Perché lo spirito di Amici Miei farebbe bene ai ragazzi di oggi

di Enzo Terzi

Dai fatti tristi, dolorosamente umani come la fine della vita, una volta assimilato il senso della mancanza, giunge la consapevolezza che la morte porta in sé il dono inestimabile della rivisitazione, della rilettura, dell’approccio ad un passato che, spesso, era finito nel cassetto ultimo in fondo, delle cose dimenticate. E tanto più le morti ci sono lontane, tanto più la possibilità che conducano ad una rivisitazione serena del passato accade, privi come siamo di coinvolgimenti emotivi e di dolore. Sono le morti di coloro dei quali abbiamo sentito parlare o che in qualche sorta abbiamo conosciuto o apprezzato per il loro lavoro e con i quali, in fondo, null’altro se non qualche parentesi piacevole è intercorsa. Nonostante questa apparente lontananza in realtà, tramite loro e, per quanto dirlo possa risultare maldestro ma la necrofilia è parte oramai delle curiosità mediatiche, grazie al fatto che la morte li ha riportati all’attenzione, v’è l’occasione di far riemergere da quell’ultimo cassetto, fatti che ci sono appartenuti.

Il 4 settembre ultimo scorso è deceduto Gastone Moschin. Attore di cinema e di televisione nonché di teatro. E nonostante la sua carriera, peraltro importante, probabilmente molti di noi ben poco di lui saprebbero citare se non che fu uno dei protagonisti della saga di “Amici Miei”.

Non ce ne voglia, né ce ne vogliano i suoi estimatori ma è innegabile che la sua popolarità, principalmente, è dovuta all’aver interpretato la figura di quell’architetto Rimbaldo Melandri ch’era uno dei goliardici amici che animarono la popolare trilogia insieme ad Ugo Tognazzi (il conte Mascetti), Adolfo Celi (il prof. Sassaroli), Philippe Noiret (il giornalista Perozzi), Duilio del Prete (Guido Necchi, il barista). Era allora il 1975 e nonostante si fosse a Firenze dove il frizzo ed il lazzo sono di casa da tempo immemorabile, dove certa volgarità parlata assume spesso i toni della lirica perdendone così l’amarezza dell’indecenza, non si trattò tanto di una celebrazione di abitudini campanilistiche, quanto – ecco la potenza della rievocazione – del sipario aperto su un mondo di goliardia e forse di intramontabile fanciullezza che oggi sarebbe unicamente improponibile, o forse solo deprecabile perché l’imperativo è quello di essere adulti: sempre e comunque. Tanto improponibile che addirittura una delle invenzioni di quella trilogia, forse la più celebre, la “supercàzzola” (o supercàzzora come certi pedanti insistono nel voler puntigliosamente indicare), viene oggi mestamente travisata e riportata ad una semantica che non le è assolutamente propria o, quanto meno, indicibilmente lontana dal significato di allora. E poco tempo in fondo è passato, quarant’anni appena. Ma su quella ritorneremo se non altro per una rivalutazione ed un distinguo che appare doveroso.

Era un mondo che rappresentava un clima oggi lontano anni luce, nel quale le differenze regnavano ma non la cattiveria meschina, gratuita e ipocrita che oggi fa da sfiatatoio alla miseria umana che ci circonda. Vorrei aggiungere che forse questo è un fatto fiorentino e non nazionale ma preferisco indurmi a credere che così, almeno allora, non fosse. E la miseria umana di oggi non è la povertà né un corollario della stessa. E’, nell’opulenza oramai decadente del mondo occidentale, soltanto grettezza di chi sente di avere tanti diritti e nessun dovere, o quasi; di chi ha disatteso le proprie aspettative e preferisce annegare l’insoddisfazione nella pervicace ricerca della colpa altrui, emendando se stesso da ogni responsabilità.

Stazione di Firenze. I nostri eroi si schierano accanto ad un treno in partenza e schiaffeggiano gli impotenti passeggeri che al massimo possono reagire con qualche impropero. La gag si conclude con Gastone Moschin, al secolo l’architetto Melandri che dice: “Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?”. Vogliamo fare il conto delle associazioni che oggi sarebbero insorte? Oggi non sarebbe più proponibile una simile battuta, da intendersi quale gesto di divertissement qual’era e non come dura provocazione quale invece risulterebbe. E così via, ogni diversità poteva diventare oggetto di menzione, di sfottò, di scherno addirittura, ma il clima restava quello della innocente goliardia. E si badi bene, diverso non era (al tempo) solo lo straniero, il disabile, il sessualmente non etero, il musulmano o l’ebreo; diverso era anche il povero ed il ricco, il rompiscatole ed il beghino, il pubblico ufficiale, in breve, chiunque fosse degno di essere oggetto di qualche goliardata. In pratica tutti. E questo era lo specchio di quei tempi che a volte mi sembra strano aver vissuto da quanto mi appaiono lontani.

