Come nasce “Je suis Charlie”, la sindrome che invade un Occidente preso dal selfie

charlie-hebdo1_0di Enzo Terzi

Solo una volta, dal giorno degli accadimenti, ho pubblicamente manifestato una opinione. L’ho fatto il giorno stesso quando, sull’onda emotiva dell’immediatezza ha iniziato a circolare, diffondendosi in maniera esponenziale, la scritta: “Je suis Charlie”. La mia manifesta solidarietà, volontariamente modificata, è stata: “Je suis contre qui tue Charlie”. Era ed è, oggi ancora probabilmente, l’unico dato certo. Non si uccide. Anche se tutti lo fanno, da qualsiasi dei punti cardinali provengano, di qualunque religione, ideologia politica, strato sociale, livello culturale.
E tutto accade sempre seguendo uno schema fin troppo infantile, che uno come Vladimir Propp decodificherebbe in pochi secondi. Nel suo saggio “La morfologia della fiaba”, Propp aveva individuato degli elementi costanti e ricorrenti all’interno delle storie e, anche se nell’occasione dovremmo parlare di una “fiaba noir”; le dinamiche sono assimilabili.

Individuiamo dunque:
l’antagonista: nel nostro caso gli assassini (credo sia il termine più corretto per citarli);
il mandante: nel nostro caso non necessariamente una persona, quanto una ideologia deviata;
il mandante occulto: gli interessi; il premio: verrebbe qui da pensare allo Jannah, il paradiso che attende il combattente per fede; l’Eroe o la vittima: in questo caso le vittime; il padre dell’eroe: la democrazia e le leggi francesi in tema di libertà di espressione; il falso eroe: colui che fa della sorte dell’eroe/vittima uno strumento per promuoversi; a questo elenco che vede tutti gli attori principali schierati in bell’ordine manca un dato fondamentale: l’ambiente. L’ambiente siamo noi. Un ambiente rumoroso, cacofonico, indeciso, ondivago, timoroso, impreparato; tutte caratteristiche che manifestano quanto si sia inermi di fronte a vicende come questa, che a detta dei più informati (dei più “saputi”, obietto) erano invece più che prevedibili, anzi, quasi preannunciate.

Preannunciate sì e non solo da rapporti ultrasegreti di organismi altrettanto segreti, ma – ad esempio – anche nell’inquietante romanzo di Michel Houellebecq – uscito proprio il 7 gennaio –, dal titolo “Sottomissione” (Soumission), storia che ipotizza una sottomissione della Francia all’Islam e dove, con esatta premonizione si narra: “… Basta ripensare a quel giorno in cui un pugno di giovani volendo vendicare il loro profeta, uccisero a sangue freddo i pubblici blasfematori, quindici giornalisti e caricaturisti …” (Il suffit de repenser à ce jour où une poignée de jeunes, voulant venger leur prophète, tuèrent de sang-froid les blasphémateurs publics, quinze journalists et caricaturistes).

Ed oggi, passati pochi giorni, spente le luci della ribalta, luci che nel frattempo avevano quasi del tutto lasciato nell’ombra fatti di sangue ancora più terribili (ma forse solo perché erano lontani da casa ed in posti dove certi modi rappresentano per l’occidente la normalità come in Nigeria), dopo le risposte ufficiali del gotha europeo e dopo che sulle stesse si è sbizzarrita tutta la possibile indignazione per l’ipocrita pantomima del ritrovato spirito europeo, si prendono in silenzio (ma anche in fretta perché si deve dimostrare al cittadino una qualche sorta di efficienza) misure “preventive” a protezione dei cosiddetti “obiettivi sensibili”, siano essi persone o cose (nella Basilica di San Petronio a Bologna ad esempio, dove si conserva un dipinto raffigurante Maometto all’inferno, si entra solo dopo un controllo da parte della Polizia).
Altri luoghi sono maggiormente sorvegliati, altre persone munite di scorta, poiché, si dice, siano tutti presunti obiettivi dell’ISIS. C’è che in questo pullulare di Forze dell’Ordine si percepisce una sorta di minaccia generalizzata e onnipresente e, per contro, si rischia di sentirsi ancora più “accerchiati” dall’invisibile. Ordunque, ribadita la condanna per il plurimo omicidio vanno fatte altre constatazioni.
Intanto stavolta non si è trattato di un obiettivo pubblico, la cui distruzione e perdita di vite umane avrebbe fatto pagare il conto solo a chi disgraziatamente fosse stato presente (vedi in primis gli attentati di Londra e di Madrid). Stavolta era un obiettivo mirato, consapevole, che ha visto vittime “di passaggio” solo durante le concitazioni della fuga. Segno evidente che l’emissione di una fatwa (come per l’irano-inglese Salman Rushdie) non era più condanna sufficiente, probabilmente per la reiterazione della blasfemia.

