Con Simone Cristicchi in viaggio nel Magazzino 18

Cri2di Francesco De Palo

Una pagina della storia d’Italia poco conosciuta. Un luogo denso di vite, di oggetti e ricordi. Che il cantautore Simone Cristicchi ha deciso di trasformare in una storia da raccontare artisticamente, nella consapevolezza che nel Porto Vecchio di Trieste, dove gli esuli lasciavano le loro proprietà, c’è un cuore che dopo molti anni ancora batte. Si chiama il Magazzino 18 ed ha avuto il merito di far tornare l’attenzione sul dramma istriano e delle foibe, la cui legge porta la firma di Roberto Menia.

Al Porto Vecchio di Trieste c’è un “luogo della memoria” particolarmente toccante. Cosa rappresenta il Magazzino 18 e che storia racconta?

Rappresenta la traccia del passaggio dell’esodo istriano, che io definisco “museo suo malgrado”. Pur mancando una targa alla memoria quegli oggetti, osservandoli, ci raccontano una storia. Ogni sedia, ogni mobile, ogni cassapanca ha sopra inciso un marchio: quello dell’esodo. L’esodo, infatti, è stato un enorme “trasloco” forzato, che in dieci anni coinvolse circa 300mila persone che, andando via dalla propria terra, da Fiume, Istria e Dalmazia, si portarono dietro tutto ciò che potevano. Una volta arrivati in Italia, gli esuli vennero smistati nei cosiddetti campi profughi, vivendo per anni in condizioni di miseria. Quasi 80mila emigrarono all’estero. Pochi sono quelli che sono riusciti a recuperare i propri effetti personali: sui loro mobili troviamo la scritta “rinunciato”. E così, il Magazzino 18 diventa un “cimitero degli oggetti”, una sorta di luogo della memoria e metafora dello sradicamento degli esuli dalla propria condizione e dal proprio tessuto sociale.

Uno scenario che si ritrova anche negli ex-manicomi, vero?

Si. Nell’ex-manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, c’è la cosiddetta “fagotteria”, una stanza dove gli infermieri ammassavano i fagotti con i pochi effetti personali dei ricoverati, subito dopo il loro ingresso. In quei fagotti, mai più recuperati, ci sono tracce delle vite di migliaia di persone spogliate non solo dei propri diritti civili, ma anche delle povere cose che avevano indosso. L’esilio e il manicomio, per certi versi si somigliano: sono condizioni in cui viene messa a repentaglio l’identità della persona. Ecco perché molti esuli, dopo aver perso la propria terra, la casa, il proprio tessuto sociale, hanno rischiato di perdere anche sé stessi. Le cartelle cliniche dei manicomi “di frontiera”, ci raccontano anche molte storie di esilio.

Assieme a Jan Bernas e Antonio Calenda ha avviato quella che per l’Italia è stata una primizia: il cosiddetto “Musical-Civile”. Come si sviluppa il suo spettacolo?

Inizialmente lo avevo concepito come un’orazione civile. E’ stato il regista Antonio Calenda, un artista di grande intuito ed esperienza, a spingermi a scrivere canzoni inedite per lo spettacolo. E’ così ha preso vita questo esperimento che abbiamo voluto battezzare “Musical-Civile”, proprio perché unisce il teatro civile agli ingredienti del musical, oltre alla presenza di un coro di bambini e un’impianto musicale orchestrale. Tra l’altro le musiche dello spettacolo hanno vinto il premio “Le maschere del teatro italiano”. Giunto alle prove a Trieste il testo ha subìto delle modifiche. Ho dovuto fare un lavoro di sintesi su alcuni capitoli, fino all’ultimo minuto mi sono riservato assieme al coautore Jan Bernas di correggere e riassumere, senza però subire ingerenze. Addirittura, una delle canzoni dello spettacolo l’ho scritta nella mia camera di albergo, a tre giorni dalla prima! Ho voluto far leggere la prima stesura anche a molti testimoni di quel tempo e ad alcuni storici, che in qualche modo mi hanno fornito un “lasciapassare” per il debutto, che poi è stato accolto dalla città in maniera trionfale con 15mila spettatori.

