L’intervento: perché in Libia vanno difesi gli interessi nazionali

LibiaDi Alberto Ghiraldo

La decisione su un intervento in Libia non dovrebbe essere condizionata né dalla paura di rappresaglie dell’Isis, né dalla pressioni derivanti dagli interessi dei nostri alleati, che già nel 2011 hanno condotto il paese nel baratro e tanto nociuto ai nostri interessi nazionali. Infatti, da un lato gli elogi e l’offerta del comando della missione all’Italia, dall’altro azioni unilaterali (di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna) volte solo a sottolineare l’assenza italiana in Libia, sembrano più una trappola per spingerci a intervenire a fatto compiuto e ripararsi alle spalle di una nostra leadership di facciata.

La guida italiana di ogni eventuale intervento invece deve essere autentica perchè sullo stesso terreno, il più vicino e legato a noi, azioni sconclusionate lanciate dai nostri “alleati” e subite dall’Italia, si sono solo rivelate l’ennesimo fallimento occidentale nel mondo. Quindi ora tocca a noi, si fa come dice l’Italia, visto che in ogni caso corriamo i rischi maggiori, ci toccano gli oneri più grandi e ci assumiamo le responsabilità più grosse. In secondo luogo stabilità e prosperità del popolo libico coincidono esattamente con i nostri interessi nazionali, che negli ultimi decenni avevano instaurato una prospera e sincera amicizia, basata su una reciproca collaborazione.

Basta ricordare, e anche ai libici andrebbe ricordato, che nessun altro paese occidentale ha ripagato i “danni” (ma non riesco a chiamarli tali poiché dal deserto libico non abbiamo estratto una goccia di petrolio e invece costruito scuole, strade e ponti) dell’esperienza coloniale (5 miliardi di dollari), oppure pensiamo ai 2000 km di autostrada che ci siamo impegnati di costruire (costo 3,5 miliardi) o a tutti i finanziamenti, in termini di mezzi, regalati alla guardia costiera libica. Infine per ripensare a quale fosse il livello di relazioni tra i due paesi non dimentichiamo che la finale di supercoppa italiana del 2002 fu giocata proprio a Tripoli. Certo vi era un ritorno per l’Italia in controllo dell’immigrazione, materie prime, investimenti per le nostre imprese, ma appunto di una paritaria collaborazione si trattava, che qualche nostro “amico e alleato” (che però non riesco a chiamare tale) ha sentito il dovere di interrompere per inserirsi a sua volta nelle faccende libiche e tuttora persevera questi intenti.

Detto tutto ciò l’opinione pubblica italiana deve entrare nell’ottica che, allo stato attuale delle cose, un intervento militare che comporti migliaia di soldati italiani sul terreno è inevitabile. La paura che il passato imperialista del ventennio esercita su ogni nostra avventura militare all’estero va superata, oltre ad essere fuori luogo, cogliendo l’occasione per una crescita della nostra consapevolezza sui ruoli che la Nazione può esercitare. Infatti da troppi anni la situazione libica è fuori controllo e non si stabilizzerà autonomamente. Inoltre non possiamo permettere uno “stato fallito” teatro di guerra perenne alle porte di casa nostra, peraltro, non riesco a non ripeterlo,  gentile lascito delle democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente.

Non possiamo permettere che la Libia diventi un covo di addestramento di terroristi pronti a ricattarci con ondate migratorie e a tagliarci le risorse da cui dipendiamo. L‘intervento si deve fare, ma con i tempi e i modi decisi autonomamente dal governo di Roma, verso il quale i cittadini italiani devono riporre tutta la loro fiducia, poiché da prima del 1911 si occupa di faccende libiche.

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