Vi racconto sogni e disillusioni della destra italiana vista da sud

mellon3di Francesco De Palo

Un pezzetto di mezzogiorno, colorato di destra. Da cui affiora il racconto di “Nessuna croce manca” (Baldini&Castoldi editore, 320 pagine, 16 euro), firmato dalla penna di Angelo Mellone, tarantino, giornalista e scrittore, dirigente del pomeriggio di Rai Uno. Ma soprattutto raffinato intellettuale formatosi nella galassia figlia del Msi. Un romanzo avvincente e scritto in terza persona, in procinto di diventare anche un film, in cui prendono corpo i sogni e le ambizioni di quattro liceali che scoprono la politica, a destra, in una Taranto monopolizzata dall’Ilva alla fine degli anni Ottanta.

Speranze, sconfitte e disillusioni: come si è passati dalla rivoluzione italiana alla balcanizzazione odierna della destra?

Alla fine del lungo periodo è emersa l’inadeguatezza di quella classe dirigente che avrebbe dovuto fare la rivoluzione italiana. Non l’ha fatta perché non è stata in grado di farla e non a causa di complotti esterni. Quindi la balcanizzazione di oggi è l’esatta conseguenza di quella inadeguatezza storica. La famosa foto di Fiuggi, con tutti sul palco, è la plastica raffigurazione di un fallimento di occasioni: nel 1994, nel 2001 e nel 2008.

Dal Fronte della Gioventù ad Alleanza Nazionale: cosa non ha funzionato?

E’tutto molto semplice: è come quando ci si auto convince di poter scalare l’Everest e poi si è costretti a fermarsi a tremila metri perché già lì non si ha più ossigeno per giungere in vetta. Evidentemente il lungo periodo, poi, ha dimostrato che l’abbraccio del berlusconismo si è rivelato mortale.

I protagonisti del libro subiscono l’effetto panfago di Berlusconi. Poteva essere evitato?

Il berlusconismo ha cancellato quella che poteva essere una destra repubblicana, sociale, legalitaria che non è stata.

Quale il punto di non ritorno?

Lo posiziono nella vittoria del centrodestra nel 2001. Da quel momento ci sono stati cinque anni a disposizione per fare ciò che non è stato fatto: mettere in piedi la rivoluzione italiana. Non si è realizzata e il resto è la decomposizione di un processo politico che stancamente si è protratta sino ad oggi, segnando le crepe ancora presenti. Il racconto in terza persona la riguarda da vicino? E’un romanzo e vorrei che rimanesse tale, non un trattato politico o un’analisi. I personaggi sono assolutamente inventati e preciso che non mi riconosco in nessuno dei protagonisti. Molti pensano che Dindo sia il mio alter ego, ma non è così.

Come nasce?

Nasce perché andava raccontato, in forma di romanzo, quindi narrativa e non in veste di inchiesta, un sentimento generazionale di chi era adolescente nella Prima Repubblica, è diventato post adolescente nella Seconda e nella Terza si è portato dietro il senso, più che di una sconfitta, di un’occasione persa.

FiuggiCom’era la destra vissuta nella provincia del Mezzogiorno?

Al sud non c’erano le intemperanze belligeranti del settentrione. Fondamentalmente il Msi meridionale era un partito per lo più reazionario e nostalgico, con innesti giovanili di ribellismo anti sistema. Era un ircocervo, un luogo di emarginati con al proprio interno un centro, una sinistra, una destra e un’estrema destra. Un piccolo sistema politico, se vogliamo, costruito all’interno di un partito in cui si trovava di tutto, dai futuristi ai tradizionalisti cattolici, dai sindacalisti rivoluzionari ai corporativisti. Un mondo un po’ affascinante e un po’patetico, interessante e introflesso: una società in miniatura che però, per tanti, è stata per lo meno una palestra di formazione antropologica.

Mezzo secolo prima del M5S, il Msi aveva nel suo nome la parola movimento. Era avanguardia?

L’idea di movimento sì, anche se poi ha funzionato come partito molto burocratizzato e in sostanza si è mosso poco anche perché le condizioni istituzionali e le leadership che si sono succedute non lo hanno permesso. Le volte in cui qualcuno ci ha provato, Almirante negli anni ’70 con la maggioranza silenziosa e Rauti alla fine degli anni ’80, per ragioni diverse si sono rivelati due fallimenti. E quando sarebbe potuto diventare realmente un movimento agli albori della Seconda Repubblica, An ha scelto di fondersi con il berlusconismo che ha tagliato le gambe ad un’eventuale possibile trasformazione sociale. Almirante Rauti

Qualcuno ha detto che a destra è mancata la figura dell’intellettuale forte, che evitasse l’effetto annacquamento nel Pdl: è d’accordo?

E’una chiave di lettura più complessiva, ma il ragionamento sulla cosiddetta classe intellettuale di destra rispecchia quello fatto per la classe politica basato sull’inadeguatezza. Mi spiego: ho ascoltato in questi anni tanta cultura del lamento, ma la stragrande maggioranza degli intellettuali ha avuto una formazione prettamente giornalistica. A destra negli ultimi 25 anni non sono nati grandi economisti, o esperti del mercato del lavoro, o grandi giuristi né sociologi. Significa che non è scattata quella competenza professionale che potesse essere il punto di partenza per un vero “riformismo di destra”. Così non si governa. L’intellettuale moderno non è quello che tiene il mantello del principe o che davanti al principe democratico porta un faro. Faro, invece, è colui che porta competenze e professionalità, produce tabelle e dati, apporta la capacità di dare respiro tecnico ad un percorso politico. Questo passaggio i nostri intellettuali non lo hanno fatto.

Perché in Italia non si riesce a comporre una destra social-repubblicana che sopravviva, come negli Usa, al di là dei leader di riferimento?

Perché, e lo dico da bipolarista convinto, la classe dirigente figlia del Msi ha esaurito ogni capacità propulsiva. Sino a quando non ci sarà un azzeramento non potrà nascere una nuova visione di destra sociale, patriottica, repubblicana, legalitaria e riformista. Mi consola il fatto che il libro abbia riscosso parecchia attenzione anche tra elettori non di destra.

twitter@PrimadiTuttoIta

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