Non che sia un tema classico che i comunisti porterebbero all’esame di maturità o su cui farebbero una tesi di laurea. Ma la difesa, piaccia loro o meno, è sempre più pilastro della programmazione strutturale di governi e istituzioni.
Ciononostante la segretaria del Pd Elly Schlein ha formulato una tesi alquanto approssimativa, se non ampiamente contraddittoria, sull’argomento.
Ha sostenuto l’assunto “sì a difesa comune, no a riarmo singoli stati”. La domanda è semplice, direbbe il professore vedendo l’alunno in grosse difficoltà: ma come si fa a costruire una difesa in comune se non partendo proprio dal contributo dei singoli paesi membri? Il candidato risponda.
Ed ecco il punto. Quando Schlein sostiene che “in questi anni si è presa la strada dell’insistere solo sulla strada della priorità del riarmo” e che “noi siamo convinti sostenitori della difesa comune europea che è ben diversa dal riarmo dei singoli Stati” dimostra un piglio ideologico sulla questione, preoccupata di tenere buona la parte sinistra della sinistra Pd.
Per intenderci, i pacifinti o gli scioperanti del venerdì perché poi su altre crisi, come quella in Sudan o in Iran, tutto tace. Al di là della polemica politica, è questa l’ultima modalità di approccio ad una questione delicata e dirimente come la difesa.
A maggior ragione in tempi complicati come questi, in cui commettere un altro errore (dopo quelli commessi da Ue e governi vari, italiano compreso, negli ultimi dici anni) equivale a spalancare le porte a chi ignora il diritto internazionale e i trattati.


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