Dicevano che non sarebbe cambiato nulla, che mai e poi mai Roma avrebbe convinto Bruxelles a valutare strade alternative. C’erano i trattati, i paesi di prima accoglienza che, in solitudine, portavano il peso di un’accoglienza scriteriata che in passato ha trasformato Lampedusa e Lesbos da isole a lazzaretti.
E invece dopo quasi quattro anni di lavoro, analisi, riflessioni e proposte concrete (non slogan buoni per i salotti televisivi italiani, apparecchiati ad hoc contra personam), ecco che la plenaria di Strasburgo del Parlamento Ue ha approvato con 418 sì, 218 no e 30 astensioni l’accordo raggiunto sul nuovo regolamento rimpatri.
I segnali che Roma ha inviato sono due, uno all’esterno e uno anche all’interno.
L’Italia ha convinto l’Ue: è questo un dato di fatto incontrovertibile, per cui l’Europa, quella che oggi qualcun’altro critica strumentalmente senza essere riuscito (o aver anche solo minimamente provato) a cambiarla dall’interno, ha deciso di dare il via libera ai “return hubs”.
Per cui, dopo l’ostruzionismo giudiziario, ripartono i centri in Albania che hanno fatto scuola in Europa, mentre per la sinistra dei no si profila una sonora sconfitta.
Tre gli aspetti salienti del provvedimento. Protezione per chi ne ha diritto, rimpatri più rapidi ed effettivi per gli irregolari, sicurezza interna che collima con meno caos e improvvisazione, quella dimensione che favorisce anche l’infiltrazione di terroristi: la svolta nelle politiche migratorie dell’Ue è merito dell’Italia.
Dunque con Giorgia Meloni sbarchi in calo e più rimpatri. Anche perché i conservatori meloniani di FdI e di Ecr lo avevano promesso prima di vincere le elezioni e anche durante questi 4 anni: vanno difesi i confini.
Altri continuano a chiederlo (a tempo scaduto) ma senza averci lavorato nemmeno un secondo.


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