Vola colomba, storia vera di Dalmazia tre esodi e amori

di Claudio Antonelli

Cominciando da quel “Vola colomba” del titolo sono entrato subito in sintonia con la storia che ci propongono Giovanni Grigillo e Bibi Dalai Pietrantonio, che si sono divisi la scrittura dell’opera. Ognuno dei due coautori ci presenta – i loro racconti si alternano – le particolari vicende di un periodo della propria linea genealogica risalente a un paio di generazioni prima. Al centro della storia raccontateci da questo agile libro di 128 pagine vi è la coppia “Gianni e Amelia”, uniti dall’“amore travolgente” evocato dal titolo.

Ciò che ci raccontano i due autori sono squarci della storia delle loro famiglie, relativamente a una relazione amorosa tra due adulti già sposati. Ma con sullo sfondo i traumi storici del periodo in cui questi personaggi vissero.

È una storia di famiglia, anzi di famiglie; le quali hanno profondi legami con Trieste, e con la Dalmazia da cui la popolazione italiana autoctona fu costretta ad andare via, in esodi successivi, per sfuggire alla slavizzazione e all’“atteggiamento ostile e violento degli slavi” (p. 76). E dopo questi esodi (uno alla fine del secolo decimonono e nei primi anni del ventesimo, l’altro dopo la conclusione della prima guerra mondiale) vi fu l’esodo definitivo. Con la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Dalmazia italiana divenne slava, interamente. E così fu per Fiume, e così per l’Istria. “Vola colomba” meriterebbe un’ampia diffusione, anche per le verità storiche che ci presenta, offrendo il punto di vista dei testimoni-vittime di quegli eventi ormai lontani ma dolorosamente presenti a tanti di noi.

Le narrazioni dei due autori sono separate dai caratteri tipografici distinti cui essi hanno voluto far ricorso. Infatti, il racconto di Bibi Dalai è in corsivo mentre quello di Giovanni Grigillo (Gianni junior) è nella normale scrittura in tondo. Ciascuno dei due coautori rappresenta la propria linea genealogica. E le due linee – i Grigillo e i Pietrantonio-de Mistura – si toccano ma non si mescolano, nel senso anche che i due autori non sono consanguinei.

Se la narrazione di Gianni junior nel suo insieme occupa un maggior numero di pagine rispetto a quella di Bibi Dalai Pietrantonio, ciò si spiega perché egli ci presenta, retrocedendo nel tempo, una serie più ampia di vicende collegate a quel personaggio un po’ fuori del comune che fu suo nonno, suo omonimo: Giovanni Grigillo (“Gianni senior”), dalmata di Spalato, esiliatosi a Trieste.

Al centro della storia campeggia questo dentista dalmata, dalla forte personalità, non espansivo ma generoso, coraggioso e dai forti sentimenti patriottici, e inoltre molto sensibile al fascino femminile. Ad un certo punto della sua vita, trentasettenne – correva l’anno 1928 o pressappoco – già sposato s’innamora di una cliente del suo studio dentistico di Trieste. È un amore che durerà. Gianni senior lascerà la moglie, Gisella, (cui lui rimproverava di non aver studiato e di aver poca cultura, e quindi “ho poco da condividere in famiglia con lei” p. 28) originaria anche lei di Spalato, con cui ha avuto due figli, Dante e Beppi, e inizierà a vivere con la sua nuova compagna, Amelia; senza però mai venir meno ai suoi doveri paterni e alle responsabilità economiche che gli derivano dall’avere ancora anagraficamente una moglie pur convivendo con un’altra donna. Da questa nuova unione non nasceranno eredi.

Ma perché quel “Vola colomba” del titolo? Ce lo spiega Dario Fertilio nella sua mirabile prefazione (che meriterebbe che io la riproducessi qui per intero): in questa canzonetta del 1952, quindi due anni prima che Trieste si ricongiungesse finalmente all’Italia, vi è il motivo della “solitudine di un intero popolo condannato all’oblio, il peso dell’indifferenza seguita alla tragedia dell’esodo, il distacco dei dalmati dalla loro terra e la lontananza dall’Italia di quella Trieste – sarebbe durata ancora due anni – che in gran numero li aveva accolti.”

