Vi racconto la leggenda dei Mille, di Garibaldi (e riunificazione)

di Enzo Terzi

Assunto che il mese di maggio per la storia italiana è mese particolare di celebrazioni, tra tutte quella celeberrima del 24, data di entrata in guerra, nel 1915, contro l’Austria, fiore all’occhiello di un novecento che ci ha visto in ben più imbarazzanti situazioni, viene da indagare, se non altro per quella benevolenza innata che si porta al mese che celebra la primavera e quindi la rinascita per eccellenza, quella ciclica che sappiamo ogni anno rinnovarsi, per verificare quali altri giorni in questo mese possano riservarci ulteriori sorprese.

E tra le cose quasi dimenticate o che comunque sono state sopraffatte da eventi ed avvenimenti che il mutare della storiografia ufficiale talvolta impone, appare bel bello il 5 maggio. Non quello manzoniano che celebra la morte forse dell’ultimo grande d’Europa, quel Napoleone che poi aveva in realtà piantato tutti i germogli per le future vicende storiche fino al nostro 24 maggio. Quello che vorrei riproporre all’attenzione è quel 5 maggio 1860, giorno in cui Garibaldi prese le mosse da Quarto per dirigersi verso la Sicilia nella presunta, ferma intenzione, quanto meno, di aiutare i moti antiborbonici. Da lì nacque la leggenda di Mille, la leggenda di Garibaldi, la leggenda della riunificazione dell’Italia.

Riconosciuto per lungo tempo il più grande eroe italiano, forse più dalla politica che aveva bisogno anche allora di paladini da celebrare e da presentare a supporto delle proprie tesi, che non dalla storiografia all’interno della quale invero, si tende a presentarlo sovente come lo strumento di un disegno politico di ben più ampio respiro, sta di fatto che intorno alla sua figura, aneddoti, verità e leggende si continuano a sovrapporre anche se oramai, a quasi 160 anni dall’unità d’Italia, le indagini sulla sua figura e sul suo operato sono pressoché esclusivamente appannaggio dei ricercatori. E questo è un grande sbaglio, perdurando invece, specie nei libri scolastici, omissioni e generiche definizioni che non rendono verità né all’uomo né alla storia. Non è di alcuna difficoltà infatti, imbattersi in particolari episodi della sua vita che le tante ricerche e studi ci riportano, illuminando talvolta, talvolta ponendo dubbi su quanto (ricordo ad esempio i miei studi almeno nella scuola dell’obbligo) in qualche modo siamo abituati a ricordare.

Nato a Nizza nel 1807, dopo un periodo alterno di studi mostrò quel carattere avventuriero che lo avrebbe fatto divenire un marinaio. Imbarcato prima su piccole tratte e poi su quelle mediterranee, ancor prima dell’esperienza sudamericana, un lungo periodo di tre anni, dal 1827 al 1831 lo vide ospite a Costantinopoli (dove oggi esiste ancora la Casa Garibaldi, sede della Società Operaia Italiana che ospita tuttora un archivio che è prestigiosa testimonianza delle attività svolte dagli italiani in quei luoghi). Addirittura, durante il viaggio (e non solo durante quello) fu anche depredato dai pirati greci per la cui indipendenza poi avrebbero contribuito non pochi futuri garibaldini. Piccoli fatti questi che non compaiono apertis verbis nelle memorie scritte di suo pugno dal Garibaldi ma che è stato possibile ricostruire: d’altronde, vista la sua nascente vocazione di idealista per la libertà, con poca verosimiglianza si sarebbero potute apprendere simili note nel suo diario, note che sarebbero suonate a parziale condanna di un popolo che proprio per la indipendenza e la libertà aveva duramente lottato in quegli anni.

