Isonzo, Pasubio e Pleistocene: i grandi centenari della storia

pasubioDi Enzo Terzi

Il centenario consumatosi in questo ottobre 2016 passerà tra i più disattesi almeno dai media che non vi hanno dedicato più di un doveroso passaggio e per tante altre numerose ragioni dal grande pubblico. E, ciò nonostante, lo si potrebbe invece annoverare tra gli appuntamenti che più potrebbero indurre a tante riflessioni alle quali ciascuno di noi, semplicemente, potrebbe attingere spunto dal proprio album di famiglia.

Ciò a cui mi riferisco è il centenario di due grandi battaglie che gli italiani combatterono sul fronte austriaco durante la prima guerra mondiale: la battaglia del Pasubio, che si svolse tra l’8 ed il 20 ottobre 1916 e la ottava battaglia dell’Isonzo (ve ne furono dodici di scontri su quelle rive durante tutto il conflitto) che si svolse tra il 10 ed il 12 ottobre del 1916 (la nona battaglia su quella porzione di fronte iniziò poco dopo, il 30 ottobre).

L’albo d’oro dei caduti italiani (militari e civili) della prima guerra mondiale riporta una stima totale di 1.240.000 morti. Nella sola ottava battaglia dell’Isonzo caddero 24.500 soldati. In soli due giorni. Fu questa una guerra di uomini e cannoni e tali carneficine sono rimaste tristemente famose. Le vittime totali italiane nel secondo conflitto mondiale indicano in “soli” 480.000 i morti complessivi. E se nel 1945 la popolazione italiana era di 43.800.000 anime, nel 1916 era di 35.600.000.

Se consideriamo le battaglie di cui stiamo se non celebrando, almeno dignitosamente ricordando il centenario, nel contesto generale di quella guerra, nessuna può forse etichettarsi come determinante ma ciò nondimeno raccontano tutto, in corpo e spirito, di quel conflitto e, soprattutto di una Italia che oggi sembra lontana non poche decine di anni, ma secoli e secoli.

Raccontano infine dell’ultimo grande evento che vide (con tutte le differenze e le sfumature che sono d’obbligo) un Paese che si ritrovò unito e che, alla fine, non solo poté gridare “la guerra è finita” ma anche “abbiamo vinto”, “viva la Patria”. Unità e Patria avevano trovato in quella grande mattanza di uomini il loro giorno di gloria ed il germoglio per il futuro addio. Nel principio ovviamente e non nella burocrazia e nelle carte. E su questo credo sia il caso di soffermarsi più che non sulla narrazione storica che, d’altronde e per fortuna, è ampiamente ricca ed esaustiva.

pasubio2Certamente al tempo vi era un altro concetto che molto spesso viene menzionato oggi con il sorriso di chi si sente diverso e cresciuto, ed è quello dei “sacri confini” e, per conseguenza quello di “invasori”. Eppure, allora, – ricordo bene i racconti di mio nonno – , erano parole che venivano spontanee ed anzi, menzionate spesso con orgoglio, da loro che avevano alle spalle la storia di una Italia Unita giovane di poco più di un sessantennio e che sentivano come una conquista da difendere anche in quel sud che pure al momento dell’Unità non fu proprio trattato con i guanti. E forse questa disparità di trattamenti che i governi succedutisi a Cavour ed ai “padri dell’Unità” avevano non solo lasciati irrisolti ma alimentati, trovarono nel conflitto, senza volerlo, l’origine della loro caduta. Così la guerra veniva ad essere considerata da molti la scorciatoia più adeguata per unire il Paese in un unico slancio rinnovatore, per fargli bruciare le tappe, recuperare il ritardo accumulato e far emergere una nuova classe politica all’altezza delle sfide che ormai incombevano.