La canzonetta “Vola colomba”, cantata da Nilla Pizzi, che con essa vinse il festival di Sanremo del 1952, “raccontava di due fidanzati divisi da una nuova e crudele frontiera. Trieste viveva l’angoscia di un potenziale cedimento della Patria sconfitta alle sempre più audaci pretese jugoslave.” Gli altri italiani ripetevano lo stornello di Vola colomba, senza capire che quelle parole esprimevano un dramma vissuto da tanti. Il motivo musicale “Vola colomba”, menzionato dal titolo, non può dire più di tanto a chi non possieda certi sentimenti d’amor patrio (“sentimento risorgimentale” lo definisce Fertilio nell’introduzione).

Dario Fertilio con tocchi molto felici, sempre nell’ introduzione a questa “testimonianza diretta e sofferta in forma narrativa” che è altresì “romanzo di memoria autentica che finge soltanto di essere inventato, per rivelare nel finale l’ordito reale della tessitura”, fa riecheggiare nel nostro animo di esuli o di discendenti di esuli certe dolorose verità: “Da Trieste a Ragusa coloro che si erano illusi d’essere figli prediletti d’Italia si sarebbero scoperti quasi stranieri, al massimo tollerati.”

Gianni senior è nato a Spalato, figlio di Marietta Fratniek, croata di Cattaro (diventata, dopo aver sposato un italiano, “italiana, italianissima”, specifica con orgoglio Gianni senior), e di Pietro Grigillo. Quest’ultimo, nato nel 1859, morì nel dicembre del 1943 a Zara, sotto i bombardamenti anglo-americani; figlio a sua volta di Nicolò Grigillo, nato nel 1929, maritato a Andrianna Cuzmanich, slava (non si sa se croata, serba, macedone o altro), e morto nel 1882. Nicolò Grigillo detto ‘Caravanich dal Borgo Grande’, classe 1829, era un commerciante discretamente agiato. Morì nel 1882, non ancora cinquantatreenne, dopo aver perso tutto e lasciando debiti alla vedova e ai due figli: Pietro, il padre di Gianni senior, nato nel 1859, e “Toni marinaio della Marina Austriaca Imperiale”. [p. 21] Quest’ultimo si era “croatizzato per campare” ossia si era visto costretto a mostrare sentimenti croati nella marina austriaca, dove da italiano non avrebbe fatto carriera e avrebbe rischiato di perdere il posto. (p. 27)

Se riporto questi dati biografici è innanzitutto per marcare il carattere autoctono dalmata dei Grigillo, e per mostrare che le loro condizioni di vita non furono per nulla prospere dopo il rapido declino delle attività commerciali di nonno Nicolò.

Da queste note traspare anche il carattere intransigente della gente di quelle terre, in quei tempi, il che spiega il risentimento che Gianni senior provava verso i croati, cui attribuiva gran parte delle cause del tracollo delle fortune famigliari. Sempre presenti alla sua memoria erano inoltre le angherie subite dalla sua famiglia “nelle ultime due generazioni” (p. 21) ad opera dei croati; con cui però, dopotutto, egli condivideva – come abbiamo visto – una parte di DNA.

Dalmati autoctoni, beninteso, sono anche i de Mistura, antica e nobile famiglia di Sebenico. Marsilio de Mistura, all’indomani della prima guerra mondiale aveva lasciato la sua amata Sebenico “passata, da quella austriaca, sotto l’amministrazione jugoslava” (p. 18) . Aveva preferito andar via dalla Dalmazia per “non piegarsi alla ‘slavizzazione’ obbligatoria imposta dalla nuova amministrazione pubblica (…) Aveva abbandonato tutto e tutto era stato confiscato.” (p. 19) “Lì non erano più ritornati [i de Mistura] da quando Sebenico era passata, da quella austriaca, sotto l’amministrazione jugoslava.” (p. 18) “Venuti a Trieste, Marsilio e suo fratello [Camillo] avevano cercato di tenersi da parte qualcosa di quella fortuna, finita in mano agli ‘sciavi’, affidandola alle sorelle rimaste a Sebenico coi rispettivi mariti. Ma questi non rinunciando alle debolezze di quella gente godereccia, le donne e il gioco, si erano mangiati tutto compresa la meravigliosa goletta.”( p. 35). Bibi Dalai Pietrantonio, così abile nell’evocare le atmosfere romantiche, a me è apparsa un po’ distante dal mondo di noi esuli, o figli di esuli, e dai nostri sentimenti di amor patrio, e dallo sfondo storico su cui si stagliano personaggi come Marsilio de Mistura e Giovanni Grigillo. Ecco comunque un suo felice tocco sul poco comunicativo Marsilio de Mistura, tutto dedito al lavoro e dall’animo dell’esiliato: “… lei [Niki] scivolava sul terrazzino, per cogliere l’ultima visione di quella figura maschile, magra, allampanata, vestita di grigio, dalla lunga ombra, attraversare la strada e scomparire oltre l’angolo; eccolo, era andato.(…) Lui non si girava mai a guardare verso la finestra. Ignaro che lo stesse spiando, dimentico ormai di quegli affetti domestici, proteso alle prossime incombenze…” (p. 16) Gianni junior ci rappresenta un uomo distrutto, dopo il tradimento della moglie: “Il marito cadde in una forte depressione, ma non recedette dal proposito di proibire qualsiasi contatto della figlia con la madre.” (p. 53)