Perché questo capitolo della storia d’Italia è stato insabbiato per così tanto tempo?

In realtà, nelle zone di confine come la Venezia Giulia questa storia è molto conosciuta e sentita: è rimasta nelle memorie familiari e nei tanti libri e saggi che gli storici hanno scritto. Nel resto del Paese tale divulgazione non c’è stata, un silenzio nato per vari motivi: per opportunità politiche, diplomatiche, perché metteva in cattiva luce soprattutto il PCI che appoggiò le mire espansionistiche del compagno Tito. Poi un silenzio di Stato: alla fine del conflitto mondiale l’Italia si dipinse come un Paese “vincitore” che aveva sconfitto il nazifascismo assieme agli alleati, ma la realtà era diversa. L’Italia uscì sconfitta dalla guerra, ed era necessario dimenticare tutto ciò che ricordava quella sconfitta. E ovviamente foibe ed esodo erano viva testimonianza. Era storie da seppellire sotto la lapide del silenzio.

Ci voleva la musica e la passione per tornare a parlare di esuli istriani: quanto conta l’apporto che le arti e la cultura, come in questo caso, possono offrire alla storia e alla politica?

“Magazzino 18” non ha la presunzione di sostituirsi alla storiografia ufficiale, eppure racconta tante piccole verità, che insieme contribuiscono a costruire un mosaico di una storia più grande. Quantomeno è uno stimolo all’approfondimento attraverso testimonianze di persone che hanno vissuto sulla propria pelle questo grande dolore. Sicuramente l’arte e il teatro sono potenti strumenti di divulgazione, in grado di arrivare a migliaia di persone. Pensiamo solo che Magazzino 18, in 105 repliche, ha totalizzato circa 70mila spettatori, riuscendo a toccare ambiti con cui storici, celebrazioni e conferenze non possono interagire. Raccontare questa storia importante, in quanto riempie un vuoto di conoscenza, e soprattutto crea un ponte con le nuove generazioni. In questo senso sono orgoglioso del successo che stiamo registrando fra gli studenti, che vengono a teatro per imparare una storia che raramente trovano nei loro libri scolastici.

Nel 2005 ha ricevuto il premio al “Concertone per Carosone” per l’ironia della sua canzone d’esordio. Cosa pensa del grande sogno americano e della scelta compiuta da moltissimi italiani nel secolo scorso?

Credo ci sia una differenza molto forte tra chi decide di emigrare, e chi invece è costretto all’esilio. La prima è una scelta ben precisa: mentre l’emigrato fa una scommessa sul futuro, l’esule non ha alternative e sa che quella terra non potrà mai più rivederla, o perlomeno la troverà cambiata radicalmente. Lo scorso settembre a New York, ho visitato Ellis Island: e anche se sono luoghi profondamente diversi, mi ha ricordato il Magazzino 18, perché anche lì ci sono bauli e valige, tracce di un grande “strappo” che coinvolse milioni di emigrati italiani. Magazzino 18 è l’Ellis Island degli istriani.

Oggi facciamo i conti con una nuova emigrazione 2.0. Come la valuta?

Di questo nuovo fenomeno i media non ne stanno dando sufficiente rilevanza. E’ un momento molto triste, perché i giovani non trovando lavoro in Italia, ripongono le proprie speranze in un’altra “patria”. Mi auguro che in futuro riescano a ricostruire in Italia i loro sogni infranti. Abbiamo sbagliato a gestire il progresso e il benessere o, semplicemente, sono terminate le risorse? Probabilmente si è puntato molto di più all’arrichimento nel breve termine e poco al futuro. Eppure le risorse e l’intelligenza non ci mancano! C’è da dire che in altri Paesi viene premiata una meritocrazia che da noi manca, più di altre cose. Ecco perché poi tutti partono e sanno che altrove troveranno un’accoglienza diversa. Ci vorrà tempo e impegno di tutti, ma spero che le cose possano cambiare radicalmente, che ognuno possa fare la propria parte in questa “ricostruzione”, e che la politica possa creare davvero un futuro per i nostri ragazzi, e non limitarsi a soltanto a vane promesse.

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