Ma ciò non sarebbe stato comunque possibile se, in origine, non ci fosse stato un alto concetto della Patria come casa comune senza la quale nessun cambiamento sarebbe stato possibile. Era necessario un forte e inequivocabile senso di identità nazionale, la coscienza dell’importanza vitale della battaglia in corso, il senso preciso dell’ora drammatica che il Paese stava vivendo, impegnato in un conflitto epocale con il nemico che tradizionalmente si era opposto al processo unitario. E tutto questo in un qualche modo funzionò. Ma se non ci fossero stati principi e valori a sorreggerne le sofferenze patite, forse il risultato avrebbe potuto essere diverso.

Altra storia fu quella della seconda guerra mondiale dove un Paese unito forse più dalle propagande di regime che non dalla realtà alla fine si trovò dilaniato, diviso profondamente tanto da lasciare come prima conseguenza la guerra civile perché, almeno all’inizio di tale si trattò e per quanto l’ufficialità anche recente della storiografia continui ad addolcirne i tratti, fu invece violenta e senza sconti e le vittime si trasformarono in lupi.

Fu un miracolo se questo regolamento di conti non sfociò in un conflitto interno di più vaste dimensioni (come ad esempio poi avvenne in Grecia cui costarono forse più gli anni della guerra civile, dal 1946 al 1949, che non l’occupazione nazista). Nacque così la Repubblica ed iniziò la ricostruzione. La “patria” non veniva più menzionata, il suo concetto era stato infangato e depauperato di ogni significato positivo da chi ne aveva fatto uso per condurci a quel disastro: ma sopravvisse l’Italia come ultimo legame con quella Unità sia sociale che morale che avrebbe permesso di lavorare tutti insieme alla ricostruzione. Così partimmo spavaldi e fieri superando in breve quegli ostacoli che l’immagine di aggressori pentiti portava con sé. La ricostruzione fu un successo nazionale ed internazionale.

L’Italia riacquistava la propria dignità ma parlare di Patria era divenuto impossibile e fu così che divenne “il mio Paese”. Fatto questo ad esempio non avvenuto in paesi come Francia e Germania dove invece il concetto è sopravvissuto a tutte le avversità. Il “mio Paese” ha poi subito un processo di trasformazione ed è divenuto il “bel Paese”, prima in senso positivo di richiamo turistico, culturale ed industriale e poi, internamente, come sinonimo di sberleffo alle Istituzioni.

isonzo2E negli anni ’70, certi che dalla corsa al benessere non si poteva più spremere una stilla di ricchezza con le proprie forze, abbiamo iniziato a percorrere una repentina marcia indietro: nord e sud si sono trovate nuovamente e aspramente su sponde opposte, sono tornate in essere le corporazioni tanto da divenire strumento di lotta sociale e l’un contro l’altro armati abbiamo sostituito ancora l’obiettivo del nostro interesse e da “il mio Paese” siamo passati al “mio diritto”. E ciascuno ha invocato, sacrosantamente il proprio senza rendersi conto del processo di completa disgregazione che stava avvenendo. Essendo in ogni caso l’uomo animale che necessita di stare in gruppo, ecco che il massimo consentito era la corporazione, l’aggregazione cioè di quelli a lui più simili per scopi, disavventure e frustrazioni. Tutti armati di legittime rivendicazioni. E il “sacro confine” è diventato quello che gira giusto intorno al proprio interesse personale e si trasforma in “sacro diritto”.

Oggi, seppur coscienti che la storia ci insegna come i termini “sacro” e “confine” siano suscettibili di periodici cambiamenti (basti ricordarsi del recente conflitto nella “ex”- appunto – Yugoslavia), vediamo come gli stessi, invece, pur non venendo menzionati né tanto meno sacralizzati, ritornano frequenti allorquando si parli di ondate di immigrazione, di rifugiati, oppure di pillole amare che questa (scellerata, occorre dirlo) Europa ci fa spesso ingoiare. Là si riscopre, ignari il più delle volte, quel concetto che tuttavia, al tempo era principio fondamentale e non codicillo ad usum delphini.

