I pericoli del Green new deal, tra moda del momento e gretismo

di Ferrante De Benedictis

Quando si parla di ambiente, non si dovrebbe avere alcun dubbio da che parte stare, dalla parte della difesa della nostra casa comune. Ma sempre più spesso assistiamo a feroci dispute tra gli “ambientalisti” ed i governanti, tra i sostenitori di una teoria catastrofistica e coloro che denunciano un clima di paura e di falso allarmismo, e la cosa ancor più stupefacente è che in entrambi i gruppi sono presenti decine di scienziati che con argomentazioni varie portano avanti le loro tesi.

Chiaro è, come suggerivano i latini, che la verità sta nel mezzo, non possiamo certamente negare che un problema ambientale esiste, ma neanche immaginare che da qui a breve il mondo stia per esplodere, perché si sa quando si passa alla paura ed alla fase di pericolo imminente gli interessi economici in gioco crescono, trasformando come spesso succede l’ambientalismo in un grosso business, “green new deal” un misto tra moda del momento ed un gigantesco business nel quale tuffarsi.

La conseguenza di tutto ciò è quella di proporre misure dal carattere estemporaneo, più di facciata che di sostanza appunto, invece non ci sarebbe argomento più serio del tema ambientale ed ecologico da affrontare in modo rigoroso e con una visione di medio-lungo termine.

Una visione che deve per forza di cose rivedere innanzitutto il problema da un punto di vista antropologico, questo inteso come rapporto dell’uomo con se stesso, con i suoi simili e con la natura.

Ad essere in crisi non è la natura come entità separata dal resto, ma la natura vista come sistema olistico dove l’uomo ne è parte integrante. Aldo Leopold considerato un pioniere dell’ambientalismo affermava: “Noi abusiamo della terra perché la consideriamo come una merce che ci appartiene. È solo quando vediamo la terra come una comunità a cui appartenere, che iniziamo a trattarla con amore e rispetto”.Ecco che la questione ambientale, naturalista o ecologista che dir si voglia non può prescindere dal recupero del concetto di comunità, è solo all’interno della comunità che si può salvaguardare l’integrità della natura, solo riconoscendosi in un territorio dove l’uomo diventa garante e custode dell’ambiente che possiamo trovare soluzioni efficaci.

L’errore che si dovrebbe evitare è quello di retrocedere l’uomo a livello degli altri esseri viventi, l’uomo ha ereditato dai padri non la terra ma la sua custodia e così nostro dovere salvaguardarla e tramandarla alle future generazioni. Il concetto che invece emerge oggi è il mettere in forte discussione la supremazia dell’uomo sugli altri esseri viventi e cosa ancora peggiore assistere ad una umanizzazione del mondo animale e un’animalizzazione dell’umanità.

Negli ultimi mesi la scena è stata prepotentemente occupata da una giovanissima attivista svedese Greta Thunberg, ragazzina animata delle migliori intenzioni, ma il cui timore è che dietro vi possa essere una potentissima macchina del consenso.

Perché il dubbio che Greta possa essere il potente megafono di grossi interessi? Certamente stupiscono le modalità e le tempistiche che hanno consentito ad una perfetta sconosciuta di diventare il simbolo della rivoluzione green, inoltre i temi trattati sono quelli di un apocalittico allarmismo che desta moltissime perplessità anche tra gli scienziati moderati.

La terra non sta bruciando e lo dimostrano i numeri, lo dimostra come in Europa dopo secoli di disboscamento le foreste crescono, lo stato di salute dei nostri fiumi è notevolmente migliorato rispetto a qualche decennio fa e la qualità delle acque del nostro mediterraneo certamente cresciuta.

Anche in Italia le foreste crescono, negli ultimi 30 anni la superficie forestale italiana è passata dal 26% al 32%, e anche su questo un attento naturalista potrebbe obiettare che l’abbandono delle campagne, la diminuzione delle attività agro-pastorali lasciano certamente spazio a incolte foreste, aumentando il numero degli ungulati, il cui aumento accelera il fenomeno dell’abbandono delle aree montane.

Se da un lato la natura si riprende i suoi spazi dall’altro la cultura contadina rischia di scomparire, qualcuno si è forse posto questo problema? Ma cosa oggi preoccupa realmente gli scienziati di mezzo mondo? Senza alcun dubbio l’aumento della temperatura media della terra, ossia il cosi detto “Global warming“ il quale avrebbe conseguenze pesantissime sui cambiamenti climatici. Da cosa dipende il riscaldamento globale? La causa è nell’aumento della concentrazione nell’atmosfera terrestre dei gas serra, CO2 in testa.

