato a Gaza; oggi è imprescindibile cessare il fuoco e proteggere i civili nella striscia, lavorando al contempo per la soluzione due popoli e due stati, evitando altresì che Hamas metta le mani sugli aiuti umanitari e sui contributi che nel tempo sono arrivati a Gaza da tutto il mondo. Nessuno ha la presunzione di ritenere che sia semplice, ma è l’unica strada percorribile.
Prima però va additata certa politica, che istiga la piazza e rafforza l’antisemitismo, tanto in Italia quanto altrove. Un atteggiamento che va cerchiato in rosso e criticato, senza se e senza ma.


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