In seguito, la delicata penna di Bibi Dalai ci descrive il marito di Amelia, ricoverato in sanatorio, “magro, così riservato, elegante, distinto, aristocratico e con un’aura di mistero.” ( p. 65) E sempre alla sua penna dobbiamo la descrizione romantica dell’incontro e dell’amicizia che nasce in sanatorio tra il nobile uomo e la baronessa Aimerich.

Le tristi conseguenze delle sciagurate leggi razziali che colpirono gli ebrei (annunciate da Mussolini nel 1938, proprio a Trieste, in piazza Unità d’Italia) trovano il dovuto spazio nel libro, tanto da divenire per un po’ il tema centrale della narrazione di Bibi Dalai, attraverso anche la storia di Ester, amica di Niki. L’esodo degli ebrei da Trieste fa trovare all’autrice toni struggenti. Il suo racconto si anima grazie a una partecipazione totale a quella triste vicenda che si conclude, comunque, con un lieto fine: il ritorno degli ebrei nella loro patria. La tragedia degli ebrei ci è presentata dall’autrice con intensità di sentimenti e accenti di gran lirismo, rivelanti il suo forte senso di immedesimazione con gli esuli di quel mondo particolare. Bibi Dalai Pietrantonio, discendente oltre che dei “de Mistura” anche dei “Pietrantonio” di Larino, si è sentita molto vicina all’esodo della comunità ebraica. E considerate l’attenzione, la delicatezza, la partecipazione con cui ne ha scritto, possiamo dire che si è sentita forse più vicina a questo esodo ebraico dall’Italia che non all’esodo italiano dalla Dalmazia, dall’Istria, da Fiume.

Molti di noi, originari di quelle terre, ritrovano con commozione se stessi, o i propri genitori e i propri avi, nei personaggi, nelle situazioni, e nei forti sentimenti d’italianità che emergono dalle pagine del libro. Uno dei meriti principali di questo libro di rievocazioni, è di presentare, attraverso una particolare vicenda famigliare, e dando voce ai testimoni, gli esodi dei dalmati, come anche altri eventi storici di cui si poco si parla e che smentiscono la narrativa ufficiale inneggiante alla “Liberazione”. E in funzione di questo “lieto fine” ufficiale, che vide in realtà il tracollo del nostro paese con una resa senza condizioni e l’amputazione delle terre nostre a beneficio della Jugoslavia, anche tutta la storia antecedente di quelle terre “liberate” continua ad essere vista in Italia attraverso il prisma dei “liberatori” e dei loro precursori. Prisma che dà una versione crudelmente deformata degli eventi di cui noi, originari di quelle terre, siamo stati i testimoni e le vittime.

A questo punto mi riesce impossibile, per quel “Vola colomba” del titolo, non fare una digressione molto personale, parlandovi di un contrasto da me avuto con un universitario di Montréal, Giuseppe Samonà, che nella rivista online “Altritaliani” in uno scritto contro la “retorica patriottarda” di Roberto Benigni si era preso beffe, in maniera veramente indegna, di un altro brano della musica leggera a noi molto caro: “Le ragazze di Trieste” (“La campana di San Giusto”).

