La manina dei paesi frugali dietro lo stallo sul bilancio Ue?

Di Carlo Fidanza*

In una delle fasi più delicate della storia europea, molteplici sono le notizie che si susseguono relative agli aiuti, sempre più necessari, che l’Europa dovrebbe mettere in campo per alimentare il tessuto economico del nostro continente.

In queste ultime ore, tuttavia pare esserci una colpevole lentezza da parte delle istituzioni europee incapaci di costruire, o meglio di mettere in atto, quella politica di sostegno all’economia che già era stata decisa la scorsa estate dopo una lunga mediazione tra i diversi Paesi. Secondo la maggioranza dei media, il colpevole ritardo di Bruxelles sarebbe da attribuibile interamente ai governi di Polonia ed Ungheria, responsabili nei giorni scorsi di aver espresso un veto sul “regime generale di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione”.

Tuttavia ho l’impressione che ci sia un po’ di confusione e che, prima di arrivare a facili ma fuorvianti conclusioni, sia necessario chiarire almeno tre punti essenziali. Innanzitutto va sottolineato che la presunta emergenza democratica di cui tanto si parla, relativa alla Polonia e all’Ungheria, potrebbe essere ampiamente bloccata applicando gli interventi del trattato europeo che già lo permetterebbero.

L’Articolo 2 infatti, firmato da tutti gli Stati membri e quindi anche da Varsavia e Budapest, dice testualmente che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze…”.

Qualora in un Paese membro dell’Unione si ravvisasse la possibilità che tali principi, per tutti noi irrinunciabili, non venissero rispettati si potrebbe ricorrere all’Articolo 7 del medesimo trattato che sottolinea come “Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’Articolo 2…”

Preso atto quindi che l’Europa è già dotata di idonei strumenti per evitare e condannare nettamente eventuali ed intollerabili violazioni dello Stato di Diritto, è doveroso chiedersi come mai ad oggi vi sia questo stallo a Bruxelles sull’attuazione del Recovery Fund.

Il secondo aspetto che deve essere analizzato è come la situazione attuale, che impedisce la rapida conclusione del processo per attuare gli aiuti, sia in qualche modo dettata da chi ha voluto stabilire una condizionaliltà diretta tra lo Stato di Diritto ed il bilancio dell’UE. Non è da dimenticare come nel vertice del luglio scorso un nutrito gruppo di Paesi europei, i cosiddetti frugali, siano intervenuti a gamba tesa per evitare che si potesse ricorrere ad una serie di importanti strumenti finanziari da destinare ai Paesi più colpiti dall’emergenza pandemica, tra cui l’Italia.

Sarebbe paradossale non considerare infatti che l’ostruzionismo che viene imputato a Varsavia e Budapest, estremamente lesivo per loro stessi, avvantaggia però proprio quei Paesi che da tempo si esprimono in modo contrario a strumenti di debito comune di cui oggi, come non mai, necessitiamo. E’ difficile pensare che tutto ciò sia un caso.

L’ultimo ragionamento da fare è invece legato alla preoccupante incapacità di alcuni Paesi di adottare e di proporre politiche adeguate circa le modalità di gestione dei fondi che l’Europa assegnerà ad ogni singolo Paese, tra cui il nostro. La preoccupazione, più che lecita, è che molti governi non siano in grado di costruire adeguati piani di investimento per poter rilanciare l’economia del proprio Paese. Tra questi vi è anche il nostro, che ad oggi non ha ancora presentato un valido piano di sviluppo che metta al centro del rilancio forti investimenti infrastrutturali, un piano per la formazione e la ricerca e strumenti concreti che possano essere d’aiuto per il sistema produttivo del Paese.

Ovvio che da questa non facile situazione l’Unione dovrà nei prossimi giorni arrivare ad un compromesso. Un compromesso necessario come non mai per le nostre aziende e per tutto il tessuto produttivo dell’intero Paese che da troppi mesi è costretto a vivere in balia di una serie di decisioni adottate da un Governo privo di una strategia politica ed adeguata al difficile momento

*Europarlamentare di Fratelli d’Italia

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