“De bello italico”, la vacatio della politica estera

mappadi Enzo Terzi

La popolazione italiana, emulando le prime parole del De Bello Gallico di Cesare (“Gallia est omnis divisa in partes tres….”), è anch’essa “omnis divisa in partes tres”. Da una parte la prosperosa casta dei maghi e degli indovini e con essi quella degli analisti. Dall’altro lato ci sono coloro che invece fanno, organizzano, tramano, muovono la storia. Nel mezzo ci sono quelli come noi, le cosiddette popolazioni che oltre ad osservare tutto quanto succede o, quanto meno, che ci dicono sta succedendo, nient’altro fanno se non piangersi addosso per la continue sventure cadute sulla testa.
Da pochi giorni, come se non bastasse ciò che ci circonda, abbiamo anche la presenza dell’ISIS quale dirimpettaia (per adesso) ad abbaiarci addosso con un linguaggio per noi oramai diventato volgare, vantando una serie di rivendicazioni che si perdono nella storia recente che non abbiamo mai tenuto in conto perché riguardava terre lontane ed una prosperità e ricchezza che non pensavamo potessero mai avere questi cattivoni, nemmeno quando invece ci facevano comodo (se non proprio direttamente ma quasi).

Con tutta onestà di tale rozza vicinanza ne faremmo anche a meno, ma poiché siamo oramai da decenni paesi ricchi che tutto si sono permessi, seguendo la vecchia regola latina che “melius est abundare quam deficere”, non volendoci far mancare nulla neanche sul fronte della preoccupazione, non solo ci ritroviamo una nazione che annaspa cercando di uscire dalle paludi del debito, non solo facciamo parte di una Europa che sia con la vicenda greca che con quella ucraina sta perdendo punti giorno dopo giorno, ma, oltre tutto, ci permettiamo di condurre una politica estera praticamente inesistente. Non sono informato nei dettagli ma credo che oramai alla Farnesina apprendano le notizie leggendo i quotidiani il giorno dopo e si allineino di conseguenza. L’ultimo fatto degno di nota deve forse ritrovarsi in quel 28 febbraio 2013 allorquando il Ministro degli Esteri, l’allora Terzi di Sant’Agata, unitamente al suo omologo statunitense Kerry, ospitarono in sede NATO a Roma i leader dei paesi che si stavano opponendo ad Assad (padre-padrone siriano), di fatto promettendo aiuti anche a personaggi che erano già dichiaratamente jihadisti e pertanto padri fondatori della futura (di lì a poco) ISIS.

La storia dell’ISIS (acronimo di Islamic State of Iraq and Syria) si perde nei conflitti che opposero il mondo occidentale a Saddam ed anche un poco prima sulle cime afghane. Il movimento vero e proprio nacque nel 1999 come precursore di Al-Quaeda, godendo, nel corso degli anni, anche di molti aiuti occidentali (ovviamente per aiuti si intendono armi, addestratori, consulenti militari e quant’altro di simile) poiché a varie riprese e magari con sigle diverse, molti di loro erano stati comodi alleati contro nemici comuni sin dai tempi dell’invasione russa in Afghanistan.
Pur senza perdersi nei meandri di una storia piuttosto complessa ed in definitiva di poco interesse per sapere cosa fare, oggi, di questi presunti scomodi dirimpettai, l’unico dato sul quale è opportuno riflettere è che (secondo una lunga dissertazione riportata nel giugno 2014 dai giornali Guardian e Le Parisien) questi signori sono in possesso di un capitale sempre in crescita pari ad oltre 2,3 miliardi di dollari, grazie non solo alle espropriazioni che hanno effettuato nei territori occupati, ma anche grazie alla vendita (rigorosamente abusiva) di petrolio fatta anche a paesi della UE e denunciata – anche se al momento non surrogata da prove certe- nel settembre ultimo scorso dal’ambasciatrice della Commissione Europea in Irak, Jana Hybaskova (sicuri, ad esempio, sembrano invece gli acquisti da parte della Turchia). In altre parole se sommiamo alle armi di cui sono stati a più riprese forniti, quelle che hanno preso durante le loro occupazioni (oltre 600 carri armati in Libia solo ultimamente) ed il capitale accumulato, non si può certo più parlare di una banda di straccioni.