Aveva scritto questo Samonà: “Mancavano solo ‘Le ragazze di Trieste’, che ci faceva intonare la nostra Maestra, quelle che appunto alla vigilia della prima guerra mondiale cantavano in coro, con ardore: oh Italia, oh Italia del mio cuore, tu ci vieni a liberar!” Non pago, Samonà aveva esaltato il padre di un alunno che avrebbe detto alla maestra: “Sa cosa ci faccio con la sua ‘patria’ e con la sua ‘bandiera’? Aggiungendo deliziato: “Lascio al lettore fantasioso immaginare la risposta.” “Ebbene –replicai io sul ‘Cittadino Canadese’, giornale di Montréal per il quale scrivo da anni – il Samonà sarà sorpreso nell’apprendere che quella stessa canzone, cui lui irride, provoca ancora oggi un’emozione sincera nei discendenti di coloro che sull’altra sponda adriatica credettero, e anche morirono, per quelle speranze e quelle idee. Emozione di rimpianto misto ad amarezza, pensando alle illusioni degli “irredenti” che anelavano ad unirsi agli altri italiani nell’abbraccio di una patria unica. I miei nonni e i miei genitori, e così tanti altri, imbevuti fin dalla nascita d’amore per il tricolore, si trovarono a dover poi fronteggiare, da esuli, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, i sentimenti antitetici che imperversavano nel Belpaese, ossia l’avversione per il sentimento nazionale e l’amore invece per la bandiera rossa. Sentimenti ancora tenaci in un’Italia in cui molti, alla propria bandiera, hanno sempre preferito e preferiscono le bandiere altrui.”

Tra i tanti morti, Gianni junior non dimentica in “Vola colomba” i caduti del 1953 per l’italianità di Trieste: Pietro Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia, Antonio Zavadil. L’Italia è il paese, purtroppo, della messinscena e del trasformismo, in cui il solo sentimento che si riferisca alla nazione coltivato dalle nostre élite culturali odierne è l’antipatriottismo, cui oggi si è aggiunto il globalismo. I sentimenti che furono già del popolo dell’Italia irredenta, ormai disperso ai quattro angoli del mondo, sono difficili da definire senza il ricorso a parole ormai consunte dalla retorica e che invece sono state per i nostri padri come il sangue delle loro vene e come l’aria che respiravano. E che lo sono ancora, pateticamente, per alcuni di noi… L’Italia è divenuta il paese, purtroppo, della messinscena e del trasformismo in cui il solo sentimento che si riferisca al concetto di “nazione”, coltivato dai padroni del discorso, è l’antipatriottismo.

Questo sorprendente piccolo capolavoro riporta in vita, attraverso una scrittura ricca, agile e delicata, vibrante spesso di emozioni e soffusa di malinconia, una cronistoria di famiglia cui si intrecciano eventi storici per noi dolorosi; ignorati o distorti invece dalla vulgata manichea di cui noi, profughi o discendenti dei profughi quelle terre, siamo da anni vittime, perché la nostra sofferta italianità è etichettata nella penisola come “fascismo”. Figure, le nostre “ambivalenti” per il sentire dell’italiano medio cui riesce difficile afferrare la nostra precisa identità (slavi? italiani?) e con cui quindi gli riesce difficile identificarsi.

“Vola colomba” è un libro “intriso” di Storia, perché le vicende dei singoli, in quelle terre in cui si confrontano italiani e slavi, sono spesso connesse ai profondi sommovimenti collettivi, politici, culturali e sociali, che occorsero in quei periodi. E occorre risalire nel tempo per misurare la variazione degli equilibri tra le due etnie, slava e italiana.

La fine della dominazione veneziana e l’inizio di quella austriaca causano dei cambiamenti nei rapporti di forza tra questi due gruppi, entrambi autoctoni di una terra dove vivevano mescolati tra loro “austriaci, tedeschi, slavi, italiani, ungheresi. Ma anche greci, macedoni.” (p. 28). La versione che ci viene spesso data degli eventi di quel tempo trascura o addirittura ignora certe pagine fondamentali di storia. Prendiamo la decisione di Francesco Giuseppe di favorire l’elemento slavo a danno di quello italiano. Fu dopo la battaglia di Lissa, quando l’italianità aveva come punto d’attrazione uno stato reale, mentre gli slavi non potevano ancora contare su una nazione slava indipendente. Questo primo esodo e gli eventi ad esso collegati spiegano molte pagine della storia successiva, di cui oggi si ha una versione mutila al servizio del manicheismo ormai irrimediabilmente invalso.