Le guerre poi, in quel senso così barbaro, incivile e sanguinolento non le si combattono più, almeno in casa propria, le si combattono altrove, in forma preventiva, così come i “grandi” del mondo, Stati Uniti e Russia in testa ci hanno ben insegnato dal ’45 in poi. Si vendono armi, si inviano professionisti, si fanno, insomma scelte oculate affinché il popolo possa continuare la propria vita quotidiana trasferendo altrove le tensioni, facendogli credere che altrimenti arriverebbero in casa. Si parla della propria casa, del proprio quartiere, della propria città. Al massimo. Non più dei confini del Paese.

Non siamo poi in realtà un popolo di né di infingardi né di menefreghisti ma l’unione nazionale, ahimè, la si ritrova solo davanti ad un pallone. La pancia piena assopisce e diluisce ogni principio. Noi siamo quelli del tempo di mezzo (modificando in temporali quelle differenze spaziali che Tolkien aveva inventato come confini dettati dalle affinità), siamo coloro che appartengono ad un tempo che va da una fanciullezza timorosa e orgogliosa dei sacri confini raccontati dal nonno o dal babbo a quella dei nostri figli e, soprattutto, nipoti, ai quali non sappiamo più quale racconto narrare. I nonni avevano combattuto per i sacri confini di una Patria e avevano vinto. I padri hanno combattuto nella disperazione ed hanno alfine fondato una Repubblica. Noi ci siamo esercitati a dissacrare confini, patria e repubblica e ci siamo occupati di benessere (personale beninteso) che è tutt’altra cosa.

Nel frattempo abbiamo perso di vista il futuro e per soprammercato, il presente non ci soddisfa per niente, o quasi, perché ad altri abbiamo preferito delegare il richiamo della coscienza, prima fiduciosi che quanto i nostri padri avevano creato fosse inattaccabile, poi perché fiduciosi che oramai l’epoca della difesa dei “sacri confini” e dei principi ad essi connessi fosse oramai da rottamare. In barba alla storia del mondo. Oggi toccherà a figli e nipoti riprendere le file di questo vuoto di riferimenti che lasciamo loro. 
Nel frattempo proseguono i riti annuali come la Giornata degli Alpini o dei Bersaglieri o di altri corpi che devono la loro gloria a quelle battaglie, a quella guerra, a quell’indubitabile sacrificio. Ma tali celebrazioni vanno sempre più ammorbidendosi, le loro storie sembrano sempre più storie lontane (non sono pochi coloro che non saprebbero raccontarla ai propri figli!). Talvolta si ha più l’impressione che siano grani kermesse festaiole che non profondi momenti di riflessione, attimi in cui raccogliere le idee sul perché del loro sacrificio. Il tempo certo è passato e così si sono avvicendate le generazioni. Ma dei principi che ne è stato? Nessuna immutabilità certo va loro attribuita ma l’evolversi della coscienza nata da chi per loro si è sacrificato, quello sì.

tortaSiamo quelli del tempo di mezzo e tra la nostra cultura e l’avvento di grandi entità come l’Unione Europea e l’avvento della globalizzazione forse sono un salto troppo lungo anche per la mente più elastica. Ed a questo siamo impreparati perché della nostra coscienza abbiamo fatto, forse, più lo strumento di un personale benessere che non di una evoluzione sociale. Ed in questo disagio affrontiamo maldestramente le sfide dell’oggi. Non possiamo certo ancora una volta invocare gli Alpini sul Pasubio né chiedere loro di arroccarsi sugli scogli di Pantelleria.

I nemici non sono più fuori dai confini, sacri o meno che li si voglia considerare, sono dentro di noi e contro tali nemici esiste solo il buon senso e la coscienza di sapere chi eravamo e da dove veniamo. La storia dell’Italia Unita è storia giovanissima che neanche arriva a due secoli di vita. La storia della nostra Repubblica è quella di una giovanetta sessantenne, la storia della nostra libertà e del nostro benessere passa attraverso queste tappe e porta con sé quei principi senza i quali oggi faticheremmo molto di più ad indicare la nostra identità. Non siamo forse pronti ad essere cittadini del mondo né a gettare tra i capitoli della storia antica i nostri passati ma, per contro, potremmo essere italiani migliori.

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