Poi il fatto che costoro fossero giornalisti (a parte due membri delle Forze dell’Ordine ma quelli non fanno notizia). Una categoria strana quella giornalistica, perennemente sottoposta all’infamia nella normale routine giornaliera (non che in molti non la meritino) per poi diventare paladini, simboli e testimoni della democrazia. E non essendo inviati speciali come quelli recentemente sgozzati, si è andati a casa loro. L’adagio recita: se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna. Una rivisitazione con tanto d’interessi dell’ebraico “occhio per occhio, dente per dente”.
Ma l’Europa è sembrata stavolta insorgere (per qualche giorno almeno) con vasta partecipazione in quasi tutti i paesi non solo da parte della popolazione tutta munita di cartellini identificativi “Je suis Charlie” (anche se la maggior parte di loro non ne conosceva né l’esistenza né tanto meno il contenuto), ma anche delle istituzioni. E ciò non per manifestare sull’attentato in sé, quanto per ciò che si è voluto rappresentasse: un simbolico attacco alle democratiche istituzioni europee sulla libertà di espressione (espressione e non già, in questo caso, informazione).

Se tuttavia alla marcia commemorativa in prima fila abbiamo visto presenziare personaggi come Davutoglu, Presidente di una Turchia che vede nelle proprie prigioni decine di giornalisti che si sono espressi in modo contrario al governo, o Benyamin Netanyahu, Primo Ministro d’Israele dove recentemente con una serie di giustificazioni artificiose ha chiuso la radio Kol ha-Shalom e sta probabilmente inducendo alla chiusura la televisione Canale 10 (di tendenza antigovernativa), o ancora Antonis Samaras da poco ex Primo Ministro greco, patron della recente e confusa chiusura della televisione pubblica ERT e poi Mahmooud Abbas Presidente dello Stato di Palestina dove nel solo primo semestre del 2014 sono state riscontrate circa 200 violazioni sulla libertà di stampa (132 delle quali operate dall’esercito israeliano) per non tralasciare Abd Allāh I Re di Giordania dove un recente rapporto indica che circa l’80 per cento della stampa subisce fortissime pressioni governative, ecco che la versione “risposta all’attacco alla libertà d’espressione” fa acqua da tutte le parti*.

Ma qualcosa che non fosse un esplicito richiamo all’orgoglio europeo tale da poter scatenare apertamente una caccia agli eretici (oltre a dare mano libera a scomodi avversari politici), andava pur trovato perché la gente ha bisogno comunque di trovare una risposta all’ondata emotiva che esplode in questi frangenti, una risposta alla paura ed all’istintiva sensazione di sentirsi indifesi. Perché avere risposte infonde un senso di sicurezza e, per conseguenza, di protezione. E meno male che abbiamo il conforto della stampa d’informazione che ci avverte con grossi titoloni che “era prevedibile e che da tempo la Francia era nel mirino”. Ma non è colpa loro se non sono stati ascoltati: sono stati semplicemente tacciati subito di allarmismo e di voler alzare i toni dello scontro inter-religioso. Ora possono tornare alla ribalta per poter accusare la latitanza delle istituzioni in materia di vigilanza, il romanzo di Houellebecq sta andando a ruba, così come le vendite di Charlie Hebdo.

Ma la paura resta e quindi cosa meglio di un simbolo nel quale potersi emotivamente riconoscere per fare gruppo e muro contro questo inafferrabile pericolo che sembra non rendere più sicura neanche una visita al mercato? Nasce così “Je suis Charlie”. Nasce dall’incapacità di razionalizzare singolarmente un evento di tale drammatica portata. Nasce portando con sé tutto il carico di incertezza che questi ultimi anni di crisi dove il concetto di democrazia non si è più accompagnato a quello di benessere sta, per molti, diventando insopportabile. Ed un nemico comune, più o meno identificato, placa per qualche giorno l’ansia da insicurezza. E su questo nemico si rivolge il j’accuse generale tanto da pretendere da tutti coloro che seppur nell’onestà praticano quel credo, tutti i mea culpa e tutti i giuramenti di dissociazione possibili. Nasce così un’altra sindrome, quella del “non in mio nome”, perché anche loro si ritrovano ancor più stranieri in terre nelle quali già molto spesso non era facile convivere e si innesca un altro filone di paura, quello della responsabilità indiretta e condivisa. E la fiera dei selfie (oramai una moderna versione dell’autocertificazione) straripa su ogni ordigno elettronico dotato di video.

E tanto più pretendiamo rigore dagli altri, tanto più ci troviamo immersi in quella che Kant (scomodiamo anche lui visto che tanti altri sono stati chiamati in causa) definì come la “notte nera in cui tutte le vacche sono nere” (dalla prefazione alla “Fenomenologia dello spirito”), tanto brancoliamo nelle pieghe oscure del sospetto, della sottile differenza che possa etichettarci, del segnale che possa farci storcere il naso ed additarci come non allineati a quell’integralismo laico che oggi, in un continente che conta centinaia di milioni di credenti, sembra doversi uniformare pena robesperriane reprimende . Ma abbiamo bisogno di ridefinirci e riconoscersi in qualcosa. Abbiamo bisogno di ritrovare strade da seguire.
Accetto pienamente di essere “Charlie” se “Charlie” è simbolo del “non uccidere”. Solo per quello.
Ma, nel contempo, non sono Charlie perché non posso dire di condividere i contenuti di quel magazine in toto. Questione secondaria si dirà (ad esclusione degli integralisti laici per i quali il principio vale ed il contenuto è solo un mezzo per rafforzare il principio). In questo momento ciò che si dice serva è la determinazione, la compattezza, un ritrovato spirito “nazionale” per i francesi, “europeo” per i fratelli comunitari ed “occidentale” per tutti quelli ad ovest del Bosforo per dimostrare – più a noi stessi che al resto del mondo in verità – di aver recuperato se non altro la sensazione di non essere soli che già tanto lo siamo in casa nostra tutti i giorni nella lotta quotidiana dove chi non riesce a farcela è per incapacità e chi si suicida è per vigliaccheria.