Il disastroso finale della Federazione jugoslava, costruzione artificiale, edificata anche sulle ossa dei nostri morti, e crollata ignominiosamente tra violenze inaudite, confermanti la tradizionale ferocia guerriera balcanica, avrebbe dovuto mettere fine alla vulgata “progressista” – leggere “di sinistra” – antitaliana. Inoltre, la grottesca propaganda portata avanti dalla Jugoslavia titoista, modello di socialismo, di autogestione e di equidistanza, che distribuiva nei vari forum attraverso il mondo il “libretto d’istruzioni” ideologico per superare i meschini nazionalismi, gli egoismi borghesi e i conflitti etnici, dovrebbe oggi suscitare sarcasmi, forse crudeli ma più che legittimi, e che sono invece totalmente assenti.

Ma la storia non la scriveranno certo i vinti e accanto a certe patetiche cantonate di “storici” che attribuiscono al fascismo i toponimi italiani delle nostre terre, e accanto ai negazionisti delle foibe, invitati a dare conferenze in coincidenza con certe date luttuose per noi, abbiamo le “autorità responsabili” italiane che ancora oggi esaminano, contrite, le continue richieste di risarcimenti per l’incendio del Narodni Dom di Trieste, avvenuto nel 1920, di cui la versione pro-slava sembra fare, presso i nostri governanti nazionali, l’unanimità.

La vulgata slava vuole che i fascisti, o protofascisti, nel luglio del ‘20 incendiassero la sede del centro culturale sloveno, per odio dell’elemento slavo. Ancora oggi, ad ogni anniversario di quell’incendio, si ritorna a propagandare la versione degli eventi cara al vittimismo slavo. Mai che venisse ricordato il contesto storico in cui la presunta distruzione avvenne, con l’uccisione, il giorno prima, di due italiani a Spalato (il comandante della nave Puglia Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi), e l’accoltellamento mortale di Giovanni Nini a Trieste da parte di un individuo che poi si rifugiò nel centro culturale degli sloveni.

Lo stesso incendio, secondo una versione assai credibile, fu appiccato dagli stessi slavi. Gianni Grigillo che partecipò di persona alla manifestazione del 14 luglio 1920 reagirà con rabbia alla falsificazione successiva degli eventi: “ Ho visto io – si scaldava Gianni nel continuare il racconto – partire dall’Hotel Balkan i proiettili e le bombe che uccisero il povero Casciana! [il sottotenente Luigi Casciana comandava il cordone di soldati che si erano schierati a difesa dell’Hotel Balkan per garantire l’ordine e fermare certi scalmanati]. Io con i miei occhi! Cosa mi viene a raccontare questo provocatore!? Altro che fascisti: a incendiare l’edificio non furono i fascisti, che poi, nel ’20, ancora non esistevano. L’incendio scoppiò dal secondo piano, cioè dalla sede del Narodni Dom, che non era solo un centro culturale, ma evidentemente, un covo di violenti nazionalisti, un deposito di armi, di munizioni, una vera e propria Santa Barbara.” (p. 116)

Io ho provato una forte identificazione con gli autori di “Vola colomba” nel leggere certe preziose loro pagine, mirabilmente scritte, delicate e sprovviste di sentimenti di odio o di disprezzo o di vittimismo. In particolare io ho ritrovato idee e passioni a me care in certe pagine di Gianni junior, in cui questi esprime i valori, i sentimenti e l’ottica degli italiani di quelle terre. Ecco, ad esempio, un concetto per noi fondamentale, da me udito innumerevoli volte dalla bocca dei miei genitori, ed espresso da Gianni junior semplicemente così: “L’italianità, da quelle parti, non era un fatto di sangue, ma spesso una scelta culturale, una scelta di appartenenza.” (p. 28)

Diversi cognomi italiani saranno in seguito slavizzati nella Jugoslavia di Tito. Ho potuto constatare la cosa direttamente incontrando alcuni portatori di nomi “riveduti e corretti”. Ma su ciò si scrive assai poco. Cosa volete, sono cose che non interessano molto in Italia, dove oltre tutto, ne sono sicuro, molti cambierebbero volentieri il proprio cognome italiano per averne uno un po’ più esotico.

Sui nomi originari dei luoghi è stato posto un sudario nero e cementato su di essi i toponimi slavi, alacremente adottati anche in Italia, quasi che la forte componente veneto-italiana addirittura millenaria di quei luoghi, espressa del resto dal loro nome, non fosse stata altro che un’invenzione propagandistica del fascismo.

