“De migratione”: quando il viaggio è un affare di cuore e di spirito

acrodi Enzo Terzi

L’idea di partire da un luogo per insediarsi in un altro è vecchia quanto l’uomo. Prima di diventare un essere stanziale tanto da poter fondare comunità e poi civiltà, viveva come un nomade, spostandosi in virtù di quanto gli elementi ambientali e meteorologici potevano offrirgli in termini di clima, cibo, facilità di sopravvivenza. E’ stato in un momento più tardo, dopo che da Età tanto lunghe quanto a noi lontane come l’Età della pietra, che ci sono arrivate le tracce ed i reperti di una attività stanziale, legata principalmente alla stabilizzazione climatica, all’esperienza acquista nella custodia del bestiame, nell’esperienza acquisita per dedicarsi all’agricoltura.

In realtà il concetto di appartenenza di un singolo ad un territorio e ad una comunità, quella che oggi chiameremo in base agli assetti giuridici odierni dei luoghi della terra, la “nazionalità”, era nato in quel tempo lontano. Questo passaggio (dal nomadismo alla stanzialità) che origina la storia e con essa i grandi cambiamenti antropologici e sociali, permette di far nascere, per conseguenza, il concetto di “emigrazione”, indicativo del momento in cui un singolo o parte di una comunità, si allontana dai luoghi abituali per raggiungere altre destinazioni ove abitare. L’etimologia di questo termine, almeno per quanto riguarda sia la lingua italiana che quella francese, inglese e spagnola, viene fatta risalire al termine “migratio” del latino tardo medievale, il cui significato, ripreso dal comportamento di taluni animali, era quello di spostarsi da un luogo ad un altro. Ma la sua origine, per quanto difficilmente identificabile sotto il profilo etimologico è ben più antica.
Altre lingue, come ad esempio quella greca dalla quale abbiamo acquisito una molteplicità di termini, adottano una terminologia molto più esplicita. Il termine odierno è (metanàstefsi), la cui radice nel greco antico è da ricondursi a metà+neo, ovvero “dimorare oltre”, individuando con il concetto di “oltre” dei presunti confini di appartenenza, siano essi territoriali che culturali e quindi, definendo con estrema chiarezza un movimento al di fuori di essi. Da questo concetto, per conseguenza ed estensione si affermerà il concetto di “straniero”, ovvero di estraneo ad una terra, ad una comunità, ad una cultura. Colui con il quale non vi sono radici facilmente identificabili da condividere ma solo una generica condizione umana sulla quale eventualmente, provare ad intraprendere un colloquio che potrà eventualmente sfociare in una futura e più ampia condivisione di appartenenze.
Se quanto sopra è da ritenersi corretto, personalmente posso, per conseguenza, affermare di essere emigrato nel 2008 in Grecia. Ed utilizzare questo verbo potrebbe a molti apparire eccessivo, me compreso talvolta. Nell’immaginario collettivo infatti il concetto di emigrazione porta con sé un tale coacervo di implicazioni nate ed alimentate dalla storia anche recente dei nostri popoli (sono veramente pochi quelli al mondo che possono affermare di non avere soggetti emigrati) che il fatto di essermi spostato in definitiva di soli 2.000 Km, di avere giusto un’ora di differenza con il fuso orario italiano e, soprattutto, di mettere meno tempo a rientrare in Italia che non – ricordo – ad attraversare da nord a sud la città da dove provengo nell’ora di punta, mi fa sentire un “emigrato abusivo”. Sì, abusivo nel fregiarmi dell’appellativo.
Che potranno mai pensare coloro che si sono trasferiti (sono emigrati) in Australia o in Argentina o ancora in altri paesi il cui raggiungimento impone, faticosamente, un lungo viaggio e, presumibilmente l’incontro con popoli e culture molto diversi?
La vera essenza di questo avvenimento si è formata non appena la curiosità ed il senso più ampio della novità hanno lasciato il posto alla consapevolezza.

La globalizzazione infatti se anche permette di condividere modi di comunicazione, informazioni e molti denominatori sociali, non è uniformità globale della cultura anche se a questa sembra, secondo alcuni, voler addivenire attraverso comune conoscenza, comuni linguaggi (l’inglese ed il cinese da sole sono due lingue che sono proprie di circa la metà della popolazione del globo).
Al contrario. Da quando il genere umano ha iniziato a disperdere le proprie comunità sono nate le specificità, le varianti, tutti quegli elementi precipui che costituiscono il patrimonio della diversità. Si pensi alle meraviglie narrate dai viaggiatori di ogni epoca e di ogni luogo: dal nostro Marco Polo, all’arabo Ibn Battuta, al cinese Zheng He, testimoni tutti di grandi diversità ed a quella consistente mole di “meraviglie” delle quali ci riportarono notizia, stupiti ed entusiasti, nei loro racconti. Oggi la globalizzazione ha offuscato questo senso della meraviglia e talvolta si parte già con idee che si reputano precise e soddisfacenti relativamente a ciò che troveremo al punto che, anzi, le stesse, faranno da elemento discriminante per la scelta, costringendosi spesso non a capire con spirito libero (e curioso) ma a filtrare tutto ciò che si osserva attraverso il confronto. Ma il confronto è un filtro personale, una regola soggettiva che impropriamente rendiamo valida anche per altri come se tutti dovessero seguire i nostri criteri.

