Qui Faros: Conflitti di religioni, di culture e di civiltà

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Di Claudio Antonelli

Secondo una tesi fatta valere da un professore di Harvard, noi assistiamo oggi ad uno scontro non più tra ideologie, ma tra civiltà. Le ideologie planetarie sono crollate, dopo essere state alla base di sanguinosi conflitti e aver dato origine alla guerra fredda. L’utopia comunista è stata l’ultima a disintegrarsi. Al posto delle superstrutture ideologiche, noi ritroviamo oggi, in una maniera non ancora a tutti evidente, le divisioni tra gli uomini basate sui diversi passati, sulle diverse tradizioni, culture, religioni: in una parola, basate su una diversa civiltà. Ritroviamo, insomma, l’uomo con le sue credenze, i suoi testi sacri, i suoi tabù, la sua cultura, il suo senso etico, le sue abitudini di vita plasmate da secoli di storia.

Per Samuel P. Huntington della Harvard University (The clash of Civilizations and the remaking of the world order) i conflitti di cultura e di civiltà, e non quelli basati sull’ideologia o sull’economia, dominano e domineranno sempre di più la scena internazionale. La nuova identità, la nuova autoidentificazione che si sta delineando fra i popoli è sempre più collegata alla più ampia civiltà di appartenenza, vale a dire agli specifici valori religiosi e culturali costituenti quell’insieme che va sotto il nome di cultura e di civiltà. Presso le élites del mondo islamico, che fino ad ieri tendevano ad assumere valori ed apparenze occidentali, si assiste oggi ad un ritorno alle radici.

Le linee di divisione e di frattura, nel mondo, dovute alle differenze religiose e di cultura, sono quanto mai visibili nel rapporto conflittuale sempre più evidente tra civiltà islamica e civiltà occidentale. Le linee di demarcazione di una civiltà rispetto alle altre non sono però assolute. La stessa civiltà occidentale ha due varianti: l’americana e l’europea. L’Islam è diviso in diverse sotto-civiltà come l’araba, la turca, l’indonesiana. Secondo Huntington, il mondo si trova suddiviso in 7 o 8 grandi civiltà: occidentale, confuciana, giapponese, islamica, indù, slava-ortodossa, latino-americana e, forse, africana.

Le caratteristiche e le differenze culturali sono più tenaci di altre differenze di carattere politico ed economico. Si può, infatti, facilmente cambiare le proprie condizioni economiche, andare a vivere in un altro paese, cambiare partito, ma meno facile è che un cristiano diventi musulmano, e viceversa. Che si consideri anche che una persona non può essere per metà musulmana e per metà cristiana.
Secondo Huntington, le guerre che sconvolsero l’Europa, fino alla Rivoluzione francese, erano guerre tra principi o imperatori, condotte allo scopo d’ingrandire la propria base territoriale e il proprio potere. Con la Rivoluzione francese, le guerre divennero guerre tra popoli, almeno fino alla prima guerra mondiale. Con l’avvento, in Europa, del bolscevismo, e del fascismo e del nazismo, alla base dello scontro si installò l’ideologia. Con la caduta del nazismo e del fascismo, la contrapposizione fu, negli anni della guerra fredda, tra ideologia liberale e ideologia comunista. In tutti i casi, si trattò di uno scontro interno alla civiltà occidentale. La fine della guerra fredda, invece, ha posto la civiltà occidentale di fronte ad altri tipi di civiltà, ossia ad altri modelli di sviluppo culturale, sociale ed economico. I paesi occidentali considerano democrazia e liberalismo valori universali. I diritti dell’uomo sono visti come un bene assoluto. Ma le altre civiltà poggiano su basi diverse dalla nostra. Di qui tensioni e conflitti.
La guerra terroristica anti-occidentale in atto può essere vista come una guerra tra opposte civiltà. I volontari della morte, per compensare la propria inferiorità economica e militare, fanno ricorso alla poco costosa ma tremenda arma del terrorismo. In altre parole, il terrorismo, nello scontro attuale di civiltà, è l’arma del più debole.

Il tema “ideologie, culture e civiltà” ci spinge ad esaminare una questione fondamentale: il rapporto esistente tra noi, esseri trapiantati, e la nostra cultura e la nostra civiltà d’origine. La realtà di coloro che hanno effettuato il viaggio di Ulisse, per riprendere quest’espressione forse un po’ troppo romantica. Noi siamo venuti in questa nuova terra da soli o al seguito dei genitori, o qualche volta con tutta la parentela. Vi sono interi paesini che si sono trapiantati qui. Quindi, alla base dell’emigrare non vi è stato un atto veramente “eroico”. Il viaggio transoceanico non è un qualcosa che ci nobiliti in partenza, tutti, e che ci renda superiori. Ma è un viaggio che ha comportato delle prove difficili e che ha creato in taluni di noi un’esperienza intima molto simile a una morte e a una rinascita. Questo viaggio fatidico ci ha condotti a fare una scoperta che chi è rimasto in Italia quasi mai fa: la scoperta che il nostro luogo di nascita, il nostro paese, la nostra civiltà non sono il centro del mondo, e che il mondo, anzi, non ha – ahimè! – alcun centro.