Ecco, la brutta parola è fuoriuscita: fascismo. Ma bisogna ammettere che il personaggio intorno a cui tutto ruota, Gianni senior, è proprio un fascista, un fascista irriducibile. Noi abbiamo qui un’occasione preziosa per vedere in cosa dopotutto consistesse il famigerato fascismo di tanti giuliano-dalmati, di quello della gente comune, non direttamente implicata nella politica per intenderci, e della quale Gianni senior può assurgere a rappresentante.

Una digressione: sarebbe troppo lungo ritrascrivere solo una parte delle tante citazioni musicali che infiorano questo libro. Mi permetto però una nota personale. Sia il nome di mia madre, Gioconda, sia quello dei suoi fratelli furono scelti anch’essi in omaggio ai personaggi dei drammi operistici di cui il mio nonno materno, nato a Pinguente, era un appassionato. Anche i miei genitori dimostrarono sempre un profondo amore per la lirica. Ma forse questo era un amore musicale non solo della nostra gente, ma di gran parte degli italiani di quel tempo.

La nostra dedizione alla patria italiana non si limitava di certo alla scelta dei nomi per il figli, elemento comunque anche questo importante, ma ci obbligava a scelte anche estreme. Cos’altro dire sul fascismo di Gianni senior? Potremmo semplicemente dire che il fascismo della gente della Venezia Giulia e della Dalmazia stenta a rientrare nel rigido quadro in cemento armato costruito dagli addetti ai lavori, i quali da anni ingigantiscono e rafforzano il muro tra gli italiani, morti e vivi. Lavoro faraonico di cui, a quasi un secolo dalla “Liberazione”, non si intravvede la fine.

Gianni junior ha avuto un nonno “fascista”, io ho avuto un padre e una madre di sentimenti “fascisti”, smentita in carne ed ossa, i miei genitori, della denigrazione di cui è stato fatto oggetto, con la saggezza e i vantaggi di poi, il profondo sentimento d’italianità della nostra gente, che ha dovuto dalla fine della guerra ad oggi subire gli effetti della distorsione del senso ormai dato a certe parole, tra cui appunto la parola “fascismo”. Ma italianità e fascismo coincidevano per molti delle nostre terre mai macchiatisi di atti di violenza nei confronti dell’elemento slavo né di chicchessia altro. Ma facciamo parlare l’interessato, anzi l’accusato. “Fascista io? Come tutti gli italiani. Non ho avuto incarichi pubblici né amministrativi, non ero un gerarca. Fascista, sì, quello sì, come tutti. Solo che io non ho cambiato bandiera.” E ascoltiamo adesso, la testimonianza del nipote, Gianni junior, coautore del libro: Il nonno “credeva fermamente in Mussolini ed era sicuro che il Regime fascista si sarebbe perpetuato formando, come stava facendo, un società virile, onesta, incorruttibile, prospera.

L’Italia aveva assunto il suo giusto ruolo tra le nazioni dell’occidente e aveva raggiunto la dignità e il rispetto che la Storia le doveva. Mancava ancora la riconquista delle terre di Dalmazia perdute nonostante la vittoria nella Grande Guerra, ma la rassegnazione prevaleva sulla aspirazione perché quei territori erano ormai definitivamente occupati solo da slavi.” (p. 77)

L’errore di Mussolini, per Gianni senior, è stato l’alleanza con Hitler. “Dopo l’assassinio del primo ministro Dolfuss, nel ‘34, doveva capire con chi si era alleato! E prenderne le distanze.” “Ma bisogna saper stare da una parte anche quando si sbaglia. Siamo italiani, tutti italiani, quando si vince e quando si perde… e anche quando si sbaglia. (p.102)

Sono stato di recente in Istria, a Pola, città dove tutto parla d’Italia; mi riferisco all’architettura e alla storia. Eppure non un solo cenno all’Italia viene fatto nella registrazione, apprestata per i turisti, che si ascolta nell’autobus che li porta attraverso la città e nei dintorni. A Pisino, dove sono nato, la parola Pisino è stata espropriata a profitto di Pazin, ovunque. E in Dalmazia la “repubblica di Dubrovnik” ha rimpiazzato retroattivamente la “repubblica di Ragusa”.