Erano i miei vent’anni e per l’appunto vent’anni fiorentini dove pure, per contro, non mancavano le dispute aspre, violenta era la lotta operaia e studentesca di quegli anni, violenta la contestazione contro il governo di allora. Ma fuori dal contesto del dissidio tra stato e società, v’era la vita di tutti i giorni, dove i problemi e le diversità potevano godere di una tacita tolleranza certamente oggetto di sfottò ma mai di emarginazione.

Certo, questo era un sentire popolare che nei salotti buoni già si diluiva per certi residui di aristocratica schifiltosaggine che tuttavia difficilmente assumeva i modi della diffusa ipocrisia, del radicalismo chic, di quello snobismo che oggi poi, anch’esso degenerato nella banalità del razzismo di provincia, nemmeno sarebbe degno di assurgere alle cronache mentre invece è decuplicato dalle grancasse dei veicoli d’informazione. Del mondo dell’architetto Melandri ben poco pare essere rimasto se specchio del popolar sentire si devono ritenere Facebook e altri simili surrogati di socialità. La goliardia ha fatto perdere le proprie tracce divisa tra i motti cattivi dell’invidia e quelli manovrati della propaganda.

Anche i media che frequentano la cosiddetta “satira”, oramai ne usano solo il filone ad personam, scaraventando sul malcapitato tutto il peggio, utilizzando la volgarità per quello che è, per garantirsi l’attenzione là dove l’argomento è inconsistente. E se anche qualcuno invero pare andarsele a cercare, le battute satiriche diventano ingiurie, insulti, oltraggi. E la cattiveria impera. Senza limite. Ma ce lo immaginiamo anche per invenzione goliardica un titolo di giornale alla stregua di quelli che Noiret, alias Pierozzi il giornalista, proponeva?: “Strage di mondane brutalmente assassinate da bande di finocchi armati. Muoian come le mosche: quattro a Torino, due a Firenze, diciotto in Lombardia! Panico fra i protettori”. Ecco, le parole chiave (come si definiscono oggi) “strage”, “mondane” e “finocchi” sarebbero già capaci di scatenare polemiche presso istituzioni fino all’ONU. Ne resterebbero esclusi i “protettori” oramai declassati oggi a mafiosi falliti e pertanto, praticamente dimenticati.

Pioverebbero su questa sceneggiatura e questo copione tutti gli strali dell’arco politico costituzionale e non, e soprattutto del Consiglio del Gran Giurì Popolare ch’è il mondo (che si crede libero) dei saccenti da salotto, ovvero – ahimè – dei più attivi. Eppure il mondo ancora ben poco conosceva il termine strage se non nel quadro di un conflitto bellico o delle avvisaglie tutte nostrane, cattoliche e romane, del primo terrorismo (Piazza della Loggia, Piazza Fontana).

Questo spirito popolare oramai è deceduto o relegato a circoli di stretta confidenza, lontano anni luce dell’humor imperante, scomparso forse e non rimpiazzato se non da acide virtù e da una congerie di leggi e leggine che si affiancano a tutte quelle migliaia che già esistono senza che il popolo ne abbia compreso il significato sociale ed umano tanto che alla domanda “cui prodest?” si risponde additando unicamente l’inefficienza parlamentare (quelle sì che talvolta sono in odor di “supercàzzola”!).

Si dice che dare adito alla comprensione non è dovere del legislatore il quale rimanda all’intellighenzia accademica e tecnico – specialistica che a sua volta rinvia alle scuole che a loro volta rifilano alle famiglie la mancata crescita morale e sociale della gioventù e quindi impediscono la capacità a comprendere. Ma quest’ultime non ci stanno ad assumersi quel ruolo di genitori = precettori che pertanto hanno delegato alle scuole che a loro volta sono schiave del legislatore la cui incapacità di ascoltare il tecnico-accademico-specialista (pena la figuraccia, spesso), legifera, comunque, perché la famiglia, o meglio, i loro componenti, votando, gliene hanno conferito il potere. E dunque le leggi si fanno ad occasionem, ad intervallum (in politica oltre che l’incomprensibile è tornato di moda pure il latinese) usando porcellum et mattarellum alla bisogna ed alimentando, così, l’epopea ormai secolare della “supercàzzola” sulla quale, così ben introdotti dal panegirico appena concluso, si doveva ritornare per riabilitarne l’amara sorte cui oggi l’hanno relegata.

