Di nuovo con la valigia in mano, ma la colpa è del sistema Italia. Parola di Seminerio

seminerioDi Enrico Filotico

La Germania viene a fare la spesa in Puglia. Si è tenuto infatti lo scorso 29 Settembre un Workshop organizzato da Eures Lecce in collaborazione con Eures Puglia. L’evento tenuto dai funzionari dei servizi di un’azienda tedesca, la Bundesagentur für Arbeit, ha aperto a nuove possibilità di lavoro oltre le Alpi. Abbiamo chiesto a Mario Seminerio, giornalista ed economista, già portfolio manager di fondi comuni d’investimento mobiliare ed analista macroeconomico presso una primaria Società di Gestione del Risparmio italiana, cosa ne pensasse di questa nuova ondata di emigrazione dall’Italia verso il resto del mondo.

Con un evento di questo tipo la Germania vuole acquisire le professionalità pugliesi che già si sono formate nel nostro Paese?

Io come considerazione preliminare non colpevolizzerei la Germania, anzi credo che il vero responsabile sia il sistema-paese di questo Paese. L’Italia ha un grande capitale umano e non si può pretendere che i nostri giovani aspettino in eterno un lavoro, finendo poi con impieghi umilianti rispetto alla loro professionalità. Meglio che vadano via. Il mercato è grande e quindi tanto vale innescare dei processi di mobilità. Naturalmente questo non mi fa piacere, ma semplicemente testimonia la disfunzionalità di questo Paese. Non importa se a venire da noi sia la Germania o un’altra entità straniera che si trova con un fabbisogno di competenze qualificate da reclutare: la disoccupazione è un problema nostro e non c’è nessun modo di colpevolizzare chi viene ad acquisire queste professionalità. Lasciar andare tanti professionisti è un segnale di debolezza nostro, non griderei al furto.

Questa nuova forma di emigrazione 2.0 è un segno della sofferenza dell’Italia alla voce benessere?

E’ un segno della sofferenza dell’Italia alla voce sviluppo, innovazione e crescita. Il benessere è una conseguenza di queste tre cose. E’ uno spreco vedere i giovani italiani che vanno all’estero perché non hanno opportunità qui. L’auspicio però è quello di vedere i nostri giovani migliorare le loro competenze grazie a queste esperienze fuori dai confini nazionali, sperando poi che un domani questo capitale umano   torni in Italia più preparato e forte di prima. E’ possibile vedere questo brain drain in maniera positiva, se saremo bravi riporteremo i nostri cervelli in Italia. Non è altro che una sorta di investimento per il futuro.

Le grandi menti stagnano in Italia e lasciare fermi questi ragazzi non sarebbe proficuo per gli interessati, né per la nostra comunità nazionale. Bisogna cominciare a fare in modo che questi cervelli possano tornare però, di parole se ne sono dette fin troppe. Oggi il deserto italico è abitato solamente da anziani attaccati ad uno Stato sempre più moribondo.

Lei si è laureato con una tesi sul cambiamento culturale nelle organizzazioni complesse. Il cambiamento in Italia c’è stato davvero?

Quella tesi che ha un titolo tanto lungo da sembrare un film di Lina Wertmuller, cercava di dimostrare che se all’interno di un’organizzazione complessa non c’è adesione sui singoli, tale organizzazione è destinata a scomparire presto. Scioperi bianchi, l’esempio più facile da comprendere.  Quando un dipendente esegue alla lettera il regolamento, blocca lo sviluppo dell’organizzazione. Chiaramente sono diversi i motivi per cui questo potrebbe accadere, ma il lavoratore che non si sente valorizzato dall’organizzazione non da più di quanto non gli sia stato chiesto, creando così una reciproca diffidenza. La mia tesi scritta oramai tanti anni fa è ancora molto attuale in Italia: la comunità è fortemente divisa al suo interno, corporativismo estremo e divisioni in gruppi sociali tendono a far sì che in questo Paese tutti tirino il freno a tutti oppur tutti denunciano l’altro accusandolo di essere stati fregati.

La sua esperienza lavorativa ormai ventennale l’ha portata in grandi organizzazioni nazionali ed internazionali, come valuta la sua esperienza nelle aziende straniere?

Nel corso degli anni sono cambiate molte cose, perciò non mi sento di poter dare un giudizio categorico. In questi anni però mi sono accorto sicuramente di un dato, nelle organizzazioni stranire ho trovato molta più linearità e rispetto per le individualità, cosa che purtroppo non mi sento di dire di quelle italiane. L’obiettivo all’estero è quello di valorizzare le persone.

Tornando al Workshop in Puglia.  La Germania punta ad essere fiscalmente attraente come lo è l’Inghilterra in questo momento?

No, non credo. La Germania non punta ad attrarre capitale umano e finanziario sulla base di benefici fiscali, i tedeschi in fin dei conti non hanno una struttura tributaria leggera, certamente dotata di un welfare efficace, ma non troppo dissimile da quella italiana. Il Regno Unito ad oggi vanta una tassazione più bassa, spesa pubblica più bassa e il nucleo centrale del welfare è puntato su sanità e pensioni. Quindi no, la Germania non sta seguendo il modello anglosassone. Oggi oltre Manica ci si rapporta con una tassazione bassissima e con uno sviluppo tecnologico sempre incalzante, il Regno Unito sta infatti portando all’interno dei suoi confini  diverse nuove aziende grazie ad una sistema di attrazione fiscale che permette a chi deposita di non essere gravato dalle tasse. La Germania invece fa leva sulla sua tradizione ingegneristica d’eccellenza,  il mercato tedesco è infatti impostato in maniera completamente diversa e non intende porsi come polo di attrazione fiscale.

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