Mimmo, padre di Volare fa 90: la paura non c’entra, solo orgoglio

di Enzo Terzi

Siamo vicini ad uno degli eventi che nella vita ordinaria di uno stato repubblicano e – diciamolo pure – democratico, nel senso greco del termine e non nell’accezione della retorica propagandistica, rappresenta invece, il momento di sintesi, il momento in cui una riflessione si impone, il momento in cui, contenti o meno di coloro che abbiamo messo a governare sino ad oggi (non iniziamo con la solita solfa che ci sono andati per divina intercessione, per favore), ci giriamo d’intorno nel tentativo, se questi sono i nostri desideri, di cambiare. Non entro in merito alle scelte che il panorama odierno può offrire e lascio questo aspetto alla sensibilità di ciascuno, già ho grandi problemi con la mia.

Quello che per certo so è che ci sono riferimenti che si possono fare, paragoni, si possono invocare simboli, personaggi che si rimpiangono, figure alle quali si vorrebbe che i prossimi governanti (ciò quelli che metteremo ancora una volta noi sia votando che non votando)in qualche modo somigliassero. Potrebbero avvicinarsi al nostro simbolo prescelto per carattere, per cultura, per specifica preparazione, per altezza, per ricchezza, per arte oratoria o molto più semplicemente perché in qualche modo ci assomigliano. Ci sono poi i più pervicaci, i più arrabbiati, quelli più delusi o quelli più scontenti che vorrebbero non assomigliassero proprio a nessuno con ciò dichiarando apertamente di non aver nessun simbolo di riferimento. Il nuovo deve avanzare e fare strame di tutto e di tutti, voltare pagina e fare tabula rasa di ogni e qualsiasi riferimento o somiglianza a passate esperienze.

A costoro normalmente piace, invece, più il candidato di altri paesi che vedrebbe, in uno slancio di globalizzazione, ben trapiantato nel Belpaese, capace di portare tutto il bene e per il cui avvento, presupponendo di essere ben informato, gliene attribuisce le taumaturgiche potenzialità. Peccato che costoro dimentichino le contingenze, i caratteri territoriali che ha il mestiere di governare in qualsiasi paese e le leggi che esistono non certo uguali in tutto il mondo. E nemmeno la gente. Perché è la gente che è diversa e per una semplice estensione della legge della reversibilità, inutile pretendere un santo a casa del diavolo e viceversa.

Meglio ricordare, senza grande sforzo tra l’altro, di qualche personaggio che per uno dei più vari motivi che il vivere può offrire (quindi non necessariamente un politico), sia stato nei tempi anche recenti (per tempi recenti accordiamoci sul porre un limite e parliamo dal dopoguerra in poi, giusto per amor di ordine) un simbolo. Ma non un simbolo avvertito singolarmente, ma un simbolo di quelli popolarmente condivisi, di quelli che hanno mosso le moltitudini con il loro lavoro, di quelli su cui gli apprezzamenti hanno da sempre quasi rasentato l’unanimità.

Ebbene, così come in tutti gli altri paesi, anche l’Italia non difetta di “priorità nazionali” ed è quindi in quegli amabili universi che andremo a trovare l’emblema che faccia al caso nostro. In realtà la scelta tra i mondi ove trovare il nostro rappresentante non è eccessivamente complicata: messo da parte il calcio che potrebbe anche riservarci brutte sorprese visto che l’unità la si ritrova unicamente negli appuntamenti della nazionale, trascorrendo il resto dei mesi e degli anni ad inseguirsi dietro campanilistiche graduatorie in base alle quali le gesta nazionali di un atleta diventano, una volta rivestita la maglia della squadra di appartenenza, molto spesso delle casualità inspiegabili in mezzo ad una moltitudine di opache prestazioni, possiamo appellarci unicamente al mondo dello spettacolo. Molti potrebbero essere invero i mondi da esplorare oltre questo ma, cultura in testa, quasi tutti diventano, ai più, misteriosamente o notoriamente sconosciuti, pesanti da digerire, difficili da interpretare. Cosa dunque di meglio dell’artista nazionale sul quale “far convergere” (come ci impone il corretto politichese d’obbligo in questa indagine pre-elettorale), il gradimento unanime o quanto meno di una “ampia maggioranza”?

