La figura di Murat? Vera catalizzatrice contro l’invasore

muratdi Enzo Terzi 

La breve seppure intensa parentesi napoleonica costituì l’ultimo atto del Regno di Napoli che nel dicembre 1816, per decisione del Congresso di Vienna, cessò di esistere per fondersi nel Regno delle due Sicilie dando inizio al breve intervallo storico della Restaurazione che si concluse, poi, definitivamente, con le vicende garibaldine e della Unità Italiana.

Cade in questo dicembre 2016, dunque, il bicentenario della fine di un Regno nato nel 1302 con la nomina di Carlo IV d‘Angiò quale Rex Siciliae citra Pharum secondo quanto stipulato nella pace di Caltabellotta che fece dello stretto di Messina il confine con le terre siciliane (Regnum Siciliae ultra Pharum). Uno stuolo di storici obietterà che già in epoche precedenti vi erano già state forme di ricongiunzione ma, giuridicamente parlando, è solo in occasione di questo bicentenario che ricorre, per l’esattezza, l’8 di dicembre, che tale fusione venne sancita dagli atti.

Tuttavia, come in altre occasioni durante questo anno che abbiamo in buona parte dedicato a prendere dal passato fatti e misfatti non tanto per lasciarsi andare a cerimoniali commemorativi quanto, invece, per farne occasione di riflessione sull’attualità, questo episodio (ricordato mediamente da un italiano su 50.000, ed invero anche io ho avuto bisogno di un piccolo aiutino) saprà come di consueto fornirci curiosi elementi di intrattenimento.

Ebbene la caduta di Napoleone e la conseguente caduta del re di Napoli, quel Gioacchino Murat al quale dovremo riconoscere l’onore di aver dato l’emblematico inizio ai richiami dell’unità italiana allorquando con il Proclama di Rimini (1815) chiamò tutti i popoli della penisola ad unirsi contro gli austriaci, portarono a quell’evento di capitale importanza nella storia che fu il Congresso di Vienna con il quale, più o meno velatamente, venne disegnata l’Europa dell’intero XIX secolo.

regnoFu questo un complesso avvenimento al quale partecipò l’intera Europa ed in cui, nel segno della restaurazione si cercò di ridisegnare territori e poteri, dettagliatamente indicati nelle centinaia di articoli conclusivi dai quali, tra l’altro, emerge il primo dato circa la situazione italiana.

Procedendo da nord verso sud, il Trattato nei suoi articoli, dall’85 al 104, ridisegna – in pieno fervore restaurativo – il territorio della futura Italia, così suddividendolo: a nord est il regno di Piemonte e Sardegna al quale vanno ad aggiungersi i territori della Repubblica di Genova, l’isola di Capraia, nonché, in linea generale, il ripristino dei possedimenti alla data del 1792; spostandosi verso est ecco l’ingombrante presenza austriaca che conferma il proprio dominio su Lombardia, Tre Venezie, fino a addentrarsi abbondantemente nei territori della costa dalmata e minacciando verso sud le terre pontificie; scendendo verso sud, in rapida successione si ricostituiscono gli Stati Di Modena e Massa Carrara, il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla anche se sotto governo austriaco, il Granducato di Toscana, anch’esso oramai per successione dinastica sotto il mantello di Ferdinando d’Austria, il Principato di Piombino, il Ducato di Lucca, lo Stato Pontificio che recupererà molti territori da Ravenna a Ferrara, Camerino e Benevento ed infine il regno di Napoli che viene definitivamente ricongiunto al Regno delle due Sicilie sotto la corona del restaurato Ferdinando IV di Borbone che aveva probabilmente saputo ben accattivarsi, durante il Congresso (e fors’anche comprarsi), il favore dei “grandi”, a danno dell’ormai inascoltato Gioacchino Murat. Vantaggio che comunque il Borbone pagò caro: 25 milioni per le spese di guerra all’Austria e per il mantenimento di un presidio militare austriaco nel Regno neo restaurato, crearono i presupposti affinché divampasse in breve malcontento e rivoluzione.

In altre parole del territorio della futura Italia ne disposero a piacimento i vincitori di Napoleone e questa è cosa che, pur non con i toni di una dominazione (come in molti paesi balcanici avveniva per voce ottomana), già era prassi consolidata dai tempi della caduta dell’Impero Romano di Occidente. Fortuna volle che tale sorta di pacifica invasione di governanti stranieri fosse avvenuta nel tempo per convenienze molto spesso di carattere commerciale che portarono in qualche modo ricchezza, scambi culturali e fiorir d’arte in buona parte del nostro stivale. Anche se poi, in caso di conflitti anche fuori della penisola, era tacito non solo lo schieramento dei vari stati italiani, ma anche la loro forzata partecipazione.