A ciò si aggiunga il fatto che è provata la presenza di sacche di territori sotto il loro controllo che oramai si espande in diverse regioni del globo, zone dalle quali sovente arrivano notizie terrificanti come ad esempio dalla Nigeria di Boko Haram anche se credo non ci si debba in definitiva più di tanto scandalizzare visto che i metodi usati, sono metodi che l’occidente tutto ha esercitato per secoli. Ma dal ventre molle delle nostre presunte ricchezze che troppo spesso abbiamo scambiato come alto valore culturale ed umanitario, oggi sgomentano, tanto più se, in contemporanea, avvengono fatti come quello di Charlie Hebdo. Anche se non so se ci sgomenti di più l’orrore in sé o la paura che qualcosa di simile possa succedere anche nelle vie o nel supermercato sotto casa nostra. E di questo smarrimento l’ISIS ne approfitta ed in perfetto stile Stephen King con una sofisticata regia in salsa Dario Argento, un’accurata coreografia ed uno specialista dei costumi che ben sa come il nero “vada bene su tutto” e ben contrasti con le tutine arancione modello Guantanamo per i malcapitati martiri, ci fornisce tutti gli ingredienti per alimentare le più inconfessate delle paure. E come se non bastasse non riusciamo nemmeno a fare muro compatto dietro ad un orgoglio nazionale perché, di quel tanto o poco che c’è rimasto dalla prima guerra mondiale, oramai non vi è quasi nient’altro che non una traccia lasciata dagli ultimi reduci o per contro, dalla becera voce di gruppuscoli in odor di squadrismo. Inutile insistere, le “sacre sponde” sono un ricordo (anche storicamente ovvio) che tuttavia vorremmo ben sapere da cosa sono state sostituite. Il governo, ci dice, ha altre priorità che non alimentare sentimenti troppo bellicosi nonostante che la confermata acquisizione degli F-35 forse indichi una sottile e accorta preparazione della quale, ignorantemente, non ci eravamo resi conto.

In realtà non sappiamo oggi – parlo di noi gente comune – quale possa realmente essere il pericolo, ammesso che lo si debba necessariamente additare come tale. Tutti gli elementi che ci trasmettono lasciano propendere per il sì, per questa vicinanza bellicosa e politicamente scorretta, per l’utilizzo di mezzi di comunicazione tipo decapitazioni, roghi e quant’altro che come effetto non necessariamente desiderato stanno anche rilanciando l’industria cinematografica e garantendo posti di lavoro per la realizzazione di quelle pellicole guerrafondaie che, in mancanza di nemici facilmente etichettabili, negli ultimi anni aveva sofferto non poco al botteghino ed aveva non poco fatto imbestialire i sindacati. Inutile che storciate il naso. Anche l’acquisto degli F-35, oltre che previdente è foriero di un sacco di posti di lavoro (circa 6.000) perché a Verona (pare) ci sarà il centro di manutenzione per tutti gli F-35 d’Europa e questo è un altro asso nascosto nelle pieghe del Jobs Act (e nemmeno di questo vi eravate accorti). Ed altrettanto francamente, tornando al cinema, se l’alternativa dovesse restare la saga delle “50 sfumature di … tutto un po’”, credo che mi troverò definitivamente un altro tipo di intrattenimento.

