Polemicamente: senza libri non c’è vita (e futuro)

libri1Senza libri non c’è vita perché muore il luogo dove si apprende, ci si confronta e si impara. I quattro milioni e trecentomila italiani che in sei anni hanno smesso di leggere libri sono un pugno in faccia al futuro dell’Italia. Sfogliando i dati Istat verrebbe voglia di fuggire in cerca di altri lidi e altre infrastrutture culturali. Ma dopo i primi attimi di smarrimento, serve invece recuperare freddezza e combattività. E restare per cambiare le cose.

Sono stati 33 milioni i cittadini del nostro Paese con più di 6 anni nel 2016 che non hanno letto nemmeno un libro. Un fatto che produce pura paura. Quel 57,6% della popolazione ha deciso di imboccare la mesta strada di quel Medioevo culturale che sta fagocitando tutto e tutti: società, costumi, politica, media. Una società che sostituisce la cultura con la sociopatia dello “smartphone stretto in una mano” va contrastata, senza diplomazia o guanti gialli. Non si può restare inermi difronte ad uno scempio simile. E non si dica che la crisi economica gioca un ruolo, dal momento che un ebook si porta a casa con 9 euro e 99 centesimi.

Non è un problema di soldi, anche perché di ragazzi e signori con abiti firmati e fior di cellulari se ne vedono (forse un po’meno) anche adesso che  i conti in tasca ormai se li fanno un po’tutti. E allora dove sta l’inghippo? Va ricercato in quella deriva sciatta e misera che mortifica le prestazioni intellettuali. Cosa intendo? E’sufficiente fare due chiacchiere con un avvocato, uno scrittore, un professore, qualcuno insomma che ha scelto di praticare come mestiere un’arte che parte dall’intelletto. E si scopre un nervo vivo del tessuto italiano.

L’avvocato? Si può anche non pagarlo, magari “ripasso tra quache mese”. L’architetto? Meglio la prossima volta. Il libero professionista? “Guardi, per quella fatturina le chiedo altri tre mesi di pazienza”. I docenti? Hanno sempre torto dinanzi ai nostri figli. Che succede invece quando si va in un outlet o in una salumeria? Prima vedere moneta, poi vedere cammello. Capito? Ovvero, al netto delle difficoltà economiche che la cogiuntura attuale ci impone, parallelamente l’Italia e gli italiani hanno scelto di sacrificare non un paio di scarpe o un fiammante modello di telefonino, ma la considerazione per chi produce cultura o lavora con il cervello e non solo con gli arti. Come uscirne dunque?

pascoliSenza scadere nella retorica della consueta (ma calzante) considerazione che con la cultura si mangia due volte, va fatto una volta per tutte un ragionamento serio e ponderato. Certo non si può imporre a nessuno di leggere Kavafis o Pascoli, ma la buona abitudine che personalmente ho appreso nella famiglia in cui sono cresciuto non costa nulla. Se non la pazienza certosina che, oggi, investo nella crescita di mia figlia di 3 anni. Un libro, una rivista, un quotidiano è il vettore che davvero permette di imparare, di apprendere, di conoscere, di specchiarsi nelle vite altrui, nelle esperienze, negli errori e nei mille viaggi. Per compiere un gesto ormai quasi desueto: imparare.

Il cancro dell’Italia 2.0 è la presunzione di sapere tutto, di non aver bisogno di approfondire, di investigare e di analizzare con occhio critico, e non con quel servilismo strisciante che foraggia falsi maestri e leader di sabbia. Un Paese come il nostro, con poeti e scrittori di fama mondiale, non può non vergonarsi di quei numeri dell’Istat. Anche se, va detto, non è un fulmine a ciel sereno. Per certi versi ce lo aspettavamo, ed era nell’aria, visto il panorama complessivo in cui gravita il Belpaese. Ma adesso l’indignazione lasci il campo alla proposta e alla inversione a U. Lo dobbiamo al nostro passato. E soprattutto al nostro futuro.

(fdp)

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