Forse qualcuno ha nostalgia di giorni grigi, in cui Renzi non veniva invitato ai caminetti europei o Conte chiedeva a Merkel come fare a fare il premier, ricordando quel film di Totò e Peppino a Milano dinanzi ad un vigile urbano allibito.
Stanno provando a tirare in ballo la Costituzione gli oppositori del governo, pur di richiamare l’attenzione generale sul board di Gaza che Donald Trump ha convocato per giovedì prossimo a Washington e a cui l’Italia sarà presente come osservatore.
Una sollevazione portata avanti in trasmissioni televisive e con lanci di agenzie che hanno oggi accompagnato un dibattito che, soprattutto sui soliti media, si fondava su questo assunto: l’Italia regredisce sul fronte dei diritti, va in contrasto all’Onu e alla carta, segue i desiderata di Trump e avrebbe potuto mandare qualcuno al suo posto (come il commissario Ue Fitto): tutto pur di screditare un soggetto che, invece, avrà occhi e orecchie su quell’assise, intanto per due ragioni.
Primo: l’Italia non è spettatrice a quelle latitudini, anche se la sinistra pro-pal e giustificazionista del massacro del 7 ottobre non lo capisce, dal momento che Roma è forse l’unica Nazione capace di mediare in un fazzoletto di terre complicatissimo e alla luce della sua lunga e autorevole esperienza. La presenza a Palazzo Chigi del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas lo scorso dicembre ricevuto dalla premier lo dimostra ampiamente.
Secondo: ricostruzione e mantenimento della pace sono due obiettivi nelle corde dell’Italia, sia perché non ci mancano aziende iper qualificate, sia perché i Carabinieri già operano in Cisgiordania.
Per cui giovedì prossimo a Washington, al pari della commissaria europea Suica e della presidenza di turno cipriota dell’Ue, ci sarà anche l’Italia ad osservare come trasformare Gaza da crisi a opportunità. Con buona pace dei pro-pal italiani.


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