Il soggiorno di Garibaldi in Costantinopoli si prolungò per tre lunghi anni anche a causa della guerra turco-russa scoppiata nel 1827 e per un lungo periodo il Giuseppe nazionale fu precettore dei figli della vedova Timoni; per sua fortuna in quanto, come riporta nelle Memorie, era un periodo “in cui non avrei saputo vivere la dimane”. Rientrato dunque in Italia, altri viaggi seguirono verso il Levante tra cui uno, fondamentale per le future gesta, nel 1833, che lo vide di passaggio per la capitale ottomana e diretto sul Mar d’Azov a Taganrog, cittadina che ben poco in realtà ci dice, dove fece la conoscenza di Gian Battista Cuneo (che poi diventerà una sorta di segretario del Garibaldi condottiero dei due mondi), giornalista, politico e patriota italiano che gli fece conoscere i principi della Giovine Italia mazziniana, costituita da poco, nel 1831, a Marsiglia. Curioso tra l’altro sapere che in questa misconosciuta cittadina, nel 1962 è stato eretto un monumento a Garibaldi in ricordo dei suoi plurimi soggiorni. Tal riconoscimento sembra voler celebrare l’effettiva iniziazione del condottiero alle cause della libertà, una libertà che secondo certi assunti mazziniani era diritto sacrosanto dei popoli e che non poteva nazionalizzarsi né porsi specifici confini. Là ove la necessità di libertà chiamava, là sarebbe stato necessario accorrere per sostenerne la lotta o per difenderla. Nacque dunque così, in certo qual modo, sulle sponde russe, il condottiero dei due mondi?

Altrettanto curioso potrebbe apparire il fatto che non molto distante da Taganrog, a Odessa, sul prospiciente Mar Nero, a non più di 500 km in linea d’aria, nel 1814, era nata la Filikì Eterìa, società segreta greca e filellena che avrebbe animato tutta la guerra di indipendenza greca. Ordunque, in quel triangolo che aveva come vertici Costantinopoli, Odessa e Taganrog si consumò dunque, all’inizio dell’800 la nascita e la crescita di importanti sedi dei promotori delle libertà dei popoli, la cui origine in gran parte francese e prettamente borghese, era profondamente legata al mondo della massoneria. La stessa Società Operaia Italiana, che di fatto nacque in Costantinopoli solo nel 1863 (ed il cui nome non deve equivocarsi in una sorta di sindacato di lavoratori essendone aderenti i rappresentanti di quella borghesia artigiana ed imprenditoriale che poteva avere motivo di inserirsi nella difficile società ottomana che era teoricamente alla ricerca di eccellenze in quasi tutti i settori dell’imprenditoria e che quindi, nonostante le evidenze delle vicende guerresche, sopportava per amor di finezza, di ingegno e di beltà, chi, straniero ed infedele, potesse contribuire alla magnificenza del sultanato), offrì la prima presidenza effettiva a Garibaldi (al tempo impegnato in quel d’Aspromonte) e quella onoraria a Mazzini (che non digerì troppo questo second’ordine…), a testimonianza del loro legame con i suddetti personaggi e con il mondo della massoneria italiana, vista la presenza stambuliota del massone Emilio Cipriani, futuro senatore del Regno d’Italia.

Nel maggio 1863, il 28 per l’esattezza, raccogliendo molti degli adepti della Società Operaia ed esuli mazziniani dopo i moti in Italia del 1820-21, nascerà la “Rispettabile Loggia Italiana all’Oriente di Costantinopoli”, ritenuta la prima organizzazione massonica nata sulle sponde del Bosforo. In pieno spirito mazziniano la Società darà inizio ad alcune sottoscrizioni di fondi per la libertà dei popoli, per la Polonia e per il Comitato Triveneto. In questa prospettiva di libertà di appartenere ad una Nazione, rinnegando quindi confini imposti da re e governanti, giungerà poi la risposta di Garibaldi (1871) : “Miei cari amici, arriverà il giorno in cui la famiglia umana non sarà più divisa in tante fazioni tenute nemiche l’una all’altra, dal dispotismo e dal Prete. In quel giorno importerà poco essere nati in Canton Ticino o nell’Istria”.

In questo ambiente dunque, il giovane mozzo e poi capitano Garibaldi apprese i primi rudimenti e le prime conoscenze di quanto stava preparandosi non solo nella sua Italia ma anche in Europa e nel mondo, ovvero la presenza di un segreto quanto largamente diffuso movimento di attivisti che in parte aveva già alimentato focolai di rivolta borghese in nome della libertà e dell’uguaglianza come in Francia e Inghilterra se non abbondantemente spalleggiato vere e proprie rivoluzioni come nella nascente Grecia.