Ciò che più ci interessa tuttavia, oltre i complessi intrighi che fecero sì che il Congresso si trascinasse per più di sette mesi è la realtà politica del territorio italiano a neanche cinquanta anni dall’unificazione e dall’indipendenza. Eravamo ancora non solo divisi geograficamente come quattro secoli prima ma, in aggiunta, era difficile rintracciare tra i vari signorotti e monarchi, qualche importante rampollo di casata italiana se si esclude il reggente del piccolo principato di Piombino e, nello Stato Pontificio, quel Pio VII, figlio del conte Scipione Chiaramonti e di Giovanna Coronata Ghini, dei marchesi Ghini, nobile casato di Romagna, Conti, Patrizi di Cesena e di San Marino, Cavalieri di San Giovanni e Frieri dell’Ospedale di Santo Spirito, personaggio senza dubbio più importante per il prestigio dello Stato che governava e per il ruolo religioso rivestito che non per qualità personali.

In queste condizioni socio-politiche il sentimento ed il concetto stesso di Italia e di Italiani erano quindi, nei fatti, ben lontani da venire. Si poteva, al massimo, percepire la voglia di indipendenza delle popolazioni dei singoli stati o, quanto meno la voglia di governi più liberali, ma intravedere in questa frammentazione oramai secolare un comune sentimento identitario condiviso (se non da fasce intellettuali peraltro più dedite al mantenimento del proprio ruolo nei rispettivi territori che non all’elaborazione di possibili nuovi scenari socio-politici, appannaggio questo dei malcontenti e dei rivoluzionari per professione per vocazione), è passo piuttosto lungo.

Ma in quel Regno di Napoli oramai spazzato via dalla storia dei potenti e dei vincitori (non ne esiste altra, inutile cercare) era germogliato un seme, quello che, per necessità di libertà, sarebbe culminato nel patriottismo. Un seme pervicace che saprà diffondersi velocemente e voracemente in tutta la penisola.

La Rivoluzione Francese e, soprattutto, tutto il movimento culturale che l’aveva indotta, seguita e proseguita, aveva lasciato il proprio segno e concetti quali “uguaglianza e libertà” certo risultavano dolci chimere a chi invece viveva dell’assolutismo di governi che non avrebbero mollato alcun privilegio discendente da quel “volere di Dio” che per secoli aveva loro garantito la sicurezza del proprio status.

Ma nel Regno di Napoli – questo andrebbe vigorosamente ricordato – le pulsioni tutte intellettuali di chi spesso si limitava a teorizzare, sfociarono nei moti che dettero inizio a tutta quella serie di analoghe insurrezioni che piano piano si svilupparono in buona parte della penisola. Si badi bene, erano queste micro rivoluzioni, tutte indirizzate all’ottenimento di una costituzione, ciascuna richiesta al proprio governante e a Napoli, dove già si era sperimentato durante la reggenza di Giuseppe Bonaparte, pochi anni prima – qualche dolce vento libertario, forse il terreno era risultato più fertile. Ferdinando il Borbone fu costretto dunque, nel 1820, dopo vari scontri, a riconoscere la costituzione anche se, pochi anni dopo, l’invio di 50.000 uomini dall’Austria (che aveva ceduto, ricordate, tale territorio alla restaurazione borbonica sotto condizione) mise nuovamente, anche se provvisoriamente tutto in discussione. Ma questa diventa poi un’altra storia.

Significativo invece è il testo della costituzione, allora rivoluzionaria anche se proposta sull’onda dell’accettazione della stessa in Spagna dove parimenti simili avvenimenti avevano disalberato la nave assolutista. E’significativo perché a non più di due secoli di distanza da oggi, il testo, pur nella sua contingente rottura e novità, ancora echeggiava di reminiscenze medievali e di un certo qual razzismo identitario che aveva, allora, lo scopo di costituire un richiamo all’unità ed alla compattezza, ma che oggi sembrano invece semi sopiti (non del tutto ahimé) di vago nazionalismo populista e di vera e propria xenofobia, una volta ancora, di matrice religiosa.

Si legge infatti, nella sintesi di tale Costituzione, riportata negli “Annali d’Italia dal 1750 compilati da Antonio Coppi: Dal 1820 al 1829”, volume 7: “…. La religione della nazione è e sarà perpetuamente la cattolica, apostolica romana, unica vera; la nazione ha da proteggerla con leggi sacre e giuste e proibire l’esercizio di qualsivoglia [altra] religione. ….”. Al seguito del giuramento di obbedienza a tale Costituzione da parte di Re Ferdinando, seguirono le elezioni del nuovo Parlamento. Per accedervi erano richiesti alcuni requisiti : “… nell’elezione del primo grado siano scelti uomini che abbiano l’universale fiducia e la loro scelta sia agli altri d’esempio in modo che agli elettori provinciali resti la difficoltà di dover eleggere FRA I BUONI, I MIGLIORI. Si guardi che gli eletti siano uomini PROBI, VIRTUOSI, INCORRUTTIBILI, e segnalati per autentico amor di patria. I cittadini tutti innalzino l’animo sopra le passioni e le particolari utilità, poiché gli uomini e gli interessi passano, ma le nazioni restano e tengano innanzi alla mente più il FUTURO che il PRESENTE”.

