Detenuti italiani nel mondo: ecco la nuova battaglia del Ctim

di Francesco De Palo

Ci sono gli italiani all’estero, le comunità che hanno tanto a cuore il made in Italy, le Camere di Commercio italiane nel mondo, le mille e più associazioni che svolgono il delicato ruolo di “filo e ago” tra terra di origine e nuovi mondi. E poi ci sono i detenuti italiani all’estero.

Sì, ci sono anche loro nei cinque continenti, troppo spesso ospiti di strutture carcerarie deficitarie da un punto di vista sanitario, igienico, sociale. Sono i dimenticati da tutti, raramente oggetto di visite istituzionali, di impegni elettorali o di strette di mano. Ma non sono individui di serie B, per questa ragione andrebbero censiti, monitorati e ascoltati.

Tutti sanno (ma in molti fanno finta di non sapere) che vi sono luoghi nel mondo dove i diritti sono una chimera, dove le condizioni civili basilari rappresentano un lusso per pochi, dove la dignità della persona è un elemento assolutamente secondario.

Accanto a questo quadro, ecco le difficoltà che il comparto diplomatico-consolare italiano attraversa, con i ripetuti tagli figli della spending review, con chiusure di sedi e personale ridotto all’osso. Va bene il risparmio e il no agli sprechi, ma mai deve sfociare in disservizi e presìdi lasciati scoperti.

Ecco, una delle battaglie che il Ctim, fresco di mezzo secolo di vita, potrebbe intestarsi per il futuro è proprio questa: censire i detenuti italiani nel mondo, valutarne lo stato e le condizioni di detenzione, stimolando i Paesi “ospitanti” a garantire condizioni umane ed edificanti.

Una battaglia di civilà, da portare avanti a testa alta e con determinazione, proprio quando su media e social vanno tanto di moda le campagne, dignitose e legittime intendiamoci, per aninali abbandonati o per quelli da non consumare sulle tavole pasquali. Ma prima forse varrebbe la pena di guardare agli individui.

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