Guardando i numeri ci rendiamo subito conto che l’Europa e i Paesi più industrializzati hanno fortemente ridotto tali emissioni ed anche la Cina segna un promettente trend negativo.

Cosa si può e si deve dunque fare per evitare che la nostra terra collassi di fronte un aumento della sua temperatura non dovuto a fenomeni naturali, infatti la temperatura media della terra vede continue oscillazioni in archi temporali più o meno lunghi, piccole ere glaciali, l’optimun climatico del medioevo, il periodo caldo romano e così via, con una differenza: in questi casi si sono registrate oscillazioni contenute e in tempi lunghi, queste erano certamente scollegate da fattori antropici ma dipendevano da variazioni dell’attività solare (eruzioni solari, macchie solari) o da variazioni dell’assetto orbitale della terra.

Quanto osservato invece nell’ultimo secolo rappresenta un aumento della temperatura del tutto anomalo rispetto allo storico precedente, e questo secondo molti sarebbe da imputare all’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera, causa principale dell’effetto serra.

Non possiamo affermare con certezza matematica che la sola CO2 abbia contribuito ad un aumento così considerevole della temperatura del globo, ma di certo rappresenta una concausa non secondaria. La questione tuttora aperta è di come frenare tale aumento e le cui principali cause sono il consumo di combustibili fossili legati sia alla produzione di energia, che al trasporto terrestre, aereo e navale.

Se fin qui siamo tutti o quasi d’accordo, è nelle misure da adottare che si aprono diverse scuole di pensiero molto spesso in totale antitesi, una di queste vede nella decrescita felice l’unica strada possibile, un’altra quella del green deal prospetta un futuro “fossil free” libero dagli idrocarburi, e poi vi è una strada di maggiore coerenza e realismo che osserva come occorrerebbe in primis avere un progetto a lungo termine che veda in una progressiva sostituzione degli impianti tradizionali con impianti a minore impatto ambientale ed a ridotto consumo di risorse accompagnato con un profondo cambiamento culturale la strada maestra.

Ed è così che potrebbe risultare vincente e virtuoso puntare sul mix delle fonti energetiche e su tecnologie via via meno impattanti, riduzione e controllo delle emissioni, migliore sfruttamento delle energie rinnovabili, politiche di risparmio energetico da affiancare ad una revisione del modello di consumo.

Al contrario di quanto il buon senso suggerirebbe il capopolitico del M5S è con con mirabolanti parole che al termine dalle consultazioni per la formazione del nuovo Governo, lanciava alla sfida della nuova era green, affermando che è obiettivo primario del nuovo Governo arrivare al 100% di produzione da energia rinnovabile. Capirete bene che tale affermazione rappresenta un vuoto e demagogico slogan, che induce il sospetto che un reale e concreto approccio alle politiche ambientali ed energetiche non lo si voglia mettere in campo.

Le cose stanno in questi termini nel 2017 la quota di energia elettrica prodotta da energie rinnovabili ammontava al 18% del totale dei consumi elettrici, questo grazie ad anni di pesanti politiche di incentivazione che hanno comportato cospicue iniezioni di denaro pubblico che pesano oggi non poco sulla bolletta energetica delle famiglie e delle aziende con conseguenze non secondarie sulla loro competitività in un mercato globale.

Torniamo adesso al tema generale quello della difesa dell’ambiente, tema che non può certo prescindere dalle questioni energetiche prima accennate, ma che ancor prima necessita un serio ripensamento del rapporto uomo natura così da un rinsaldare un antico legame.

Il legame tra uomo e natura non può prescindere dalla riscoperta di valori legati alla terra, alla propria casa, alla propria Patria; conservare vuol dire innanzitutto conservare memoria e tradizioni evitando una pericolosa deriva globalista, pertanto più che parlare di green new deal bisognerebbe parlare di riscoperta di un antico patto tra uomo e natura.

Marcello Veneziani in modo tanto provocatorio quanto efficace, in un suo articolo sul caso Greta apparso su La Verità di qualche settimana fa, sosteneva che il punto dal quale partire non è chi salverà la natura ma chi salverà l’uomo, infatti oggi l’uomo è vittima di un progressivo ed inesorabile imbarbarimento culturale che si traduce in un crescente individualismo, e potrebbe apparire un ossimoro ma proprio l’individualismo inaridendo la spiritualità dell’essere umano ha come conseguenza la morte dell’individuo stesso.

E tutto ciò cosa ha a che vedere con l’ambiente? La risposta è molto semplice la natura non si salva se non si salva l’uomo, ed una seria battaglia ambientalista ha l’obbligo di riconsiderare la centralità dell’uomo, uomo come custode ed allo stesso tempo parte integrante della grande comunità chiamata terra.

twitter@PrimadituttoIta

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