Molto di recente ho letto un servizio sui Balcani, nel prestigioso “Le Monde diplomatique”. Nel lungo articolo, due prestigiosi studiosi francesi analizzano i numerosi cambiamenti avvenuti in quell’area (Istria, Fiume e Dalmazia incluse), negli ultimi secoli. Gli autori mai menzionano l’Italia. Non una volta. Dopo aver letto con sorpresa e con sdegno quella ricostruzione storica, aggirandomi nella biblioteca pubblica in cui mi trovavo ho messo le mani, per caso, su un libro di Jules Verne in cui era riprodotta una carta geografica dell’epoca in cui tutte le nostre località erano menzionate con il loro nome d’origine: il nome italiano. Come avviene in tutte le carte geografiche di epoca antica, ben anteriore al ventennio fascista. Ma oggi nelle carte geografiche redatte in Italia abbiamo per quelle stesse località il nome slavo, e così al posto di Pinguente, Buzet, e di Pisino, Pazin, e di Pola, Pula, e via tristemente seguendo.

Questo straordinario racconto di vita vissuta è un tessuto così ricco di eventi famigliari, di testimonianze, di ricordi, di motivi politici, di messe a punto circa una storia ufficiale lacunosa o falsificata, che persino un grosso volume non sarebbe bastato a contenere l’ampia trattazione cui quel mondo perduto avrebbe diritto. Il tema musicale che troviamo persino nel titolo con quel “Vola colomba”, ma che è ripreso come un controcanto o come pausa evocatrice attraverso le pagine di questo magnifico libretto, rende alla nostra anima l’essenza di una dolorosa storia ignota ai più, non solo, ma falsificata e distorta e che rivive nelle nostre emozioni come un motivo musicale, un canto, un’opera scenica, quintessenze di una realtà che non è più fisica ma che appartiene ormai all’anima.

Talvolta mi domando con tristezza cosa non si direbbe di ancor peggio sui nostri padri, nativi di quelle terre, se non avessimo noi una conoscenza profonda di tanti fatti storici, con la testimonianza dei nostri genitori e dei nostri nonni su fatti e eventi, purtroppo deformati dal manicheismo ormai irrimediabilmente invalso, tanto caro alle nostre élite di sinistra che ci vogliono tenere inchiodati al ruolo di fascisti invasori che furono finalmente respinti, per merito dei nostri gloriosi “Liberatori”, dalle terre “jugoslave”, da noi usurpate.

Ma non bastano le testimonianze di tanti di noi, gente comune, e neppure quella di personaggi celebri come Sergio Marchionne e Staffan de Mistura, che hanno avuto membri della propria famiglia infoibati, per tacitare coloro che nella penisola, tra cui l’ANPI, insistono nel loro odio contro di noi. No, non bastano i sofferti resoconti di personaggi anche celebri – i Luxardo ad esempio – per ridare luce e verità a un passato fino a ieri ignoto e ancora oggi sottaciuto o interpretato attraverso la lente deformante di un ideologismo oggi trionfante. Ideologismo sfrenato che, tra la nostra élite culturale, in Italia, è di segno antitaliano. Infatti, in questo nostro strano paese, dove trionfano campanilismi, faziosità e odi civili, un normale sentimento di amor patrio è visto da molti come una degenerazione dello spirito. Eppure il nazionalismo nostro, di noi esuli della Venezia Giulia e Dalmazia, non ha espresso dalla fine della guerra ad oggi neanche un atto di violenza. Nessuno, del resto, tra noi rivendica la riconquista delle terre perdute… I nostri “estremisti” semplicemente commemorano i loro morti, e piangono soprattutto la “morte della patria”.

Ebbene un libretto così umano, di vita vissuta, ma anche di divulgazione storica del passato storico di quelle terre, ove trovasse una certa diffusione, permetterebbe a molti di cominciare ad avere dei dubbi sulla comoda “vulgata” che va per la maggiore, e che il palinsesto televisivo e la cinematografia hanno però cominciato ad intaccare attraverso documentari, lavori teatrali (grazie, Simone Cristicchi!) e film che finalmente hanno dato un po’ di voce al popolo che fino a ieri, ufficialmente, non esisteva.

Un commosso pensiero va alla memoria di Gianni senior, rimasto sulla breccia fino all’ultimo. Ed è il nostro Gianni, Gianni junior, il suo erede morale, che in una soleggiata domenica soleggiata di metà settembre 1967 ricevette il ferale annuncio al telefono, mentre era a Bergamo, in casa dello zio Beppi: “El vecio xe morto”.

twitter@PrimadiTuttoIta

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