Un simile appello elettorale oggi sembrerebbe fantascientifico se non addirittura ridicolo (sul concetto di futuro abbiamo già avuto più di una occasione per parlarne). Eppure è da principi come questi che siamo partiti nella costruzione della nazione Italia. Ed in quel momento ciò che era da combattere era quanto si leggeva, ad esempio, in un libriccino che veniva distribuito nelle scuole (l’esempio qui riguarda Milano e la cronologia storica ci sposta in realtà al 1840, a qualche anno dopo, ma poco interessa: il clima era quello): “domanda: come si debbono comportare i sudditi con il loro sovrano?; risposta: i sudditi si debbono comportare verso il loro Sovrano e in tutto ciò che egli comanda nella sua qualità di Sovrano, come si comportano i fedeli servitori in tutto ciò che comanda il loro padrone; domanda: perché debbono i sudditi riguardare al Sovrano come il loro padrone?; risposta: i sudditi debbono riguardare al Sovrano come il loro padrone perché in realtà egli ha il diritto di essere da loro obbedito e perché ha l’alto dominio sulle sostanze e sulle persone dei sudditi e può legittimamente disporre nell’esercizio della sovranità …”. (in “Doveri dei sudditi verso il loro monarca per istruzione ed esempio di lettura nella seconda classe delle scuole elementari”, capitolo IV).

Talvolta si ha oggi l’impressione che si sia stati capaci unicamente di sostituire i termini “Sovrano” e “padrone” con qualcosa di più edulcorato anche se non meno invasivo, con l’onere aggiunto che coloro che abbiamo messo a governarci (lì dunque NON per “volere di Dio”) ce li siamo bellamente scelti e quindi non possiamo neanche invocare responsabilità altrui. I termini poi con cui venivano elencate le caratteristiche necessarie ad essere membri del Parlamento del Regno delle due Sicilie, che tanto ricordano l’antica liturgia greca secondo la quale il governo era retto a titolo non solo gratuito ma anche oneroso dai cittadini abbienti della città in quanto si dava per assunto che la loro ricchezza fosse possibile in quanto esisteva la polis e, pertanto, nei confronti di essa dovessero dimostrarsi altamente riconoscenti, non voglio neanche azzardare paragoni visto che il binomio potere politico-interesse personale è universalmente conosciuto e, de facto, accettato.

Talvolta si ha l’impressione rivisitando tanti avvenimenti che non solo l’Unità del Paese ma anche la sua democrazia siano tanto giovani quanto impazienti. Dopo tutto sediamo a taluni consessi dove partecipano ad esempio paesi come Germania, Francia, Olanda, Inghilterra, dove la solidità della propria identità è estremamente più radicata nel Dna della popolazione perché cresciuta e radicata nei secoli.

Noi apparteniamo ai paesi giovani, quelli che hanno avuto un lontano passato ruggente al quale è seguito un periodo, secolare, di tentativi, commistioni, accomodamenti, lotte intestine, brillanti intuizioni ma che è trascorso nello smembramento della antica identità che oggi non è certo possibile recuperare. Sarebbe un nostalgico fardello con il quale ben poco avremmo da condividere e non un grande patrimonio culturale che invece, per fortuna, attende solo che lo si valorizzi ancora di più di quanto stiamo facendo.

E’ alla storia recente che dovremo guardare con maggiore attenzione per la crescita e l’evoluzione della nostra identità politica e nazionale, perché due secoli sono il passaggio di poche generazioni tanto che alcuni hanno tra i loro ricordi diretti, storie, oggetti e lasciti di antenati che hanno vissuto quegli anni ruggenti di principi che hanno faticosamente creato le basi sociali per quello che siamo oggi. Ed è opportuno guardare a quei tempi fuori dalla pomposità della celebrazioni, lontani dalla retorica, dando agli uomini, anche quelli di allora una dimensione umana e concreta di chi ha lottato per obiettivi pratici e reali. In quel momento c’era da guadagnare il diritto all’opinione, la dignità ad essere considerato cittadino al pari di un altro.

Oggi tutto questo da cui siamo partiti si è trasformato soltanto nel diritto all’iphone? Anni prosperi siano ad attendervi ad iniziare dal prossimo venturo, ma non sarà Babbo Natale a portarvene in regalo.

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