Italiani all’estero? Non più una mucca da mungere

di Francesco De Palo

Che cosa ne vogliamo fare di quella cosiddetta “altra Italia” che alberga fuori dai nostri con ni nazionali? C’è qualcuno che prende l’impegno (e poi lo mantiene) di risolvere le problematiche degli italiani all’estero senza elargire promesse buone solo per la successiva tornata elettorale? Come stimolare i nostri connazionali a farsi parte integrante della vita parlamentare italiana senza che si sentano come un taxi, su cui la politica sale e scende a proprio piacimento?

Nei giorni successivi alla legge che ha tagliato i parlamentari (anche quelli all’estero), al netto del referendum, sul perimetro e sulla consistenza degli italiani all’estero credo sia utile tentare un ragionamento analitico che vada oltre l’atteggiamento di certi farisei e oltre gli scandali che si sono susseguiti negli ultimi anni, di cui si occuperà solo la magistratura. Il dato di partenza tocca il perimetro del made in Italy e lo straordinario ruolo che gli italiani all’estero hanno avuto nella sua diffusione, ancora prima di istituzioni, Stati e amministratori.

Gli italiani all’estero sono quelli che, tra le altre cose, hanno iniettato gocce di tricolore nei continenti in cui hanno vissuto, trasferendo lì modi di vivere, cultura enogastronomica, senso di appartenenza e quell’italianità che è alla base del nostro pil. E lo hanno fatto senza avere i galloni di super manager o il paracadute di una nomina minsteriale, bensì come piccoli-grandi-italiani che, in maniera naturale e proprio per questo ef cace, hanno spiegato come si gode il made in Italy.

Per compren- dere a fondo il loro prezioso ruolo occorre però riavvolgere il nastro della storia italiana, quando l’emigrazione non era accompagnata da voli low cost, da internet o dalle chat di gruppi social. Ma era un’affare maledettamente complicato, che si basava sulla solidarietà tra affini, sulla compiacenza di chi tendeva una mano e sulla speranza di un futuro migliore. In quelle macro difficoltà si è sviluppata la forza degli italiani all’estero, non esente certo da discrepanze o criticità: ma con il comune denominatore della passione e dell’amore per la Patria mescolato alla voglia di affermarsi lontano da essa.

E’su quell’humus valoriale e contenutistico che sono stati piantati i semi del made in Italy, fatti crescere negli Usa come in Australia, in nord Europa come nei Balcani. Proprio in virtù di tale scenario, non si comprende come le istanze degli italiani all’estero vengano sistema- ticamente non solo ignorate ma, se possibile, zavorrate da altri pesi.

L’aumento delle tasse per gli italiani nel mondo rappresenta una vergogna senza precedenti, un modo che il Governo ha inteso utilizzare per fare cassa in assenza di progetti strategici, magari per assicurare più servizi ma riducendo le spese. Non occorre certamente un Premio Nobel in Economia per uscire dall’empasse alzando il livello dei balzelli: ma tant’è in Italia.

L’attuale legge di bilancio presenta dei durissimi colpi per gli italiani all’estero: il riferimento è al mancato esonero dell’Imu per i pensionati italiani residenti all’estero e a tasse aggiuntive per l’emissione di certi cati e di passaporti. Denari che invece potevano essere recuperati da altre poste, come ad esempio dal blocco dell’uso folle e spropositato della carta nei due rami del Parlamento: è mai possibile che nell’era del digitale, in cui tutti nanche i bambini dispongono di uno smartphone o di un tablet, il Parlamento italiano spenda milioni di euro inutilmente per stampare leggi e decreti?

Sono solo alcuni esempi che raccontano la percezione che purtroppo a Roma si ha degli italiani nel mondo. Uno schema che va invertito, perché consci che fuori dai con ni nazionali non c’è una mucca da mungere ma un tessuto sociale, commerciale, imprenditoriale e culturale da favorire, difendere e promuovere. E’questo scatto culturale che manca alla politica italiana, prona su se stessa e senza scrupoli nel tentare di recuperare risorse da ogni dove.

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