Mi permetto del sarcasmo è vero, ma ritengo che lo smarrimento per molti sia tale da non sapere più a quale fonte di notizie dare credito in mancanza, oltre tutto, di chiari atteggiamenti da parte dei governi interessati tra i quali – e soprattutto – quello italiano, che al momento ha unicamente affermato tutto ed il contrario di tutto secondo un cliché ben collaudato oramai dai tempi della guerra nella ex Jugoslavia: si mandano avanti le risorse diplomatiche ma non si escludono altri interventi (e quale se non quello militare?) ma sotto l’egida dell’ONU, organizzazione chiamata in causa solo a comando e divenuta oggi oramai il secchio nel quale tutti sciacquano la propria coscienza e la propria inefficienza con l’adozione di presunte decisioni collettive (presunte perché sappiamo, anche lì, chi conta e chi no).
Per troppo tempo oramai ci siamo nascosti dietro guerre giuste e sbandierate e guerre ritenute ingiuste e quindi taciute, fatte passare sotto silenzio per quanto non fossero, queste ultime, esenti da orrori e tragedie pari se non superiori a quelli che oggi l’ISIS ci sta sottoponendo con una impeccabile regia.

E che a nessuno venga poi mai in mente di capire ciò che succede nel senso di riuscire ad entrare in possesso della verità. Da quando è nato (per fortuna, ci mancherebbe altro) il clima democratico, ci siamo messi in mente senza rendersene conto, una strana equivalenza, ovvero che a pluralità di voci automaticamente debba corrispondere una pluralità di verità, dimenticando che la pluralità (quella delle voci) avrebbe dovuto invece essere di aiuto per definire con più o meno vasta maggioranza l’esistenza di una verità delle cose e non la frammentazione della stessa in tante piccole verità personali. Dipende infatti oggi a chi si chiede, a chi ci si rivolge per avere una delle … “50 sfumature di verità”. Ecco dunque che prolifera la casta degli indovini e dei maghi, ciascuno con il proprio filtro, la propria medicina ed il proprio scenario da vaticinare anche se, per la maggior parte, sono analisti delle cose avvenute, interpreti di quanto è successo o presunti tali. Mestiere duro quello degli analisti, fin dalla notte dei tempi; non scordiamoci che già Dante non si fece scrupolo a gettare maghi ed indovini nel suo Inferno, nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio (canto XX), con la testa ruotata all’indietro affinché non potessero più guardare avanti. Ma quella fu storia facilmente derubricata come superstizione medievale anche se in realtà era solo la risposta dei poteri costituiti verso presunte diverse e possibili verità.

Ma tornando ai nostri dirimpettai dell’ISIS, mi vengono in mente alcune voci recenti che sono sempre risultate scomode e politicamente non conformi alle idee di quel momento o, quanto meno agli interessi di quel momento. L’ultima fra queste è proprio quella di Gheddafi che abbiamo sacrificato sull’altare dell’oro nero e che, forse, in parte potremo anche rimpiangere visto che assolveva a quel compito (stiamo scoprendo adesso quanto fosse duro) di barbaro dittatore che teneva ben tranquille tutte le tribù che oggi rischiano di diventare schegge impazzite, oltre che ben armate, perché le guerre chirurgiche prevedono che si arrivi, si bombardi e poi si lasci tutto lì sperando che i sopravvissuti facciano parte dei “buoni” e terminino per noi il lavoro. Non solo, ma oggi sono non pochi gli imprenditori anche italiani che rimpiangono i tempi in cui, dittatore o no, in Libia si potevano fare non pochi affari nel campo estrattivo e delle infrastrutture e con essi, ovviamente soffrono feroce nostalgia le centinaia di operai e tecnici al loro seguito. E questo senza bisogno di evocare il “bel suol d’amor” di Tripoli.

