Carbon o no? La partita a scacchi (e le mille ombre) sull’energia

di Paolo Falliro

Il dilemma relativo al carbone e alle fonti rinnovabili è ebbro di approssimazione e anche di una certa ipocrisia che scorre, a fiumi, dopo il vertice scozzese della Cop26. Diciamolo chiaramente e una volta per tutte: la transizione ecologica è un investimento sul futuro del pianeta, ma va coordinata e soprattutto programmata, con serietà e credibilità, per evitare i guai alle famiglie e imprese così come sta accadendo in questa fine di 2021.

Ci hanno consigliato di acquistare l’auto a metano, salvo poi scoprire che fare un pieno di gasolio oggi è più economico. Ci stanno invogliando ad acquistare l’auto elettrica, ma poi le domande sullo smaltimento delle batterie e sui costi di manutenzione di questi nuovi mezzi restano mute.

Ci hanno detto che il pianeta è vicino al pun- to di catastrofe climatica, ma in pochi sanno che le caldaie negli appartamenti influiscono moltissimo sull’inquinamento nelle nostre città e terza via non c’è, al momento, nemmeno tornare ai caminetti. Dunque la mobilità è solo un pezzo di questo articolato puzzle. Certo andrà valutata la contingenza internazionale del comparto energetico, dopo il fermo dettato dalla pandemia. Ma i dati diffusi in questi giorni ci rivelano che in Europa il gas naturale costa ben cinque volte di più rispetto a un anno fa

Per cui sono moltissime le fabbriche che stanno rimodulando strategie e programmi, con costi anche di unità lavorative, mentre le famiglie si trovano a dover gestire costi mensili che lievitano in maniera esponenziale. ll vecchio continente non può prendersela solo con la pandemia, piuttosto dovrebbe chiedersi perché il gasdotto Tap ha subito ritardi e inciampi a causa di veti ultra ideologici, molti dei quali sono giunti dal Parlamento italiano, ancora oggi popolato da un gruppo che si è distinto solo per gaffes e inconsistenza.

Di contro il tema relativo all’oil non può essere cancellato in un nanosecondo, visto e considerato che, ad esempio, l’India è l’economia che si riprende più velocemente dalla pandemia, ma resta senza carbone. Per quale ragione? Perché l’alternativa tanto sbandierata ancora non è completamente pronta. Non bisogna dimenticare che un pozzo di petrolio non perforato oggi, è un barile in meno estratto domani. Questo non significa che deve tornare tout court la stagione del petrolio come unico metro di ragionamento ma la transizione attualmente in agenda e nelle parole ultra retoriche di Greta è al momento ben lontana da vedere la luce.

Addirittura si legge che il presidente americano Joe Biden vorrebbe sostituire l’inviato per clima, John Kerry, con l’ex presidente Barack Obama, che a Glasgow è stato contestato dopo il suo intervento: gli è stato chiesto cosa ha fatto durante i suoi mandati visto che la situazione oggi è ben più grave rispetto alla seconda metà degli anni duemila. Ovviamente non ha risposto, ma ci saremmo meravigliati del contrario visto che quell’impostazione altro non è che la spia di un modo contorto di fare politica e di comunicarla. Ciò che manca è la chiarezza e la programmazione. 

Lo sanno anche i muri che Pechino non ha alcuna intenzione di ridurre le emissioni, mentre alcuni validi tentativi verso la diversificazione e l’idrogeno sono stati progettati dalle nostre realtà italiane Eni e Snam, che hanno dimostrato spirito avanguardistico e tenacia a fronte di una politica debole e ormai in apnea. Sull’energia si stanno coagulando nuove alleanze e relazioni, che orienteranno le scelte di oggi e le proiezioni future di Stati, imprese e cittadini: non tenerlo in debita considerazione sarebbe un autogol senza precedenti.

L’Italia invece continua a trastullarsi con quadranti lontani e poco significativi per i suoi interessi nazionali, mentre invece dovrebbe mettere attorno ad un tavolo (e non da remoto) le più grosse aziende energetiche per progettare un futuro che è dietro l’angolo.

Ma per farlo serve sviluppare competenze e specificità, magari ripristinando parte di quelle scuole di partito dove si istruiva ai temi. Per evitare che il ministro o il sottosegretario di turno commettesse l’errore di confondere Libano e Libia, come pur troppo accaduto in questa legislatura così disgraziata e ignorante.

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