Sergio Ricossa il pan, e non chiamatelo solo economista

di Enzo Terzi

E’ da poco mancato Sergio Ricossa, ai più noto come economista, attributo questo che non rende esattamente merito alla sua attività che è stata anche di giornalista, sociologo, divulgatore, saggista e, più di ogni altra cosa energico sostenitore delle idee liberiste senza che le stesse restassero confinate nell’alveo dei numeri e delle statistiche. Più propriamente infatti potremmo definirlo un osservatore attento dei cambiamenti sociali avvenuti in Italia dal 1960 al 2014, quando pubblicò l’ultimo dei suoi caustici saggi. Leggere Ricossa è un viaggio attraverso diagnosi e protocolli terapeutici che illustra prendendo spunto dalla realtà del Paese e non tanto dalla storia economica che pur utilizzava per palesare i limiti di tanti modelli.

In sintesi, un acerrimo difensore dei diritti individuali ai quali ogni e qualsiasi autorità politica e statale dovrebbe piegarsi.

Niente di meglio dunque che approcciarsi ai suoi testi, due dei quali, in particolare, sono stati oggetto di vivace lettura e dai cui titoli, già si comprende la vena critica, polemica e caustica del linguaggio: “Maledetti economisti: le idiozie di una scienza inesistente” del 1996 e “L’elogio della cattiveria”; il primo degli anni novanta ed il secondo edito nell’ultimo 2016.

Se il primo è un’aperta critica a chi ha voluto della teoria cercare di farne una scienza esatta senza tener conto del fattore “umano”, il secondo è una riflessione ancora più amara sui comportamenti sociali due dei quali vengono in particolar modo presi di mira “perbenismo” e “buonismo”.

Ciò che è più stimolante in Ricossa, è bene sottolinearlo dall’inizio, non è tanto la necessità di condividerne il pensiero (fatto questo certo non sempre scontato), quanto la capacità dell’esercitare l’apertis verbis in un contesto sociale come quello odierno dove tutto si misura nel calderone del più o meno politicamente corretto o del più o meno “democratico”, generando sindromi “buoniste” che celano invece l’astuta scienza di delegare ad altre ogni responsabilità.

Il saggio sui Maledetti Economisti è un sintetico quanto concentrato excursus sulla storia della economia moderna che si sviluppa attraverso un percorso narrativo curioso: siamo nell’anno 2450 e ad una neonata “Accademia della Seconda storia” viene assegnato il compito di creare un immenso archivio che possa raccogliere tutte le testimonianze (in questo caso in materia economica) della “precedente storia”, quella terminata a seguito della “grande catastrofe” del 2440. Non è una fresca invenzione letteraria questa, tutt’altro. Prende infatti spunto da un testo illuminista (non a caso l’illuminismo può considerasi una filosofia antesignana del liberismo quanto al riconoscimento dei diritti individuali) di un francese, Louis-Sébastien Mercier che nel 1774 scrisse un saggio intitolato “L’anno 2440: il sogno se mai ce ne fu uno” (ripubblicato recentemente in Francia da UltraLetters) nel quale attraverso una vicenda fantascientifica, narra di una società nuova ove il rispetto per la cultura, l’ambiente, i rapporti sociali di pari dignità ed il governo scandiscono il vivere sociale.

Tanto fu il successo di questo pensiero tutto nuovo e colmo di speranze che tale saggio venne poi ripreso e riadattato anche da un fanariota greco, Stefanos Dimitriadis che nel suo libello “L’anno del Signore 2440” (edito da ETPbooks in italiano, 2016) addomestica i temi tutti francesi di Lemercier e dimostra come già a fine ‘700 il pensiero illuminista avesse messo radici anche a Vienna e nei Balcani. Questa scelta letteraria oculata che inoltre si riconduce a testi che già nel ‘700 trattavano in realtà di ecologia, convivenza, salvaguardia dei beni artistici e scientifici, impiego dei servizi sociali, si incardina la “contro-storia della scienza economica” di Ricossa. Una contro-storia che prende avvio da coloro che reputa i grandi padri del suo amato liberismo come ad esempio Bernard de Mandeville che con la sua “Favola delle api” (illuminante storia dove tutto funziona finché le api dimenticano cupidità ed egoismo diventando virtuose sì che l’alveare va in malora) ci impone una riflessione circa i ruoli individuali nel contesto di una società, confermando come ognuno agisca in funzione dei propri scopi ed il contemporaneo raggiungimento anche degli scopi altrui non è intenzionale ma effetto necessario e secondario del proprio personale percorso.

Il saggio di Ricossa si sviluppa poi attraverso un disordinato quanto divertente cammino sia economico che letterario mostrando quanto la maggior parte dei grandi teorici in realtà fossero ben lontani dalle contingenze della realtà in cui vivevano, realtà che proprio i letterati invece, molto spesso descrivevano e dipingevano con estrema efficacia.

Nasce dunque una sorta di lotta silenziosa fatta di botta e risposta tra economisti tutti tesi a scoprire la “formula filosofale della felicità” e i letterati che una volta rotti gli indugi, sempre più penetrano le miserie sociali fino a creare, dalla miseria stessa, i nuovi eroi. Eroi reduci dalle promesse conservatrici come da quelle bolscevìche, sopravvissuti alle moine fasciste o all’ordine vittoriano. Senza esclusione di colpi. Ciascuno di essi preda della propria follia, nel tentativo di fare di una “cosa immaginata”, una “scienza”.