Stabilita dunque l’urna dalla quale estrarre il nome del prescelto qui l’estrazione si fa difficile. All’universo dello spettacolo appartengono arti varie, tante quante sono le Muse almeno ed anche qualcuna in più visto che, ad esempio, ai tempi del cinema, tali madrine erano oramai passate di moda. Certo perché nel cinema potrebbe essere degno di rivestire la carica l’Albertone, nei secoli Alberto Sordi. Ma anche qui le piccole regionali correnti del dissenso non mancano: chi lo vede troppo romano, chi lo trova un poco sguaiato e caricaturale, chi non ne condivide infine – specie oggi ai tempi di facebook con il mondo abituato a fotografare e fotografarsi ogni quando e in ogni dove – quella certa riservatezza che in definitiva aveva ammantato la sua vita terrena. Ed è un peccato, forse perché l’intesa sembrava istintivamente raggiunta, il quorum superato e l’elezione fatta. Invece i franchi tiratori, i falchi camuffati, hanno reso nulla la votazione. Fumata nera. Ma le arti non mancano ed ecco far capolino, frutto di un duro lavoro notturno tra i partiti (quelli presi e non) il nome, anch’esso di primo livello, di Vittorio De Sica, regista stavolta, ma più signorile, di ben altra estrazione, interprete fra i maggiori, con Fellini ahimè scartato perché troppo sognatore, di quel cinema realista e post-realista che era divenuto per tutti, lo specchio di ciò che eravamo, di ciò che agognavamo.

Niente da fare neanche stavolta: un giornale di parte rivela l’indole eccessivamente casareccia del figlio che anzi, incedendo a qualche licenziosità sia nel linguaggio che nelle vicende pellicolari, ha deturpato l’aristocratica semplicità che aveva contraddistinto l’ascesa del padre capace di far convergere intorno a sé fino all’ultimo giorno le preferenze dell’elettorato di buona parte della penisola. Altra fumata nera dunque e poi, recenti vicende ci hanno fatto capire come non siano di moda oggi i figli che intaccano le virtù paterne, bensì il contrario, pertanto vi è quasi un sospetto di incostituzionalità nelle gesta del rampollo De Sica, o quanto meno di politicamente orami da considerarsi scorretto.

Non disperiamo pur essendo oramai alla terza votazione, incapaci o quasi di intravedere un qualsiasi altro nome possibile tra quelli inizialmente reputati largamente eleggibili se non andando a recuperare qualche fuori concorso nel mondo del canto.

La parola d’ordine dunque è quella, oramai tipica di tali frangenti, delle “larghe intese” che poi in fondo è quello che auspicavamo sin dall’inizio ma che, a corsa iniziata, ha il sapore non della coordinazione democratica (sempre nel senso greco) ma di una scoperta fulminante, improvvisa, che odora un poco di minestrone ed un poco di polpettone che notoriamente sono piatti tipici di quando nel frigo spesso restano avanzi e rimasugli settimanali che non si sa mai in virtù di quale senso di colpa, esitiamo a gettare. Non certo per parsimonia o culturale senso del rispetto, giacché da ricchi quali siamo, optiamo per il consumo sfrenato e l’obsolescenza programmata (infatti molti cibi confezionati che figurano scaduti, si possono tranquillamente acquistare ed ingerire anche un mese dopo tale data). Sull’onda dunque delle larghe intese ci approcciamo al mondo della canzone anche se il canto in effetti potrebbe riportarci a tenorili vibrazioni, a sopranici acuti ma si sa, quelli son per palati fini. E più in particolare è alla canzone che attribuiamo tutti i requisiti per rappresentare i popolari ardori, le orecchiabili melodie e, fuor d’ironia, il mondo dei sogni.

Le gioie più elevate son da tutti auspicate, i dolori più profondi sempre da tutti, almeno una volta sofferti. Qualsiasi verso e rima dunque non fanno che incedere nell’animo nostro comune e personale spolverando ora un ricordo, ora un desiderio. Ma si fa presto a parlare di larghe intese: in epoche dove oramai i sessi non si contano più, già una distinzione tra uomo o donna risulta riduttiva e poi c’è l’età, importante nel momento in cui sui social network (sempre quelli) non fanno che fiorire gruppi del tipo “noi degli anni ‘90”, “noi degli anni’80”, “noi degli anni ‘60” (quelli degli anni ’50 hanno avuto infine un leggero senso di vergogna e si sono, pare, esentati), senza parlare poi delle origini geografiche , argomento questo per il quale ogni comune della penisola vanta almeno un gruppo tipo “Se sei di Casalpusterlengo” oppure “se sei di Gela”, senza mai specificare cosa succede se effettivamente appartieni a questo insieme demografico. E’ di tutta evidenza che per le grandi città il lavoro si è ulteriormente complicato perché orami dilagano i gruppi di quartiere con la propria autonomia, accesso riservato e pedigree da presentare all’atto dell’iscrizione. In questa frantumazione degli aventi diritto al voto, difficile individuare un beniamino, un simbolo attorno al quale raccogliere le “risorse”, sul quale “convergere” (sì anche in questo caso non si va dritti per la propria strada ma si converge). Fortuna vuole che in aiuto ci venga la matematica, quella vera intendo e per non sbagliarsi aggiungo NON la statistica troppo soggetta più che a certezze, ad interpretazioni. E qui occorre ricordare la vecchia e famosa statistica in base alla quale si afferma che in Italia si consumano 14 polli all’anno a testa. In realtà lor signori hanno diviso il numero dei polli ingeriti per il numero delle teste risultanti all’ultimo censimento: nessuno poi ci ha specificato che c’è chi di polli ne ha mangiati 28 e chi non ne ha visto neanche la cresta. Torniamo alla matematica dunque ed affidiamoci ai massimi comun divisori ed alle poche e chiare leggi sugli insiemi.

