Un manifesto senza fede, de Mattei legge l’enciclica

di Raffaele de Pace

Questa enciclica è un manifesto politico dove manca la fede, una sorta di testamento di Bergoglio, caratterizzato dalle autocitazioni: un compendio del suo magistero politico, a cui cerca di dare una visione organica. Lo dice a PrimadiTuttoItaliani a proposito di “Fratelli Tutti” lo storico Roberto de Mattei, già vicepresidente del Cnr e alla guida della Fondazione Lepanto. Oltre ad essere stato membro dei consigli direttivi dell’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea e della Società Geografica Italiana, ha collaborato inoltre con il Pontificio comitato di scienze storiche, dirigendo il mensile Radici Cristiane e l’agenzia stampa Corrispondenza Romana.

L’Enciclica di Bergoglio Fratelli Tutti crede abbia un timbro di eccessiva condanna verso la nostra epoca?

Non credo. Aderisce ad alcune ideologie importanti della nostra epoca, senza mettersi in contrapposizione con il mondo moderno del mainstream ideologico legato a globalismo, ecumenismo, ecologismo. L’enciclica fa propri questi temi. L’approccio dell’enciclica ai problemi del mondo moderno non è molto diverso da quello di Greta Thunberg.

Il Papa segue uno schema fisso: invoca niente muri, dice che questa economia uccide, parla di guerra mondiale a pezzetti. Nessun accenno alla speranza?

Ciò che manca è la speranza soprannaturale che dovrebbe caratterizzare ogni documento promanante delle Autorità Ecclesiastiche. Quale che sia la drammaticità della situazione che si ha dinanzi i cattolici hanno una risposta, che va cercata non soltanto sul piano politico o economico, ma su quello della fede in Dio. Tanto maggiore è la crisi del nostro tempo, tanto più il nostro sguardo deve rivolgersi in alto. Per chi ha fede non ci sono problemi insolubili. Per cui la mia impressione è che l’enciclica sia un manifesto politico, una sorta di testamento di Bergoglio, caratterizzato dalle autocitazioni: un compendio del suo magistero politico, reso noto in vari documenti e interviste come quella a Scalfari, a cui cerca di dare una visione organica.

Con quale risultato?

Che siamo in presenza di un manifesto politico, che poco ha a che fare con la grande tradizione della Chiesa anche in materia di dottrina sociale. Penso alla Rerum Novarum di Leone XIII.

Il Catholic Women’s council ha scritto al Papa una lettera di rimostranze contro un titolo considerato irrispettoso delle donne. Che ne pensa?

Mi sembra abbastanza risibile, la parola Fratelli si riferisce a uomini e donne, senza un significato di carattere sessista o mascolino. Ben altre sono i rilievi da fare: trovo comunque significativa anche questo tipo di critica perché dimostra come, mettendosi sulla strada di un documento politico, si è sempre scavalcati a sinistra. La rivoluzione francese lo insegna: i girondini vennero scavalcati dai giacobini e così via. Per cui quello del Catholic Women’s council è un rilievo che fa parte della prospettiva in cui il Papa si è inserito.

Molto spesso Bergoglio si è scagliato contro il populismo che sarebbe sinonimo di sovranismo, difendendo invece la tesi del cosiddetto “popolarismo”, basato sul pensiero del gesuita Juan Carlos Scannone. La convince tale polarizzazione in un momento in cui il mondo è già frammentato anche a causa dell’emergenza economica e sanitaria?

Una delle caratteristiche del pensiero di Papa Francesco è la presenza di continue contraddizioni, come appunto il riferimento al populismo che, al di là delle sottigliezze semantiche, coesiste con un dato: se il punto di riferimento è il popolo, ciò che riguarda oggi i movimenti sovranisti è proprio una dialettica esistente fra interessi del popolo, inteso come base di una Nazionale, e quelli dell’establishment. Teoricamente tale prospettiva non sarebbe diversa da quella del Papa, ma in realtà c’è una differenza di fondo: la strada intrapresa da Bergoglio si inserisce all’interno di una dizione socialista basata sul concetto della lotta di classe. L’influsso marxista è evidente, anche se il Papa non aderisce alla tesi della lotta violenta, perseguita da certi filoni della teologia del latinoamerica. Ma comunque la prospettiva è quella.