Abbiamo i nostri morti e moribondi senza sparare un colpo. Ma non ho visto in questi ultimi anni nessun corteo di capi di stato per queste tragedie. E quelli popolari sono sempre più selettivi, corporativi, settari, tanto da sembrare più legati a corporative rivendicazioni che non alla richiesta di un welfare più sostenibile e più etico.
Ma il nemico comune è una gran cosa. Talvolta compie miracoli. Si creano alleanze, si gioisce di obiettivi comuni, ci si sente più forti, si scambiano parole e cenni d’intesa anche con coloro (magari vicini di casa) con i quali da mesi, se non da anni, non è mai risuonato nemmeno un buongiorno. E ci ubriachiamo di questa rinnovata sensazione di appartenere a qualcosa. Ma le sbornie passano.
La sindrome di Charlie non è la sindrome di Stoccolma, non è una paura che possa trasformarsi in amore per l’attentatore. La sindrome di Charlie corre il rischio di trasformarsi in odio se dietro alle celebrazioni non inizia qualcosa. E l’odio prima di recare offesa, crea disordine perché trova terreno fertile nell’incertezza, nel disorientamento. E se questo era nell’intento di chi ha organizzato (per il momento sembra essere stata l’ennesima cellula alquaedista impazzita), ha non poche possibilità di riuscirci.

Ma per non diventare odio c’è anche necessità di toni da colloquio (per quanto difficili si dirà visto il tipo di avversario. “Parole VS Pallottole” garantiscono solo un risultato) e forse, se non altro, in questo momento, proprio certi eccessi espressivi non apportano niente di costruttivo anche se per questo non si ha il diritto di essere uccisi. Mai. Diventerebbero fini a se stessi se non vi fosse in atto un clima di scontro latente i cui toni sono stati dalla storia recente (non c’è alcun bisogno di andare a scomodare il tempo passato oltre gli anni ’70) sempre mantenuti “in pressione” nonostante i poderosi movimenti delle popolazioni. Clima al quale abbiamo contribuito e stiamo contribuendo largamente, apertamente e diffusamente.
Non mi piacciono i simboli in generale. Quasi quanto non mi piacciono i morti ammazzati. Trovo i simboli spesso modaioli, effimeri, fuorvianti, capaci di creare confusione, pronti a generalizzare e ad indurci a cogliere solo aspetti vaghi delle questioni. Quasi mai inducono a riflessioni sulle radici dei problemi. Ed i simboli del popolo sono quelli non a caso definiti “populisti” e pur non essendo addetti ai lavori sappiamo a cosa conduce il “populismo”. Li trovo espedienti per raggruppare stati emotivi senza poi, spesso, lasciare niente perché in realtà non avevano niente da insegnare. Sono medicinali di primo intervento ma guai ad abusarne. I simboli vanno trasformati in valori. E quelli necessitano non solo di cortei ma di impegno civile e sociale e di programmi, di pianificazione e di risultati tangibili.

I simboli passano, i valori possono sperare di durare nel tempo e diventare ricchezza di una società. Ed oggi nelle città di mezza Europa regna l’indifferenza, la solitudine, l’incapacità, impazziti in un Monopoli che sembra oramai giocare da solo. Marionette di una copia evoluta del calcolatore di Wargames che nel film da solo gestiva una guerra atomica a catena e che oggi potremmo ribattezzare Lifegames tanto può decidere (senza bisogno delle armi, oramai grezze ed obsolete. Basta la gestione del denaro per poter ottenere analoghi risultati) della sorte di molti. E per questa insicurezza che si sta facendo abissale, senza fare troppo gli schizzinosi e senza andare troppo per il sottile riconosciamoci in “Je suis Charlie” se questo serve a ridare slancio a nuovi legami nei consessi sociali, altrimenti oltre che iscrivere altri 17 morti ammazzati nella liste degli avvenimenti, potremo cominciare a circolare con la scritta “Je suis Charlatan”.

*Le informazioni relative alla libertà di stampa dei vari paesi sono state rilevate: per la Turchia dal quotidiano “Cumhuriyet”; per la Palestina dal “Palestinian Center for Development & Media Freedom”; per la Giordania dal “International Press Institute”; per Israele dal “Centro di Documentazione Giornalistica”; per la Grecia … da esperienza diretta.

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