Fare il console al tempo della spending review “Doveri e oneri. Ma la diplomazia va rafforzata”

campanaledi Francesco De Palo

Tagli verticali alle risorse (si legga alla voce spending review firmata da Carlo Cottarelli), una contingenza in cui aumentano esigenze e richieste di cittadini in continuo movimento tra Stati, a fronte di un impegno che per quanto riguar­da i consolati onorari non viene retribuito. Come cambia il ruolo dei Consoli alla luce delle enormi difficoltà che non solo il vecchio continente ma tutto il globo attraversa? Prima di tutto Italiani ha incontrato per analizzare trend e scenari il prof. Stelio Campanale, Regional Chairman per il South Europe della World Federation of Consul (FICAC), che ha celebrato in questi giorni la propria “First South Europe Conference”, a Bari in Italia.

Essere consoli nell’epoca contempora­nea: come si evolve il vostro impegno?

Innanzitutto significa esercitare la propria attività in un momento in cui sono accresciute le aspettative dei cittadini-utenti rispetto ai servizi che dovreb­bero essere garantiti dalla pubblica amministrazio­ne. I cittadini, in particolare quelli di democrazie più avanzate, si attendono che i servizi normalmen­te erogati nel luogo di residenza debbano essere estesi ed assicurati anche al di là del proprio Stato nazionale. Per cui il consolato tende ad essere visto sempre di più non già come un luogo a cui rivolger­si in casi di emergenza, ma sempre di più come un ufficio a cui rivolgersi per il disbrigo di determinate attività burocratiche-amministrative alle quali, abi­tualmente, si fa ricorso a casa propria oppure per la ricerca di interlocutori con cui avviare relazioni d’affari o iniziative culturali.

Ciò cosa determina, in particolare in tempi di crisi e di spending review?

Un impegno pressoché costante, come lo è per chi svolge attività all’interno del proprio territo­rio in qualità di funzionario pubblico o ufficiale di stato civile. In un momento di crisi della politica e di fiducia dei cittadini verso le istituzioni, anche il console subisce il clima di generale disaffezione verso l’Amministrazione del “Paese di invio”. Da parte del cittadino-utente si registra una generale insoddisfazione che viene scaricata su di noi, pa­rificati nell’immaginario collettivo ad un apparato inefficiente e costoso. Ma spesso si ignora che chi presta loro quel servizio, che nella loro nazione è assicurato da funzionari regolarmente retribuiti con oneri a carico della collettività, nel caso dei Consoli onorari lo assolve a titolo gratuito; e que­sto aspetto, purtroppo, non viene apprezzato e suf­ficientemente considerato.

C’è anche un elemento di carattere so­ciale quindi?

La crisi con le sue difficoltà porta un’ulteriore in­soddisfazione da parte del pubblico, per cui anche noi veniamo equiparati a quei soggetti che si riten­gono responsabili di tale situazione.

Meno ambasciatori e più consoli: un ono­re, o solo più oneri?

La spending review ha fatto sì che, da un lato si riducesse sempre di più il numero dei funzionari consolari di carriera, i cosiddetti consules missi, au­mentando quello dei consules electi ovvero scelti dagli Stati per poter prestare determinati servizi a titolo onorario, dall’altro, specie per le economie più deboli, si sopprimessero, attraverso l’accorpa­mento con quelle ubicate in altri Paesi, oppure so­stituendole con uffici consolari, sedi di Ambascia­te. La circostanza che gli Stati abbiano sempre più occasioni di confronto in consessi internazionali, come Nato, Onu, Ue, Wto, fa sì che ci siano sem­pre più incontri al vertice tra chi materialmente guida la politica estera nazionale. In conseguenza di ciò si sono ridotte sensibilmente le occasioni di intervento ed il coinvolgimento degli Ambasciatori, proprio perché le istanze del Paese rappresentato vengono manifestate in altri contesti in cui si nego­ziano, ad esempio, i passaggi preparatori di negozia­ti o trattati.

Minor necessità di ambasciatori uguale maggior necessità di consoli?

Sì, dovuta al fatto che in realtà quella porzione di politica estera che si estrinsecava attraverso il ruo­lo degli ambasciatori si è ristretta, mentre la fun­zione di servizio ai cittadini è aumentata, anche in conseguenza dell’accresciuto numero di adempi­menti burocratici. Per cui il console che si occupa di attività amministrative e burocratiche ha ogget­tivamente un impegno maggiore, anche in virtù del crescente fenomeno della mobilità della popola­zione mondiale – non intesa come migrazione, ma mobilità di persone – che viaggiano da uno Stato all’altro, stabiliscono la propria residenza in un’al­tra nazione, contraggono matrimoni con stranieri, intraprendono attività economiche oltreconfine. La globalizzazione, accanto a spostamenti veloci e meno cari, quindi più facili, fa sì che inevitabilmente cresca la domanda di assistenza da parte delle Au­torità consolari, comportando la necessità che si incrementi il loro numero.