Lo spirito di chi “cambia luogo” tuttavia non è quasi mai quello del ”viaggiatore” ed una volta effettuato il piccolo o grande salto, saranno altre le priorità. Quando in realtà avvenga il cambiamento di status da “visitatore” a “cittadino” di un luogo è molto chiaro ed identificabile in qualsiasi paese si intenda eleggere a propria dimora. E’ l’incontro con il servizio pubblico, con la burocrazia molto spesso presente, con le leggi, le norme e le regole, ovvero con l’ufficialità del luogo che determina il modus operandi di quella società. Sarà poi proprio l’incontro con le regole e le leggi che ci fornirà incontrovertibilmente il primo bagaglio di informazioni (da cittadino e non più da visitatore) sufficienti a formulare il primo giudizio. Un giudizio, spesso, capace di trovarsi in forte contrasto con le impressioni – quelle del visitatore – che avevamo metabolizzato in precedenza.

Ed io ne avevo non poche di queste impressioni avendo iniziato il lungo cammino a fianco di questo paese nel lontano 1975 Ed il legame tra quelle impressioni e le nuove informazioni costituiranno spesso l’humus per quella palude infida da attraversarsi con estrema cautela che è il confronto tra il luogo da dove veniamo e quello dove siamo giunti e dove, presumibilmente, resteremo. Io ho trasferito con me, oltre ad armi e bagagli (non molti in verità), anche la professione. Ed ho certamente prima dovuto affrontare i meccanismi legislativi che non quelli sociali. Così come – la storia così ha voluto – i morsi della crisi che qui, più che in ogni altro paese occidentale, si è abbattuta ed oramai grava da alcuni anni. Una crisi che ha accelerato ed anche esasperato il mio rapporto con la gente di qui. Oggi la mia situazione è quella che uno squisito quanto complesso e multiforme termine locale definisce xénos, un termine – risalente ai poemi omerici – con il quale si definisce qualcuno che è straniero ma che al contempo, in virtù della proverbiale (ed almeno nell’antichità, doverosa) ospitalità di questo paese, anche un grande amico. Dipende dal contesto.

Sei uno xénos quando si parla di politica o di altri argomenti importanti per i quali questa tua estraneità non ti potrà permettere di capire, sei lo xènos al quale viene riservato il migliore posto a tavola se sei anche a far visita a gente sconosciuta.
Ed in questa ubiquità fluttuante cresce, anche inconsapevolmente, il legame con questa terra, con questa gente con la quale le diversità non verranno mai superate ma, al contempo, non interferiscono sulle vicende giornaliere né sulla possibilità di contribuire ad un futuro comune in una convivenza del tutto accettabile.
Restano le radici personali che costituiscono quella ricchezza interiore, personale, segreta, che fa giustamente parte della vita di ciascuno. Esiste un nuovo modo di essere legati alla propria terra di origine, di essere italiani in buona sostanza. Più intransigenti, spesso, di coloro che abbiamo lasciato, un poco come la grande maggioranza di quelli che sono partiti, divisi tra la critica anche aspra contro il paese di nascita (sul quale manteniamo pervicacemente il diritto di esprimere il nostro accorato parere) ed al contempo, inclini alle nostalgie, frutto dei ricordi della propria vita passata che ci legano con estrema indulgenza, a quella terra lasciata e che, per contro, sfumano lo spirito critico.

Oggi, vivendo “oltre il confine”, lo sguardo, più distaccato, si fa più nitido e più chiaro. Ed allora ci si accorge di come certi destini – per quanto lontane e specifiche si vogliano far apparire le proprie radici – hanno caratteristiche comuni tra nazioni diverse, specie quando condividono una stessa area geografica. Ed i problemi del paese dove vivo, infatti, non sono in realtà tanto diversi da quelli del paese dal quale provengo, né di tanti altri.
Questa comunanza di problematiche sociali in fondo avvicina, frantuma tante piccole diversità spesso campaniliste (ma per taluni dovremo dire xenofobe) per le quali le glorie ed i fasti di un passato specificatamente appartenente ad un popolo o ad una etnia sembrano talvolta invocare diritti e priorità per “augusta discendenza”. E sotto questo aspetto riveste un ruolo importante la cultura, intesa nel senso più ampio di patrimonio che può (e deve) essere messo a disposizione per unire e non per dividere.
Oggi i problemi della Grecia dove vivo, si potrebbero facilmente riassumere nell’incapacità o nella riluttanza delle élite politiche così come dei cittadini ad assumersi il costo che la scelta di partecipare al processo di integrazione europea comporta, e ad abbandonare la problematica “democrazia degli amici” venutasi nel frattempo a creare per costruire uno Stato di tipo europeo occidentale, ammesso che questo sia il modello più confacente.
Crescono per me, nel frattempo, nella quotidianità, le conoscenze e le amicizie e con esse il lungo e non scontato processo personale di integrazione in una comunità che ha ben salde le proprie antiche radici (come tutte d’altronde), ma che ha perso in gran parte il rapporto con un futuro possibile. Ed il futuro sarà (auspicabilmente) la nostra “meraviglia”, sarà quel luogo nel tempo che potremo condividere e che diventerà patrimonio comune.

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