D’altronde, non troppo tempo fa ci eravamo occupati della figura di Vincenzo Giordano Orsini, mazziniano e garibaldino, che durante la repressione dei moti borbonici era stato esule proprio a Costantinopoli, segno evidente che ancor prima della costituzione della Società Operaia Italiana, già risiedeva colà un gruppo organizzato di borghesia di fede massonica e mazziniana.

Il ritorno in Italia nel 1833 sarà portatore delle prime difficoltà. Certo oramai dei propri ideali molto vicini a Mazzini, intraprenderà un’attività sovversiva e di reclutamento contro il Regno di Piemonte che gli costerà una precipitosa fuga ed una latitanza, prima di prendere sotto falso nome, un imbarco per il Brasile dove ad attenderlo vi erano i compagni della locale sezione della Giovine Italia. Là, finalmente, ottenuta una lettera di corsa onde evitare di essere tacciato di pirateria, inizia, finalmente, quel periodo di azione che tanto desideravano oramai i propri ideali acquisiti e frustrati in Europa. Iniziò dunque l’epopea sud-americana: Garibaldi, nemico dell’impero portoghese per definizione, sposò la causa degli stati secessionisti sia in Brasile che, successivamente in Uruguay.

Le sue gesta iniziarono a disegnare quella leggenda che lo accompagnerà durante questo lungo esilio protrattosi fino al 1848. Rientrò dunque in Italia preceduto da onori e fama tali che venne accolto – seppur freddamente – anche dai Savoia i quali, tra l’altro, non ebbero tanto da pensarci sul farne un prezioso, per quanto temporaneo alleato in contro gli austriaci. Le gesta italiane del condottiero si conclusero infine con la capitolazione di Roma da parte francese. Unica concessione che ottenne a misero risarcimento di tanto obiettivo mancato fu il permesso alla ritirata di tutti coloro che avrebbero voluto seguirlo che egli stesso arringò, dicendo: “io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me… non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà”.

Ma la storia non era finita né tanto meno il ruolo dell’eroe, oramai divenuto tale anche al di qua dell’oceano e pertanto ufficialmente l’eroe dei due mondi. Ma lo attendeva un altro esilio. Nel 1849 ancora forti gli austriaci ed i francesi sul territorio italiano (oltre beninteso alla presenza borbonica al sud), le velleità rivoluzionarie di Garibaldi subirono un ulteriore smacco e fu costretto pertanto, nel 1850, ad un nuovo esilio. Via Tangeri partì dunque per gli Stati Uniti dove, a New York, abitò con quell’Antonio Meucci, inventore del telefono (invenzione a lui riconosciuta finalmente nel solo 2002 con una risoluzione approvata dal Congresso degli Stati Uniti d’America) che all’epoca fabbricava candele (la fabbrica oggi è divenuta il Garibaldi-Meucci Museum). L’esilio stavolta divenne occasione inoltre per fare del Garibaldi un vero giramondo: si spostò in Perù dove, nuovamente divenuto capitano di una nave, raggiunse la Cina, le Filippine, l’Australia per fare poi ritorno a Boston. I tempi, siamo alla fine del 1853, erano maturi per il suo rientro sullo scenario italiano dove arriverà l’anno successivo dopo aver incontrato a Londra il Mazzini.

Stavolta, con il contributo un po’ forzato di Cavour, il rapporto con il Piemonte era completamente cambiato: così come il Mazzini troppo distante dalle sponde italiane da solo non aveva più la forza di farsi promotore dell’ultimo e decisivo passo verso l’unità italiana, così i piemontesi, nonostante l’imponente figura di Cavour necessitavano di un uomo sul campo. Chi dunque se non Garibaldi che aveva dimostrato al mondo intero come oltre alla penna fosse necessario saper imbracciare anche la spada ed il fucile? In realtà altri aveva in mente Cavour avendo paura che Garibaldi in realtà mirasse, più che alla Sicilia, a Roma, il cui fallito tentativo di liberazione ancora bruciava nel suo animo.
Fu dunque questa fine degli anni ’50 del 1800, periodo di grande lavoro per attivare ogni risorsa umana attraverso società segrete e non, attingendo a tutti quegli ambienti, soprattutto borghesi, che avevano dimostrato già nelle precedenti guerre d’indipendenza di auspicare fortemente una liberazione dalle residue dominazioni straniere e raccogliere l’intero stivale sotto un’unica bandiera.