Troviamo dunque un personaggio, di qualsiasi sesso, di qualsiasi provenienza geografica, che abbia attraversato una buona fetta della nostra storia post-bellica tanto da avere i requisiti del simbolo, che sia stato conosciuto, apprezzato e soprattutto canticchiato almeno cento volte da ciascuno di noi. Beh questi parametri già riducono il numero degli eleggibili a poche unità. Ahimè ne patiranno personaggi come Mina i cui acuti dubito che molti di voi li abbiano anche solamente tentati per più di una volta, se ne va Claudio Villa, cantore da arena la cui sola imitazione avrebbe richiesto i polmoni di Majorca, se ne va pure Morandi, troppe “s” sibilianti e romagnole ed è un peccato perché era carino. Non mi si parli infine dei cantautori che dal troppo impegnato si muovono verso il radical-chic o il depressivo, anche se qui qualche deroga si potrebbe fare ma come dire … la si butterebbe in politica, mentre il nostro candidato non deve far trasparire nessuna appartenenza.

E poi la persona, ancor prima del personaggio, deve vantare un passato da italiano reduce del dopoguerra, uno di quelli che si è fatto con le unghie e con i denti, che riesca ad incarnare i sentimenti di De Amicis, la fantasia di Collodi e l’amaro realismo pirandelliano.

La nuova votazione, ben oltre le speranze dell’attesa, facendo fare la solita figura barbina a tutti i più sofisticati exit-poll, proclama l’eletto a simbolo: Domenico Modugno.

Quanto alle caratteristiche della persona e del personaggio penseremo poi, resta invece un’altra domanda: simbolo di cosa? Simbolo dei sentimenti, dei sogni, delle speranze e della vita reale di almeno tre generazioni d’italiani. I motivi sono chiari: l’amara realtà pirandelliana è racchiusa tutta nella sua infanzia in quel di Polignano a Mare che certo, all’epoca, non poteva considerarsi Sant Tropez, così dicasi del ceto sociale della famiglia che non aveva pretesa alcuna tant’è che gli è toccato emigrare (al tempo andare a Torino è come figurarsi un pakistano che sbarca in Italia); da tanta realtà non possono che ispirarsi i migliori sentimenti deamicisiani, non sdolcinati fino a quel punto ma certo pieni di tutta la nostra più compassionevole ammirazione e poi la fantasia: voleva volare! E dove? Nel blu, dipinto di blu che disgraziatamente il suo paroliere di allora, Franco Migliacci, ebbe la malaugurata idea – doveva a quel tempo cercare di darsi un tono – di dire che tale immagine era scaturita pensando ad un quadro di Chagall. E anche questa se non è fantasia ….., non so perché ma preferisco pensare al volare nel blu dipinto di blu come ad un anelito di libertà, di fuga nel sogno, di speranza in fondo, che credo più si attaglino a Modugno che certo non intendeva darci una lezione di storia dell’arte sull’interpretazione dei quadri. Insomma, molto manzonianamente così come qualcuno girò dall’alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno, così Modugno dalla incertezza della vita senza grandi aspettative a Polignano, sopravvivendo di lavoretti vari e artigliandosi al proprio talento è riuscito. Torino e poi Roma e poi ancora Polignano e di nuovo, caparbiamente Roma, fino al successo ch’era suo, poi della sua famiglia, poi di Polignano ed infine ce ne siamo tutti appropriati, senza invidia. Non v’era privilegio rubato o non guadagnato nel suo successo. Non v’erano né accordi di partito né alleanze trasversali. Ci ha conquistato e ce lo siamo cantato scegliendo a seconda dell’umore ora “Volare”, ora “la lontananza”, ora “l’uomo in frack” o ancora “Addio ..Addio” e tante altre ancora. Si alza il presidente in Parlamento e convalida le elezioni.

Il risultato, per una volta è limpido e non esistono versioni ad hoc fatte da chi ha mezzo perso e chi ha mezzo vinto. Il programma è quello di fermarsi un attimo, riflettere, ricordare anche se questo comporta fatica, come se fermarsi equivalga a sentirsi perduto. Ma di questa grande moltitudine che è essere un popolo, talvolta, anzi, troppo spesso, parlando si ha l’impressione che a “convergere” , come Modugno ancora una volta ci cantò, “siamo rimasti in tre, tre somari e tre briganti .. solo tre”. Tre briganti certo che tutti d’istinto indicherebbero nei soliti noti non fanno che accompagnarsi a tre somari, unici al mondo a poterli accompagnare. A voi la scelta. A ciascuno di voi la scelta del ruolo che preferisce. La verità ebbe ad esprimerla un non candidato, scartato subito per la troppa ingombrante sincerità nell’esporre il proprio programma elettorale, Eugenio Montale: “codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

twitter@PrimadituttoIta

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