Un uomo vero, nostro padre. I diari del Capitano Pugliese

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di Francesco De Palo

Durante l’occupazione della Grecia nel 1943 il Capitano Vittorio Pugliese era a capo del 187mo Gruppo Artiglieria costiera nel Peloponneso. Dopo l’8 settembre iniziarono ad arrivare i fono: truppe e comandi consegnati, cessione di armi ai tedeschi e l’inizio di un lungo viaggio in treno. Destinazione Germania.

Un lungo viaggio in treno, dalla Grecia dove comandava il 187mo Gruppo Artiglieria costiera nel Peloponneso, fino al lager Fullen, al confine tra Olanda e Germania. E poi fino al lager 366 di Biala Podlaska in Polonia, dove gli fu conferito il numero 968 di matricola. E’la storia del Capitano Vittorio Pugliese, originario di Turi, in provincia di Bari, prigioniero nei lager nazisti che uno dei suoi figli Giuseppe ha ricucito, portando alla luce lettere e diari, emozioni e sofferenze scritte in prima persona e spesso su pezzetti di carta finanche nascosti nelle sue scarpe. E dando così una “casa” a quei pensieri in un pregevole e avvincente volume intitolato “Matricola 0968”. Un diario raccontato con la penna di chi ha vissuto sulla propria pelle le bruciature di quei curvoni della storia e quelle ingiustizie, quelle torture e quei repentini cambi di gioco che portarono giovani italiani da un lato all’altro della barricata nella notte dell’8 settembre.

Nella prefazione del Generale V. Pierangeli, che alle operazioni del secondo conflitto mondiale ha partecipato attivamente, c’è tutto il macigno interrogativo rivolto a “quei” ragazzi che risposero presente al richiamo della Patria. E osserva: “Quando e chi mai restituirà la giovinezza perdura a questi nostri giovani prigionieri, l’elite della gioventù?”

L’8 ottobre del ’43 l’Ufficiale Pugliese, allora Capitano, è deportato: viaggia in un vagone ferroviario che altro non è se non un carro bestiame. Attraversa l’Ungheria, ma non sa dove è diretto. Parte da Kalamata, risale il Peloponneso lungo lo stretto di Corinto, transita dalla piana delle Termopili, da Gravià a Bralos, e si inerpica in questo viaggio surreale sin nella regione della Macedonia per spingersi nelle profondità dei Balcani. Un tedesco gli toglie la pistola: il massimo dell’umiliazione che un Ufficiale italiano possa subire. Ma il Capitano Pugliese non impreca, non imita i suoi aguzzini, non scende al loro livello morale e umano. Tiene la barra dritta, si affida alla rassegnazione Cristiana, cementa il proprio spirito di sacrificio, sopporta pazientemente sofferenze e costrizioni. Che sono tante.

Non ha neanche diritto all’assistenza della Croce Rossa internazionale, perché il comando supremo tedesco non lo considera prigioniero ma internato. E così il Capitano Pugliese e i suoi uomini, trasportati da Atene in Germania, non sono visitati da nessun esponente delle note organizzazioni internazionali. E affollano i lager.

Arriva quasi al punto del non ritorno nel luglio del ’44, quando verga: “Per la pietà non si hanno lacrime, per gli amori lontani non si hanno canti, non si hanno sorrisi per i ricordi delle nostre intimità felici: eravamo giovani, ora siamo delle creature invecchiate, le pupille in noi non sanno più esprimere gioia o dolore, l’indifferenza mummifica i nostri volti incartapecoriti, la parola ha un timbro sordo, in noi si è spezzata la corda dell’armonia, quella corda sensibilissima che dava sensazioni al cuore e sapeva modulare i mille aspetti del sentimento”.

20161212_181107Il colpo di grazia per il Capitano Pugliese non è tanto o solo la crudeltà spietata dei suoi custodi nel lager, o la lontananza da casa, o le mille più intime rinunce a cui deve soggiogare un essere umano a cui è tolta la libertà più preziosa. Quanto, al rientro nella sua casa, non trovare il suo papà. Quello che rappresentava la bussola, “colui che edifica la casa e rimane sulla soglia”, quella figura a cui un figlio maschio, chissà per quale perfido scherzo della natura, non riesce mai ad esprimere chiaramente e completamente tutto il proprio amore, come accade invece per la mamma: perché lo fa in chiave secondaria, forse per una ragione recondita di cui nessuno sa il motivo.

Il papà del Capitano, di cui nelle lettere non si faceva cenno, non era più con loro. Fu quello il rientro a casa del Capitano Vittorio Pugliese. E assieme a quel bentornato, ecco oggi il regalo più bello che i suoi cari fanno alla collettività: la narrazione della sua storia, la sottolineatura di un esempio per chi, troppo distratto dal futuro e dalla foga del domani, dimentica chi ieri è stato un eroe. E ha scritto, con orgoglio, la storia d’Italia.

twitter@PrimadiTuttoIta

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