Mai più comici e improvvisati: formare le nuove classi dirigenti

di Leone Protomastro

Più di qualcuno, nei mesi trascorsi, si è spinto a sottolineare in blu una serie di posture anomale non solo del capo della Farnesina, ma anche di Palazzo Chigi. Le veline passate con noncuraza ai giornali, il panico creato in piena pandemia prima della chiusura con migliaia di italiani che si riversarono nelle stazioni del nord per rientrare al sud, lo sgarbo istituzionale verso il Colle, fatto attendere due ore per girare un video, le dimissioni arrivate praticamente in zona Cesarini, la nonchalance con cui è passato dalle tesi declinate dinanzi al Palazzo di Vetro dell’Onu (“Sovranismo e populismo sono nella Costituzione”) alla fantomatica nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile con Pd, Leu e grillini. Quelli stessi grillini che, ad esempio, esprimono oggi tra gli altri anche il Presidente della Commissione Affari Ue della Camera: un onesto cittadino, intendiamoci, che come titolo di studio ha la terza media. Con tutto il rispetto possibile, forse non sufficiente ad affrontare una questione altamente strategica come le tematiche che riguardano l’Europa. Ma tant’è.

Questa la ragione per cui, a governo Conte 2 ormai finito, può essere utile fare uno sforzo di visione e mettere l’accento sulla drammaticità di una classe dirigente povera e improvvisata che, in virtù del sacrosanto principio del voto popolare, ha però paracadutato in Parlamento una serie di cittadini e cittadine che non erano e non solo all’altezza del compito. Non è da bacchettoni interrogarsi sul dramma che ha interessato i corpi intermedi e quindi i partiti italiani, con evidentemente più o meno eccezioni: la mancanza di una classe dirigente che non ha prodotto quel ricambio imprescindibile per avere nuova “forza lavoro” in Parlamento, nelle Commissioni, nelle istituzioni comunitarie dove si decide molto dei destini degli stati membri e nelle istituzioni internazionali come la Nato, dove è prossimo l’avvicendamento del Segretario Generale Jens Stoltenberg. Si dice infatti che possa toccare all’Italia, magari con una quota rosa: si vedrà, ma il punto non è quello bensì un altro, tremendamente più impellente. Come invertire la tendenza in sindacati, mondo associativo, partiti?

La risposta è una sola: ricominciando a tessere, con ago e filo. Ovvero riequilibrando decenni di ascensore sociale salito in modo schizofrenico verso posti di potere gestiti da incapaci.

Tutti i ragionevoli indicatori portano a cerchiare in rosso la parola merito e non è retorica farlo, per una serie di fattori inconfutabili. Come pretendere che le istituzioni siano in grado di funzionare quando la catena produttiva di leggi, provvedimenti e progetti è stata spesso in mano a chi competenze non aveva? Un ragionamento che, sia chiaro, vale per tutti e non solo per gli appartenenti al M5s, movimento nato dalle urla di un comico che non ha tentennato un solo istante nel farsi camaleonte come l’ex premier Conte: tanto per intenderci, chi ha avuto in mano le redini del paese, ovvero Governo, ministeri e televisione pubblica (senza dimenticare però che negli ultimi dieci anni, per la cronaca, il Pd è stato sempre al governo alternando maggioranze e premier).

Guardando oltre confine, ci si accorge che le Fondazioni negli altri partiti svolgono un ruolo di primo piano nella creazione, formazione e definizione delle future classi dirigenti. Emmanuel Macron quando si è accorto che il suo partito creato dal nulla poteva vincere le elezioni, ha attinto dalla scuola che faceva capo all’ex direttore generale del Fondo monetario internazionale (FMI), Dominique Strauss-Kahn. In Germania la Cdu da anni può contare su uno sterminato serbatorio che prende il nome di Konrad Adenauer Foundation.

E in Italia? Questa l’elaborazione non più rinviabile che attende le cosiddette intellighenzie, con un compito altamente responsabile che grava sulle spalle dei conservatori.

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