Il fondo: da Roma a Roma, sessant’anni dopo

di Roberto Menia

Sessant’anni fa, il 25 marzo 1957, nasceva a Roma la prima Comunità Economica Europea (Cce) volta a promuovere, mediante la formazione del mercato comune e l’armonizzazione delle legislazioni economiche nazionali, una crescita stabile e duratura al continente. L’Europa di allora era assai diversa da quella che oggi conosciamo: il continente era diviso in due dalla cortina di ferro, stretto nella logica perversa di Yalta: ad est i paesi del blocco sovietico e comunista, ad ovest l’Europa libera. Era certo un’Europa monca, che si portava ancora dietro i fantasmi e le lacerazioni della guerra e cercava la pace. Ci si pensi: la Germania che sottoscrisse quei trattati a Roma – con Italia, Francia e Benelux – era ancora solo la Germania Ovest, Angela Merkel era una bambina che viveva oltre il muro di Berlino, nella Ddr, dall’altra parte, quella dei Vopos e della Stasi.

Da noi, ad occidente, si sognava l’Europa libera, riunificata, l’Europa delle Patrie, dei popoli e delle cattedrali: si celebravano gli eroi silenziosi delle croci bianche del Muro, si inneggiava a Jan Palach morto nel fuoco a Praga. E un giorno vedemmo finalmente cadere il Muro di Berlino. Era il 9 novembre 1989. Di quell’Europa eroica siamo eredi e di quell’Europa dobbiamo essere degni, avendo – perche no? – il coraggio di dire ciò che non va, fuori dalla retorica dell’europeismo politicamente corretto.

Se al posto dei sei stati dei Trattati di Roma di sessant’anni fa, oggi abbiamo l’Unione Europea a 28 paesi, questa è una conquista: se da cittadini europei siamo liberi di poter circolare, risiedere, lavorare, produrre, commerciare, studiare, da Roma a Varsavia, da Lisbona ad Amburgo sappiamo che anche questa è una conquista irrinunciabile ed irreversibile. Nessuno di noi vorrebbe tornare ai muri e alle sbarre di confine intraeuropei. Ma con altrettanta chiarezza dobbiamo dire che se quel sogno chiamato Europa si sta progressivamente infrangendo contro il muro della sordità, è colpa soprattutto di chi la rappresenta e ci rappresenta. Di chi, dal pulpito del rigore, sta strozzando ogni tentativo di riequilibrio. Di chi aveva promesso condivisione e invece produce solo germanocentrismo. Di chi anziché farsi venire un’idea per sburocratizzare un continente, non ha di meglio da fare che decidere la grandezza delle reti da pesca di casa nostra, senza consultare chi quelle reti getta ogni giorno in mare.

Chiedere sovranità popolare e nazionale non è alzare genericamente il dito e puntarlo contro un luogo lontano e distante, ma significa recuperare l’identità dei cittadini depressi e avviluppati dalla crisi, caldeggiarne le istanze reali, non essere ciechi di fronte a ciò che sta accadendo a margine dei 28 paesi membri.

L’Unione non ha saputo creare un’unità politica e militare che si sarebbe dovuta presupporre rispetto alla moneta unica; né poteva essere diversamente se rifiuta le sue radici cristiane per imporre di togliere i crocifissi dalle aule o di riconoscere “matrimoni” tra persone dello stesso sesso o se il presidente olandese dell’Eurogruppo si permette di dire che i paesi del sud Europa spendono tutto in donne e alcool e poi chiedono aiuti.

E’ vero invece che le politiche imposte dalla Commissione e dai poteri finanziari non hanno determinato benessere e sviluppo ma una preoccupante contrazione della crescita a livello continentale, una generalizzata tendenza allo scivolamento verso il basso della classe media, pochi ricchi sempre più ricchi e un allargamento generalizzato delle fasce di povertà. E tutto ciò in particolare nell’area sud dell’Unione. Lo stesso Presidente Mattarella, nel celebrare in Parlamento i sessant’anni dei trattati di Roma, ha dovuto riconoscere che “l’Ue e i suoi stati membri nel 2000 hanno prodotto il 26,5 del Pil mondiale, percentuale scesa di ben 4 punti nel 2015”.

Noi italiani abbiamo amaramente provato sulla nostra pelle il frutto di politiche economiche di rigore eccessivo che frenano lo sviluppo e contemporaneamente si dimostrano incapaci di rispondere ai fenomeni epocali derivanti dalla globalizzazione, dall’invasione di merci prodotte fuori da ogni regola di rispetto ambientale o addirittura dei diritti umani, all’invasione migratoria che sta cambiando i connotati culturali e religiosi dell’intero continente. L’Italia ha 8000 chilometri di costa ed è sottoposta ad una senza trovare di fatto una reale solidarietà europea.

L’Europa, a nostro parere, avrà un futuro solo se si dimostrerà in grado di ridisegnarsi come Europa dei popoli e della Patrie, secondo un patto armonico di stati federati e sovrani, senza figli e figliastri, ma eredi di una grande storia e civiltà comune e plurimillenaria.

twitter@robertomenia

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s