Conservatori e patrioti: così si risolleva l’Italia

di Roberto Menia

No, non è un semplice slogan. Anzi, è più di una trovata comunicativa geniale. E’ il voler dire ai cittadini che il patto di responsabilità con le loro mille esigenze è scritto e firmato. E’ il voler rassicurare sulla compattezza e sulla professionalità di una classe dirigente che ha studiato i casi spinosi prima di proporre soluzioni.

E’ il ricercare vie alternative a placebo anonimi che la sinistra pur non vincendo le elezioni ha messo nei governi degli ultimi 12 anni. E’ il ricercar costentemente quel patriottismo repubblicano che è base fondativa di comunità e alleanze. E’ il saper discernere dall’emergenza per affrontare i nodi con riforme potabili e non con generici bonus buoni per raccattare qualche voto. Pronti significa tutto questo e anche di più. 

E’ questa una partita delicatissima, forse più di tante altre affrontate nel passato perché in gioco c’è tantissimo. Il biennio del Covid, sommato alle conseguenze scellerate di un’invasione assurda, ha segnato per sempre questa e la futura generazione: non è sufficiente fare spallucce, come è consuetudine del centrosinistra, e agitare la bandiera dei diritti e dell’inclusione. In verità sono andati anche oltre, invocando lo spettro di un pericolo per la democrazia se dovessero vincere i conservatori.

Sappiano che il pericolo maggiore per la democrazia risiede nelle non risposte della sinistra date a tutte le crisi passate, alle mille sottovalutazioni di problemi oggettivi come il terrorismo, l’immigrazione clandestina, le mire cinesi nel Mediterraneo. Tutti elementi che si sono abbattuti, chirurgicamente, sui destini tanto dell’Italia quanto dell’Europa.

Non è più credibile una risposta generica e buonista a queste criticità, che invece vanno affrontate con spirito risolutore. La questione del blocco navale nel mare nostrum non è una risposta becera a un desiderio di libertà, ma una normale reazione ad una vera e propria invasione che ha caratterizzato Lampedusa e quindi tutto lo stivale.

I disastri orchestrati durante il governo Letta dal ministro Alfano si pagano (cari) ancora oggi. Il nesso con il Mediterraneo è sotto gli occhi di tutti: la sinistra e quella sciagura politica chiamata M5s hanno aperto le porte di casa nostra a Pechino, con il risultato che non c’è più un semplice rapporto di relazioni commerciali così come accade con altri paesi, ma è venuto alla luce il tentativo (in parte riuscito e in parte no) di entrare nei meandri dei nostri interessi nazionali con la spinta di una classe politica compiacente.

Nessuno ha dimenticato i banchi a rotelle di Arcuri, figlioccio di Massimo D’Alema, celere nell’utilizzare le proprie conoscenze cinesi durante il Covid. Ci è mancato poco che arrivasse anche in Italia il vaccino cinese, così come accaduto in altre aree dove Pechino ha inteso esercitare la cosiddetta vax-diplomacy (ome i Balcani). Siamo stati vicini al punto del non ritorno negli anni passati e non dovremmo dimenticarlo per evitare di reiterare lo stesso errore.

L’occasione per segnare il territorio e voltare pagina è vicinissima: il prossimo 25 settembre (ma molti connazionali all’estero lo hanno già fatto con i plichi) si può cambiare davvero i destini dell’Italia, dando fiducia a chi è davvero pronto. Pronto perché ama l’Italia, non perché poi la svende. 

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