Gheddafi era stato chiaro già il 5 marzo 2011 quando al Journal de Dimanche, proprio in quella Francia che avrebbe insistentemente richiesto l’intervento armato in Libia, rilasciò una predittiva dichiarazione nella quale faceva presente che la mancanza di un leader forte (leggi “me stesso”) in quelle regioni, tutte le tribù tenute al laccio sarebbero divenute un branco di cani sciolti che avrebbero cercato di riconquistare quel potere che gli era stato tolto gettando tutto il territorio nell’anarchia ed aprendo così la strada ad infiltrazioni indesiderate.
Ma se questo non fosse l’indovino giusto da ascoltare, potremmo scomodare con facilità la nostrana Oriana Fallaci, da molti di noi più volte ripudiata, che a lungo, duramente, con una franchezza tagliente ci aveva già da quasi un ventennio messo in guardia sull’avanzata subdola di certe fazioni islamiste. Forse l’Oriana nazionale aveva puntato troppo sulla componente religiosa ed oggi la necessità occidentale di essere politicamente corretti ci impedisce di pensare a tanto e forse sarebbe stato meglio che con maggior senso pragmatico avesse puntato più il dito su una bella guerra per l’oro nero alla quale, senza dubbio, ci si poteva poi, per corollario storico, accomunare pure la crociata. Tuttavia se invece di giudicare anzitempo tutto quel movimento che infantilmente e superficialmente abbiamo battezzato “primavera araba”, avessimo severamente analizzato il fatto che dietro a quei poteri forti che stavano cadendo come birilli c’era proprio quel vuoto di potere che anche l’Oriana aveva paventato come scenario ideale per la crescita delle frange estremiste e jidhaiste, forse buona parte di tante storie accadute nell’imminente passato sarebbero andate diversamente.

Tra tutte una in particolare: prima di fare la voce grossa avremmo dovuto legiferare ed approntare protocolli di intervento ben più seri e strutturati per affrontare il fenomeno dell’immigrazione. Fenomeno che oggi, alla luce dell’anarchia che regna sulle sponde libiche (oltre che in buona parte dell’Africa del nord), non solo ha nuovamente assunto dimensioni impressionanti ma – nessuno può garantire il contrario – può essere anche facile veicolo di infiltrazioni pericolose, se già non lo è stato. E tutto sulla pelle sia delle migliaia di disperati in cerca di una speranza, ma anche dei milioni di italiani che rischiano di mettersi in casa non poche polveriere. La risposta europea è stata quella di non rinnovare e rinforzare l’Operazione Mare Nostrum già sotto i limiti delle necessità ma di sostituirla con l’Operazione Frontex decisamente ridotta come uomini e mezzi. D’altronde le coste interessate sono quelle italiane, oggi ancor più essendo divenuta meno appetibile l’opzione greca che comunque, rispetto all’invasione proveniente dal nord Africa con la grande autostrada aperta in Libia, è del tutto fuori mano. Talvolta viene da pensare che se le decisioni anziché essere prese sul “campo di battaglia” vengono predisposte in qualche “quartier generale” ben lontano (Frontex ad esempio ha la propria sede in Polonia dove al massimo potrebbero sperimentare una nordica immigrazione di orsi polari che sfuggono allo scioglimento dei ghiacci), non sempre le stesse si rivelano come soluzioni azzeccate e formulate in base a fatti vissuti. E se poi valutiamo che tra le voci più importanti che si levano in certe assemblee decisionali vi sono quelle di Stati Uniti ed Inghilterra, entrambi da sempre prodighi di robusti consigli quando i conflitti sono ben lontani dai propri confini (salvo poi fare come gli pare quando si minaccia casa loro), sorge anche il politicamente scorretto dubbio che i nostri governanti non abbiano avuto la capacità di alzare la voce nella giusta maniera.
In altre parole cari compatrioti, l’impressione è che si stia cercando il modo di chiudere la stalla quando oramai i buoi sono (stavolta) già entrati. E credo, purtroppo, che basterebbero giusto un paio di scervellati che non hanno nulla da perdere e si fanno esplodere in qualche piazza del bel paese per metterci tutti in ginocchio. Compresi governanti ed indovini.
Come si dice su facebook: postate gattini che è più salutare.
Alla prossima, sperando che qualcuno si senta ferito nell’orgoglio, indignato, indisposto.

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