“Quando per tre edizioni non ci qualifichiamo per il mondiale, forse sarebbe bene fare qualche riflessione, forse varrebbe la pena immaginare che ci sia bisogno di rifondare il calcio italiano, rimettere in discussione alcuni presupposti”.
Le parole del ministro dello sport, Andrea Abodi, sul destino dei vertici della Federcalcio dopo la cocente eliminazione dai Mondiali di ieri sera sono la strada giusta per ricominciare da zero e rifondare un settore che non è solo sport, ma abbraccia una miriade di territori interconnessi, come sociale, welfare, business e passione. Vuol dire che l’unica cosa che non bisogna fare è non fare tesoro di questa ennesima sconfitta, “sarebbe ancora più grave”.
Il riferimento è ad un ventennio in cui non si è seminato a sufficienza, con il risultato che non si riescono a produrre gli effetti sperati. Non va sottaciuta, inoltre, un’eredità di esperienze in molti casi negative. Ad esempio c’è chi chiede più spazio per la Nazionale durante l’anno e poi non trova un buco fra i calendari, o chi invoca la crescita di giocatori italiani ma poi inonda di stranieri tutte le squadre di serie A.
Di esempi negativi da citare ce ne sarebbero molti, a partire da quello studio sulle riforme da fare firmato anni fa da un certo Roberto Baggio e che fu cestinato ancora prima di essere letto per intero. Troppo scomode quelle pagine?
I settori giovanili, inoltre, sono un altro pezzo del made in Italy: così come si è riusciti a valorizzare al meglio il marchio italiano nei cinque continenti su svariati settori (cibo e design su tutti), anche i giovani ragazzi che giocano a pallone devono cambiare registro e, prima di loro, chi organizza il sistema tutto. Magari copiando da altre specialità dove i risultati sono ottimi, come il tennis.
Infine una nota tecnica: la Nazionale Brasiliana ha ingaggiato un certo Carlo Ancelotti, il cui curriculum è a dir poco solido. In generale vanno bene i giovani come Gattuso, ma non vanno fatte scelte al buio. E soprattutto senza la necessaria esperienza sul campo.


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