Cossiga, Andreotti, Craxi. Vi racconto l’Italia dei Giganti

di Nicola Smirne

Cosa è accaduto in Italia dalla metà degli anni 90 in poi? Perché una fase politica è finita e soprattutto perché si è smesso di fare elaborazione politica, preferendo la scorciatoria del populismo? Il giornalista italo-greco George Labrinopulos ha provato a raccontare Italia degli anni 80 e 90, un paese in rampa di lancio nel volume “L’Italia dei Giganti”, curato da Francesco De Palo (Pegasus edizioni) con la prefazione di Stefania Craxi.

Si tratta di una serie di incontri de visu avuti dall’autore con grandi personaggi che hanno fatto la storia della politica italiana: Francesco Cossiga, Sandro Pertini, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, oltre ad un inedito Papa Giovanni Paolo II che, come noto, non rilascia interviste ma che in quell’incontro ha parlato di ecumenismo e visioni future.

Perché l’Italia dei Giganti?

Perché, al netto delle criticità che esistevano in quella politica, c’era un’Italia diversa da quella di oggi, governata da professionisti di grandissimo spessore. Penso a Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio e trentadue volte ministro. Qualcuno ha dimenticato che è stato il politico italiano con il record di incarichi. La Democrazia Cristiana deve il suo lungo percorso governativo alle capacità professionali e personali del Presidente Andreotti. Atlantista e multilateralista, è stato interlocutore privilegiato di Capi di Stato e Papi.

Passando per un Quirinale che cambiava pelle…

Sì, penso a Pertini e Cossiga che ho intervistato nel libro. Il primo, giornalista e partigiano italiano, è stato il settimo presidente della Repubblica Italiana ed il primo e unico socialista a ricoprire la carica. Dal suo mandato ebbe inizio una fase diversa, direi meno ingessata e più popolare del Presidente. Di Pertini si ricorda il grido di “Sandro!” quando si recava in visita ufficiale in città italiane e paesi stranieri, o quell’urlo di gioia ai Campionati Mondiali di Calcio del 1982. Nell’intervista Pertini mi ha fatto anche un riferimento, in tempi non sospetti, circa l’evoluzione che avrebbe avuto nei decenni la Cina, dimostrando capacità di visione oltre che di amministrazione contingente. Una rarità guardando al panorama odierno. 

Di Cossiga invece spiccava la cultura e il ruolo atlantista: cosa l’ha colpita del picconatore?

Fu uno straordinario interprete dell’ancoraggio italiano agli Usa. Di Cossiga si può apprezzare l’estrema cultura classica, la visione in ambito internazionale, le relazioni euroatlantiche, il punto di vista assolutamente ficcante su un sistema che, di lì a pochi anni, nel 1993 sarebbe crollato. Senza il suo mandato non so che strada avrebbe preso l’Italia. E’stato un punto di riferimento primario, ma non dimenico anche l’estrazione culturale oltre che la capacità politica. E’stato interessante mettere a confronto i due presidenti. 

Bettino Craxi invece rappresentò la rupture del duopolio Dc-Pci?

E’evidente che in quegli anni, e fino a Sigonella, emerse corposo il peso specifico del Partito Socialista Italiano, incastonato tra il sistema dominato dalla Democrazia Cristiana e le ambizioni del Partito Comunista. Le testimonianze in tal senso di Giorgio Napolitano e Nilde Iotti presenti nel volume lo dimostrano ampiamente. Craxi come figura politica e come interprete dei cambiamenti epocali fu davvero un gigante. Per primo mise l’accento sulle difficoltà che avrebbe avuto l’Europa (che si apprestava a Maastricht) a farsi Stato, come dimostrano le croncache di oggi. Previde anche la crisi del socialismo europeo. 

E’un libro nostalgico?

No, tutt’altro. Con queste interviste realizzate trent’anni fa ho voluto ricordare agli italiani che cosa era l’Italia. Usciva da un periodo complicatissimo, come dimostrano i casi Moro, Sigonella, Ustica ma era all’avanguardia e non ceerentola d’Europa. L’Italia non navigava in acque tranquille, pur uscendo dall’incubo delle Brigate Rosse, così come emerge dalle parole di Pertini. Ma c’era un costrutto, un indirizzo su come era possibile elaborare una direzione di marcia. Oggi siamo reduci da populismi senza un perché. Mi chiedo dove ci porteranno senza una strategia di fondo e un retroterra culturale. 

Georgios Georgios Labrinopoulos (Γιώργος Λαμπρινοπουλος) è originario di Vitina, nel Peloponneso, ma è nato ad Atene. Giunge in Italia nel 1972 e si iscrive all’Uni- versità per Stranieri di Perugia per imparare la lingua italiana. Ha fre- quentato la Facoltà di Lettere e Filosofia, alla Sapienza di Roma. Vive a Roma e dal 1990 è cittadino italiano. Nel 1980 entra nell’associazione Stampa estera in Italia come corrispondente, della quale è ancora membro effettivo. Nell’arco di questi anni ha lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un’emittente radiofonica. 

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