Lo stesso rapporto con la lingua materna è divenuto per molti di noi un rapporto sofferto. La lingua d’origine non è più sostenuta da automatismi verbali, vale a dire da ripetizioni automatiche di suoni familiari, dall’uso di frasi consacrate, da quei veri e propri slogan, o parole del gergo per addetti ai lavori, di cui è così ricco il parlare corrente in Italia: il lodo Maccanico, la manovra, le rogatorie, le fideiussioni, i tempi brevi, i tempi lunghi, e così vi dicendo Intorno a noi i suoni delle lingue parlate sono quanto mai vari. Tutto, nella nuova patria, è sottoposto al vento del dubbio. Vivere da minoritari – gli Ebrei ce lo insegnano – non è riposante. L’aver visto l’altro volto della luna non dà certezze, ma aumenta il dubbio: il dubbio creatore. Qualcosa è cambiato nell’anima di noi emigrati. Dal paese Italia è emersa la Patria. Chi conquista una lingua – qui in Québec due lingue « straniere » – e bisogna mettere straniere tra virgolette, perché per noi non sono veramente straniere – conquista la chiave che apre altri mondi. Il multiculturalismo occorre viverlo per sapere veramente cos’è. Bisogna aver avuto dei figli da un coniuge non italiano, in questa terra agitata dal conflitto tra la nazione francese e quella inglese, e dove vige la politica del multiculturalismo, per trovarsi confrontati a certi problemi che chi è rimasto in patria beatamente ignora. Per molti, in Italia, la scelta per il proprio figlio di un nome esotico, straniero, è semplice adesione a delle mode, è manifestazione di snobismo. Per noi, scegliere un nome francese o inglese oppure italiano, per un figlio nato qui, equivale a cercare di definirne l’essenza nazionale, culturale, e ad orientarlo verso una bandiera piuttosto che un’altra. Il nome è un’identità sonora, visibile.

Un fenomeno assai particolare si è verificato in chi ha lasciato l’angolino di terra che lo ha visto nascere, per andare a vivere in una cultura, in una civiltà, in un mondo diversi. Il trapianto in una terra straniera ha creato in noi un nuovo rapporto con il mondo di origine, con l’angolino di terra che ci ha dato i primi colori, i primi suoni, i primi sapori, le prime emozioni, i primi sogni. Questo mondo è stato da noi interiorizzato e vive in noi con una forza che non aveva e che non poteva avere prima. Si è verificato con la partenza un fenomeno strano e paradossale. Se da un lato l’emigrare ha implicato il superamento delle frontiere e ha comportato l’allargamento degli orizzonti con la presa di coscienza della relatività delle culture nazionali, dall’altro lato questo emigrare ha fatto sorgere in noi un rapporto particolare con il mondo lasciato. La radice locale, che ormai appartiene al passato, paradossalmente si è dilatata in noi, facendosi molto esigente. Essa esige il nostro ricordo, la nostra fedeltà, il nostro rimpianto. Se da un lato, quindi, vi è stato in noi un superamento dei confini interiori di sensibilità, di cultura e di civiltà, dall’altro le differenze tra le culture, lungi dallo stemperarsi e dal dissolversi, si sono fatte per noi più evidenti, perché realtà concrete alle quale noi siamo confrontati ogni giorno. Il paragone tra noi e gli altri è un dato costante nella nostra vita. In noi, trapiantati della prima generazione, non vi è perdita d’identità – come spesso si ripete – ma al contrario “un eccesso d’identità”.

Forse la spiegazione di un tale fenomeno, strano e contraddittorio, che vede in noi trapiantati un bisogno quasi spasmodico di ritorni ideali, è da ricercarsi in una legge che può essere così espressa: solo accentuando il nostro senso di fedeltà ad un’immagine idealizzata della Patria, e solo rafforzando il nostro senso di appartenenza al gruppo etnico d’origine, noi riusciamo a trovare la forza necessaria per compiere il lungo viaggio nella terra degli altri. Gli internazionalismi da salotto, le abolizioni a tavolino delle frontiere, le teoriche fratellanze universali noi le lasciamo a chi è rimasto beatamente in Patria.
A questo punto, voglio trascrivere per voi ciò che un grande storico delle religioni, il romeno Mircea Eliade, scrisse su certe misteriose leggi dell’anima che solo l’esilio permette di scoprire. Questo straordinario brano, tratto dall’autobiografia dell’illustre studioso romeno, esprime una verità, sottile e complessa, che molti di noi emigrati abbiamo nell’anima, ma che non ci riesce facile spiegare. Ecco perché io trovo le sue parole così importanti.

Ha scritto Mircea Eliade: “Salivo lentamente, tranquillamente e provavo sempre più tumultuosamente nella mia anima questa rivelazione: lo spaesamento è una lunga e pesante prova iniziatica destinata a purificarci, a trasformarci. La patria lontana, inaccessibile sarà come un Paradiso, dove noi torneremo spiritualmente ossia “in spirito”, in segreto, ma realmente. Ho molto pensato a Dante, al suo esilio. È senza alcuna importanza se fisicamente noi torneremo o no nel nostro paese. Così anche noi non dobbiamo tormentarci chiedendoci quale paese e quale sorta di gente vi ritroveremo. La Firenze di Dante non era più la Firenze medievale, come non era ancora la Firenze del Rinascimento che, del resto, neppure essa è durata per molto tempo. Essa ha perduto la sua autonomia politica a vantaggio dell’Italia che è nata più tardi. Ma tutti questi avvenimenti non hanno mai potuto abolire “la Patria” di Dante. È questa stessa patria che si rivela a me, oggi, mentre salgo lungo la via dei Salici, il Sacro-Cuore alla sinistra, come una Santa-Sofia dipinta di recente, troppo bianca e troppo netta nel cielo sereno – ma bisognerà che noi stessi diveniamo come Dante (non, bene inteso, come genio, come grandezza, ma come situazione spirituale). Come lo scrivevo a Vintila Horia, è Dante, e non Ovidio, che noi dobbiamo prendere come modello.” (Fragments d’un journal, Gallimard, 1973)

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