Ebbene sì la supercàzzola odierna è malamente fraintesa come una stupidaggine (o peggio), fatta da chicchessia, politici in particolare, ovvero la bugia, la menzogna, la promessa regolarmente disattesa pre e post-elettorale. Le solite deviazioni che fanno appello al nome che rimanda alla volgarità vagamente contenuta ma che solo quella ne coglie. Sdoganato il termine dalla popolarità del film e pertanto così frutto d’arte e non di amena volgarità la si adotta sistematicamente al posto di “cazzata” (termine che non si scrive ma sempre più si usa). Così non è. La supercàzzola è frutto d’ingegno, di capacità oratoria e vanta, nei secoli, augusti precedenti.

E’ un panegirico senza senso logico (e molto spesso anche sostanziale) che permette a chi la enuncia di confondere l’ascoltatore, di deviarne l’attenzione dall’oggetto del discutere, di intimorirlo e nel più frequente dei casi, di fargli semplicemente ammettere di non aver ben compreso. E’ il laboratorio letterario su cui si alimentano le opere di non sense o dell’assurdo. E per citare alcuni dei più famosi antecedenti si deve risalire fino al Decamerone (Terza Giornata, Novella Ottava) dove Frate Cipolla si inventa un viaggio surreale per uscire indenne dalla beffa che due giovani gli avevano ordito: “Per la qual cosa messom’io cammino, di Vinegia, partendomi e andandomene per lo Borgo de’ Greci e di quindi per lo reame del Garbo,cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; […]e quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’monti, rivestendo i porci delle lor busecchie,medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e ’l vin nelle sacca: da’ quali alle montagne de’ bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla ’ngiù. E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l’abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio”.

Oppure occorre immergersi nel magnifico Pantagruele di Rabelais, dove i due contendenti al processo che si tiene dinanzi a lui, si destreggiano nel cercare di confondere il giudice: “Signore, è vero che una buona donna della mia casa portava a vendere delle ova al mercato.[…] Ma a proposito passavano tra i due tropici sei bianchi, verso lo zenit e maglia tantoché i monti Rifei avevano avuto quell’anno grande sterilità di frottole causa una sedizione di balle, mossa contro i Baraguini e gli Accursieri, per la ribellione degli Svizzeri che s’erano riuniti fino al numero di tre, sei, nove, dieci per andare all’agucchianuovo, il primo buco dell’anno quando si lascia la minestra ai buoi e la chiave del carbone alle domestiche per dar l’avena ai cani. Tutta la notte non si fece (colla mano sul boccale) che spedire bolle a piedi e bolle a cavallo per trattener le navi, poiché i sarti volevano fare, con scampoli rubati un cerbottáno per coprire il mare oceáno, il quale allora era grosso quanto una pentola di cavoli secondo l’opinione degl’imballatori di fieno; ma i medici dicevano che dalla sua urina non appariva segno evidente…”.

amici1Altri ancora potrebbero essere gli esempi d’autore, come Gioacchino Belli quando dà voce al dottor Gambalunga, “arcifanfano della medicina” che imbonisce la possibile clientela raccontando le sue miracolose cure: “Nelle Indie pastinache un fanciullo di anni tre, di temperamento apoflegmatico e idrocardico, andava soggetto ad un vizio inorganico nel nervo ottico dell’orecchio sinistro. Dopo tre lunazioni dalla prima diagnosi acrostica l’occhio si fece sepolcrale, la cèra cadaverica, il polso durunculo, la respirazione epicerastica, metatetica e pruriginosa: il ventre, splenico e girovago, inclinava al pericardio: insomma tutte le animali funzioni ammutinate e ribelli prorompevano in quel marasmo flogistico che noi, gente dell’arte, chiamiamo tecnicamente pseudoressia bucefalica per pravità d’ipocondrio….”

Lunga sarebbe ancora la lista che voglio concludere citando unicamente Antonio Scialoja che in pieno novecento si dilettava in giochi semantici e di lingua: “Due oche di Ostenda | in guanti e mutande | pedalano in tandem | all’ombra dei dolmen | e in meno di un amen | imboccano un tunnel”, e ancora: “Le notti di luglio | la triglia di scoglio | mi chiede: «La ingoio | una pastiglia Valda | né fredda né calda?»”.

Ecco, la sintesi ed il lascito son questi, quelli di un mondo, accusato di non voler diventare adulto, addirittura di un mondo che aveva in questo giocare la paura della morte. Macché morte: la morte è della vita l’ultimo attimo terreno e niente più. Una contingenza ineluttabile alla quale possiamo scegliere se arrivarci godendo di innocue “supercàzzole” o arrivarci immusoniti, adulti cattivi, pronti a cogliere la malevolenza anche dove non c’è.

Lasciamo qualche volta andare lo spirito a vagabondare e come direbbe Rambaldi/Moschin, facciamo gli zingari: “Ecco, questo vuol dire essere zingari, questa è la zingarata: una partenza senza meta, né scopi. Un’evasione senza programmi che può durare un giorno, due o una settimana. Una volta ricordo durò venti giorni, salvo complicazioni”.

twitter@PrimadiTuttoIta

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