Ma se il testo di cui abbiamo appena parlato potesse sembrare un – seppur seducente – saggio arguto su teorie e teoremi, la faccia più inquietante di Ricossa si palesa nella seconda lettura, in quell’Elogio della Cattiveria che pare una esacerbazione di erasmiana radice (cfr. L’Elogio della Follia, Erasmo da Rotterdam), ben lontana nel tempo ma non meno polemicamente caustica e tanto provocatoria da risultare, certo, per alcuni, addirittura offensiva (oggi quando non si è d’accordo automaticamente si offende o si viene offesi) vista la moda imperante di rinunciare al dialogo per procedere all’insulto, ad etichettare l’altro, in caso di disaccordo, di fascista o di comunista, di razzista, di omofobo, di integralista od altro di turpe.

Ricossa non concede sconti a nessuno ed alla sua contro-storia economica affianca la sua contro-realtà sociale, calpestando e distruggendo tutte quelle strutture protettive che, facendoci gridare all’untore, ci permettono di salvaguardare scienza e coscienza integre, agli occhi nostri beninteso, ma tanto basta. Ricossa ha criticato con durezza tutto quanto possa costituire ostacolo alle libertà dell’individuo e delle imprese.

L’economia è solo parte di questa sua crociata che invece è rivolta a chi si uniforma, a chi moraleggia, a chi ostenta adesione a moti perbenisti, a chi si crogiola nel buonismo fino a rinnegarsi allorquando tutto può essere giustificabile e giustificato.

E Ricossa fa tutto questo con atteggiamento che vuole mostrarsi al di sopra delle parti, manifestando così non una tendenza politica ma una tendenza umanista; scrive infatti nelle prime pagine: “Nulla nella scienza economica pare dimostri scientificamente la supremazia di una preferenza sull’altra [socialista o liberista] . . . Anzi, esse sono quasi sempre motivate sul piano filosofico. Determinante è soprattutto come ci si colloca di fronte al grande problema del male o dell’imperfezione del mondo, il problema al quale in ultimo conduce ogni nostra indagine intellettuale. Gli atteggiamenti basilari non sono che due: o noi crediamo nell’ideale di un mondo perfetto, di realizzabilità, o al contrario riteniamo il perfetto indesiderabile, prima ancora che impossibile”.

Continua Ricossa: “L’elogio della bontà è talmente facile e consueto, specialmente in bocca a fior di mascalzoni, che lo respingo. Al diavolo i buonisti . . . L ‘elogio della cattiveria è, secondo il mio modesto parere, la base di ogni umanesimo non utopico”.

La solidarietà, ad esempio, in campo economico è deleteria: per la solidarietà sono quasi sempre sufficienti le buone intenzioni ; i risultati sono secondari. Così la gestione del welfare e le partecipazioni statali in Italia dagli anni ’70 agli anni ’90 hanno creato il debito pubblico e la tassazione di oggi. Oggi quando lo Stato interviene è solo per il nostro portafogli. Il buono dunque di tali azioni si perde nella buona intenzione per finire tragicamente nell’orrore dei risultati. La solidarietà in funzione della sicurezza sociale a cosa ha portato? Unicamente a giustificare la sfortuna del singolo, a cauterizzare le disuguaglianze offrendo una sorta di stabilità che di fatto è unicamente austerità. Un’austerità che serve a conservare e non ad innovare. E’ la filosofia dei bisogni inappagati, la morte dell’economia, la mortificazione dei desideri che pure sono umani. “Quel che è peggio è che la stabilità promessa è illusoria. La “sicurezza sociale”, fatta più di asserzioni demagogiche che di realizzazioni, inghiotte risorse in misura sproporzionata ai benefici che otteniamo in contropartita”.

Ma il vero Elogio della Cattiveria si scatena contro i buonisti: “Il vocabolario buonista è falso dalla A alla Zeta. Il mondo dei poveracci è il Terzo mondo. I Paesi sotto­ sviluppati sono Paesi in via di sviluppo. Gli immigranti afro-asiatici sono extracomunitari. D’accordo, non bisogna offendere nessuno, nemmeno e soprattutto quando gli offesi siamo noi. Per gli islamici, sempre più numerosi, che abbiamo in casa, noi siamo gli infedeli; ma non vale il diritto di reciprocità, a noi non è lecito dire che gli infedeli sono loro. Finiremo col censurare la Divina Commedia, perché Dante mise Maometto all’inferno. Anzi, si finirà con l’abolizione dell’inferno da parte della Chiesa, per non offendere i peccatori, i quali non saranno più peccatori bensì erranti per distrazione, ragazzi un po’ vivaci in vena di simpatiche birichinate. Ci sarebbe da ridere se non vi fossero enormi interessi in gioco: gioco politico, gioco economico”.

E ancora: “Sarà un delitto non il derubare, ma il farsi derubare. La signora che esca, ostentando un monile di oro vero, è chiaramente una provocatrice e merita di essere scippata, se c’è giustizia a questo mondo. Il buonismo si regge sul principio che tutti sono buoni per natura. I cattivi sono buoni traviati da istituzioni politiche sbagliate. Basta una piccola rivoluzione, che migliori le istituzioni, e i cattivi sopravvissuti tornano buoni, come in fondo sono sempre stati”.

La morale di una consistente serie di esempi mostra dunque che l’elogio della cattiveria è molto meno ipocrita dell’elogio della bontà. E, come dice Ricossa, “alla base di ogni umanesimo non utopico”. E ciò che è peggio, aggiunge, è che i buonisti albergano solitamente anche nei governi e, come se non bastasse vi è poi il buonista più pericoloso: l’imbecille, chi vi fa del male senza volerlo, senza accorgersene, senza suo profitto, magari con l’intenzione sincera di farvi del bene.

E già sappiamo che il buonista imbecille è frequente, ci circonda, ci assedia. Allora, conclude Ricossa, io proclamo: viva il cattivo che si presenta come tale. Quanto meno è sincero, non è un ipocrita, non ci inganna.

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