Bergoglio si è speso molto contro la proprietà privata e ha aperto a favore delle unioni omosessuali. Sono davvero queste le priorità al momento?

Assolutamente no, perché la proprietà privata assieme alla famiglia è uno dei pilastri della visione della dottrina sociale cattolica, istituzioni che nascono dal diritto naturale: ovvero sono radicate nella stessa natura umana e, al netto di alcuni momento di difficoltà, non possono certo scomparire. Come famiglia è intesa l’unione legittima di un uomo e una donna. Invece le teorie marxiste e rivoluzionarie le definiscono strutture non permanenti ma passeggere e destinate ad essere trasformate o superate dal divenire storico. In tale situazione paradossalmente il Papa, che dovrebbe ribadire l’importanza di queste due istituzioni, finisce per negarle. Nega da una parte la permanenza della proprietà privata, arrivando a relativizzarla e di fatto così vanificandola; dall’altra la sua posizione aperturista sulla equiparazione giuridica per le unioni omosessuali porta ad una negazione del primato della famiglia naturale su altri tipi di unioni civili.

Vede dei rischi sociali, in prospettiva, di un approccio così politico ed ideologico?

Mettere sullo stesso piano le unioni civili, omosessuali o eterosessuali al di fuori del matrimonio sacramentale, significa negare la preminenza del matrimonio cristiano. Si tratta di tesi che posso anche comprendere, se guardate all’interno di una società secolarizzata come quella del nostro tempo, ma con un paradosso: il supremo pastore della Chiesa è colui che per eccellenza dovrebbe difenderne istituzioni come famiglia, proprietà privata e aggiungo lo Stato nazionale. La critica di Francesco al sovranismo è in realtà una critica agli Stati nazionali che dovrebbero, nella prospettiva di Bergoglio, dissolversi all’interno di questa sua visione di repubblica universale, data da una fratellanza umana in cui le radici religiose e culturali tendono a fondersi e a confondersi. Aggiungo un quarto elemento.

Quale?

La stessa religione, visto che è assente dalla visione secolarista di Bergoglio. La religione come fondamento di ogni convivenza civile non si ritrova: non vedo suoi riferimenti a Dio, a Gesù Cristo, alla Chiesa come base o come criterio di orientamento. Tutto questo manca e fa pensare che le tesi di Marx e Engels prevalgano. Ricordo che in un libricino di Engels si sosteneva che famiglia, proprietà privata e Stato sono istituzioni destinate ad essere superate e travolte nel processo storico. A me sembra che il Papa in questa enciclica faccia proprie quelle tesi, non so fino a che punto con la consapevolezza da parte sua di situarsi in quella linea. Ci troviamo dinanzi ad una visione politico-sociologica secolarista ben lontana da quelli che dovrebbero essere tradizionalmente i documenti pontifici.

Il Covid come una guerra mondiale, si ripete spesso. Quale l’approccio che dovrebbe avere la Chiesa?

I Papi del XX secolo hanno sempre esordito con un riferimento ai peccati della società, affermando che la radice di tutti i mali è il peccato e l’unica vera soluzione è il ritorno a Dio e all’ordine naturale cristiano. La mia opinione, tornando alla sua domanda sulla speranza, è che il cristiano oggi nella confusione attuale deve offrire una parola di speranza contro la disperazione generalizzata. Ma non c’è speranza al di fuori del riferimento a Dio e all’ordine naturale cristiano, l’unico su cui basare la società. Questi concetti sarebbe stato bello che il Papa ce li avesse ricordati. Purtroppo mancano e tale assenza rende la situazione più plumbea di quanto non lo sia già.

twitter@PrimadiTuttoIta

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