Sangiuliano e Reagan, appunti per i conservatori italiani

di Fedra Maria

Un personaggio con una vita molto articolata e densa, ha definito Ronald Reagan l’autore del libro “Reagan. Il presidente che cambiò la politica americana” (Mondadori). Il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, è in libreria con una nuova biogra a dopo Hillary Clinton, Trump, Putin e Xi Jinping, questa volta dedicata al Presidente americano nato centodieci anni fa a Tampico, un piccolo comune nella contea di Whiteside.

Il conservatore Sangiuliano mette l’accento su un elemento molto interessante a cavallo tra i due continenti separati dall’oceano: la possibilità creata dal personaggio empatico Reagan che, in virtù delle sue ricette economiche sul taglio delle tasse, ha permesso agli Usa di imboccare una strada fatta di crescita interna (dopo l’era dell’in azione e della disoccupazione) e opposizione vincente al comunismo, con precisi riverberi per l’intero mondo. L’amicizia con Margaret Thatcher, i grandi curvoni della storia con la Russia e quella spinta caratteriale che iniziò con Reagan ad essere elemento signi cativo anche nei leaders politici che, prima di allora, avevano mostrato un volto più compassato.

Berlusconi e Blair, per citare due esempi, hanno preso molto da lui. Inizia a fare il radiocronista sportivo, attore e buona spalla, no a provare la tv come conduttore di grande successo, per poi sbarca- re in politica come governatore della California e quindi Presiden-te, incarnando in toto il sogno americano: da una famiglia povera al massimo scranno del paese. A chi gli chiedeva come un attore potesse fare il Presidente, replicava che un Presidente deve anche essere un attore. Il risveglio dell’ottimismo fu un altro elemento primario caratterizzante l’am- ministrazione reaganiana, in tandem con la voglia di crescita economica che condusse alla strategia di Reagan in campo economico: niente affatto scevra da criticità, sia chiaro, come l’incapacità di abbattare il debito, ma con un buon elenco alla voce pro. Anche l’occidente riuscì ad essere parte di quel benessere, bene ciando di ri esso delle mosse di Reagan.

Il suo essere regista dell’unità nazionale, in senso patriottico del termine, lo pose come un americano che amava l’America e le sue leggi, senza il benché minimo rischio di uscire dal formalismo della Costituzione. “Reagan fu un popolarista, non un populista – ha osservato di recente Sangiuliano, conversando sul suo libro – due categorie spiegate benissimo da don Luigi Sturzo. Essere popolari come lo era la Democrazia Cristiana signi ca recepire le istanze che sono in basso per trasferirle in una progettualità politica. Populismo signi ca invece andare dietro alle idee che stanno in basso, anche di quelle più becere. Il popolare si fa carico di una rielaborazione di queste spinte che vengono dal basso, conferendo loro un progetto politico, senza fermarsi solo agli istinti”.

Ovvero quel costrutto conservatore e riformatore in assenza del quale non sarebbero possibili evoluzioni e riequilibrature, trasformazioni e modi che sostanziali. Lo disse Pietro Nenni dall’altro lato della barricata che serve “rinnovarsi o perire”. Cosa può insegnare all’Europa e anche all’Italia la parabola di Reagan così ben scomposta e ricomposta nel pamphlet di Sangiuliano? Che dopo un momento di altissima rottura, come ad esempio fu il Vietnam per gli Usa ieri e la crisi sanitaria ed economica per l’Italia e l’Ue oggi, è possibile perorare una causa di ricostruzione ma serve farlo con una serie di elementi basilari e non a corredo: la ducia che stimola l’economia, il coraggio di abbassare le tasse per sostenere le imprese. Non proprio una inezia da chi ha vinto la guerra fredda senza sparare un colpo.

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