La circostanza che alcuni Stati abbia­no abdicato alla politica internazionale come si intreccia con tali valutazioni?

E’ il caso della politica estera europea, che ha no­minato un rappresentante ad hoc, ovvero un sog­getto che svolge il proprio ruolo a beneficio di tutti gli Stati membri. Ciò a maggior ragione ha ulterior­mente circoscritto il ruolo degli Ambasciatori. Al contrario, sopravvivono, anzi piuttosto si rafforza­no, le esigenze di favorire scambi ed attività com­merciali internazionali, la cooperazione fra Stati e la promozione di eventi culturali, attività in passato curate dagli addetti culturali o commerciali delle Ambasciate. Tutto ciò oggi finisce per ricadere, in buona parte, sulle spalle dei consoli, di carriera op­pure onorari, la cui dotazione è rimasta immutata al contrario delle aumentate esigenze.

La diplomazia sempre più al centro della geopolitica alla luce dell’attualità: dove ha fallito nel caso dell’Isis e delle sanzio­ni a Mosca?

La diplomazia è un’arte che si sviluppa fondamental­mente allorquando c’è la necessità di far dialogare Stati o organizzazioni internazionali o sovranazio­nali riconosciute. L’Isis di per sé non è un inter­locutore costituito come tale, non è riconoscibile, non è governata da uno Stato né eterodiretta così come si usa dire per la Repubblica Nord di Cipro o per le autoproclamate Repubbliche indipenden­ti all’interno del territorio ucraino che hanno alle spalle altri Paese (la Turchia nel primo caso, la Rus­sia nell’altro, ndr.). Diventa complicato, quindi, per la diplomazia intraprendere e gestire un rapporto con l’Isis. Avrebbe potuto avere, invece, un ruolo significativo per riuscire a creare un “cordone sani­tario” di più Paesi attorno all’Isis. Ma la diplomazia ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi ritmi, lavoran­do sotto traccia.

E invece?

Con i ritmi dei media moderni la diplomazia ha dif­ficoltà a lavorare perché è superata dall’invasività dei mezzi di informazione, che spesso costringono gli intervistati, figure apicali dei propri governi, a risposte talvolta avventate e non meditate. Men­tre da sempre è riconosciuta come un’arte della mente, essendone una sua estrinsecazione, piut­tosto che della bocca. Le sanzioni a Mosca sono state inevitabilmente l’unica misura applicabile nei confronti di uno Stato che stava supportando gli insorti che premono per la successione dall’Ucrai­na. Però la diplomazia non ha avuto possibilità ed il tempo di lavorare a fondo sulle singole sanzioni, cosicché, a mio modesto avviso, si è fatto ricor­so ad una terapia d’urto (le sanzioni) per impedire l’aggravamento di una patologia, tralasciandone la cura. La cura all’evento sarebbe potuta essere pro­prio la diplomazia, che non è riuscita a stemperare l’onta rappresentata dalle sanzioni per un grande potenza quale è la Russia, i cui effetti collaterali non sono stati leniti.

Nel Mediterraneo si sta consumando, nel silenzio generalizzato, l’aggressione turca al gas di Cipro, anche con minac­ce ad aziende italiane, e con la contem­poranea presenza di una fregata russa, sei caccia israeliani, due navi oceano­grafiche turche e un sottomarino greco: come affrontare diplomaticamente que­sto nodo?

Sino ad oggi non si è mai utilizzata una dicitura ad hoc per l’occasione: la questione turca. E’ uno dei rari casi in cui una posizione particolarmente stra­tegica, dal punto di vista politico-militare, di uno Stato ha comporta un beneficio immenso; alla Tur­chia sono perdonati determinati atteggiamenti che ad altri Paese ed in altri contesti non sarebbero mai ammessi. La Turchia ha da sempre rappresenta­to l’alleato fondamentale dell’Occidente bloccando l’uscita della flotta russa al di fuori dei Dardanelli: il fatto che fosse il miglior guardiano della strategia anti russa della Nato, di cui è membro, le ha per­messo di svolgere un ruolo significativo durante la Guerra Fredda. Se non ci fosse stata la Turchia pro­babilmente oggi l’asse politico, che ancora esiste tra Siria e Russia, sarebbe stato esteso anche ad altri Paesi geograficamente confinanti.

Una specie di bonus a vita?

Chi può dirlo? La Turchia, grande nazione con un passato imperiale glorioso, è stata ed è ancora oggi, anche nei confronti dei Paesi arabi, una base logistico-militare in Medio Oriente, in mancanza della quale anche lo stesso Israele sarebbe stato meno sicuro. Ciò fa sì che la comunità internazio­nale abbia preferito tollerare determinati compor­tamenti che talvolta hanno rappresentato una vio­lazione dei diritti di buon vicinato: una delle regole tradizionalmente tipiche del diritto internazionale.

twitter@PrimadituttoIta

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