Il problema concreto era proprio la scelta della bandiera giusta e, per certo, quella piemontese, pur essendo la più accredita non necessariamente si sarebbe rivelata come la più gradita anche se di necessità fu fatta virtù.
Il 29 settembre 1859 Garibaldi lancia la campagna “Fondo per il milione di fucili”, una sottoscrizione diffusa nelle regioni centro-settentrionali che ebbe un vasto successo; peccato che al momento della partenza da Quarto, i Mille non poterono appropriarsene (nonostante questo ne fosse lo scopo) poiché il governatore di Milano, Massimo D’Azeglio, oramai passato dalle vesti di intellettuale rivoluzionario a quelle di politico, con un presunto sequestro operato per la mancata sicurezza che le armi potessero giungere indenni nelle mani giuste, ne impedì la partenza.

Garibaldi dunque restò in un nord che sempre più si abituava ai salotti ed alle conferenze, l’unico a credere che un intervento armato avrebbe potuto definitivamente riunire un’Italia che, altrimenti, avrebbe potuto perdere l’occasione nei tortuosi corridoi della diplomazia.
 “Qui si fa l’Italia o si muore”. Non aveva altro da aggiungere una volta dimessosi da ogni carica politica, stanco delle chiacchiere. Poteva incorrere soltanto in un errore ch’era quello di valutare se, effettivamente, questo volere fosse il volere del Sud e se, altrettanto, la bandiera sabauda sarebbe stata poi quella giusta da unire al tricolore. Il suo esilio volontario a Caprera alla fine sarà la risposta. Non era la Sicilia il posto adatto dove iniziare.

Come in cuor suo aveva sempre saputo, era da Roma che si sarebbe dovuto cominciare ma era quello un obiettivo troppo difficile che avrebbe alienato i già titubanti favori di Cavour: Roma era sotto la protezione francese e per motivi di opportunità i francesi non avrebbero permesso che capitolasse e pertanto, avrebbero creato una forte opposizione. Fu scelta dunque la Sicilia non tenendo conto che là, nel contrasto con i Borboni era nato e cresciuto un forte movimento indipendentista che non avrebbe visto di buon occhio quello che sarebbe apparso soltanto come un avvicendamento di poteri: da quello spagnolo a quello piemontese. Così infatti fu e Garibaldi si trovò, quasi sin dall’inizio, a dover guerreggiare su due fronti, contro i borbonici e contro gli indipendentisti. Fu una guerra sporca, tutt’altro che ammantata degli onori che la storiografia nazionale ci vuole unicamente riportare.

La questione del sud diventerà una grande spina nel fianco per la neonata Italia sabauda che verrà identificata come un nuovo straniero. Nascerà la triste vicenda dei “briganti”, spesso patrioti indipendentisti che vennero equiparati ai nostalgici dei Borboni e troverà alimento quel capolavoro non solo di letteratura ma anche di romanzo storico che è la Trilogia degli Uzeda di Federico De Roberto il cui secondo romanzo, “I Vicerè”, è un affresco indimenticabile dell’aria vera che si respirava in quei mesi e in quegli anni. Così Garibaldi, passato poi negli anni successivi ad altre guerre in Europa che gli permettessero di coltivare forse quel principio di libertà dei popoli che era rimasto miracolosamente acceso dopo le amare sconfitte subite nel vedere il proprio operato immancabilmente manipolato oltre che già orchestrato in precedenza, da liberatore si è trovato, obtorto collo, l’etichetta ancora tutta da indagare e forse da dilavare di “conquistatore d’Italia”, manipolato dal Cavour, previsto ed avallato dagli inglesi, incoraggiato dai massoni che poi, per lungo tempo rimasero i suoi unici sostenitori.

Usato da tutti, indistintamente, compresa la mafia siciliana che a lui si alleò durante la marcia verso la Calabria. Con buona pace per il Risorgimento Italiano tutto, che meriterebbe una ben più approfondita verità, ad iniziare dai libri di scuola. E rendere infine giustizia popolare a cui che per tutti, indistintamente, ebbe il coraggio di sporcarsi le mani e di metterci la faccia.

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