Cittadini del mondo o del morbo? Il frutto del globalismo

di Claudio Antonelli

In Italia, la chiusura dei bar ha comportato il blocco delle macchinette mangiasoldi (“slot machines”) e la paralisi del gratta e vinci; attività ricreativa particolarmente cara, quest’ultima, ai nostri pensionati. Messo da parte il Lotto, gioco antico che fa parte di una nostra tradizione ma i cui botteghini rimangono per il momento chiusi, io vorrei tanto che l’interdizione di questi giochi fosse permanente. Trovo infatti osceno lo spettacolo di questi italiani – ed immigrati – che nei bar della penisola interagiscono come zombie con i simboli della propria nullità, ossia con le icone colorate da far appaiare nel verso giusto nelle macchinette mangiasoldi o da far emergere grattando sulle schede del “gratta e vinci”.

Non so se sia un cambiamento permanente dettato dal crudo realismo imposto dal coronavirus, ma le previsioni del tempo in TV non le vedo più fare da un appartenente alle forze armate bensì da un semplice presentatore. I militari e specie i top gun dell’aereonautica dovrebbero dedicarsi a cose più serie soprattutto in tempi di virus. In Italia l’hanno forse capito. Ma è occorsa questa drammatica emergenza.

Ai nostri giorni, quando sul web masse di esibizionisti si tolgono anche le mutande mettendo ben in evidenza, oltre alle pudenda, il loro sgangherato volto trasudante soddisfazione esibizionistica, il mettersi la maschera è divenuto un obbligo sociale sancito da una pappardella di decreti. Non solo, ma all’epoca degli insulti urlati è doveroso ormai trattare il prossimo con i guanti. Tutti noi sappiamo che è imperativo rispettare le distanze sociali. Un merito del coronavirus è di aver introdotto, noblesse oblige, un galateo linguistico: mantenere le distanze sociali, trattare il prossimo con i guanti.

La storia dell’umanità è una gigantesca via crucis: carestie, guerre, dittature, epidemie. Ma il coronavirus è solo in apparenza uguale alle altre calamità. A questo virus spetta di diritto la corona. Infatti, ha un effetto secondario che nessun’altra calamità ha mai comportato: l’annullamento, l’abolizione, la scomparsa dell’altrove.

Io non riesco a non essere sentimentale trattando il tema della nostalgia dei luoghi cari alla nostra memoria e del fascino dei luoghi idealizzati. L’altrove geografico nei momenti più duri ha sempre arrecato conforto all’essere umano. Il prigioniero pensa alla sua dimora. All’esiliato arreca conforto l’immaginarsi nelle strade dell’amato luogo lasciato. L’isola d’Ischia esercita su di me un forte richiamo. E ancora di più Amalfi, dove da ragazzo trascorsi una lunga magica vacanza che mai dimenticherò. Immaginarmi in quei luoghi mi arrecherebbe conforto, oggi che mi trovo in isolamento nel mio domicilio a Montréal, a due passi dall’Ospedale Ebraico e non distante dal cimitero di Côte-des-neiges. Che sento sempre più vicino.

Il pensiero di ritrovarci in una delle meravigliose località in cui abbiamo vissuto, o trascorso del tempo anche se solo da turisti, ci darebbe oggi il conforto dell’Altrove, eterno rifugio delle anime in pena. E noi siamo delle anime in pena. Ma il coronavirus ha messo fine a queste fantasie geografiche perché il morbo imperversa ovunque. Non vi è confine che non abbia superato, non vi è una località che abbia risparmiato, non vi sono paesi, né angoli di terra in cui il coronavirus non sia presente. Il morbo è mondiale.

C’era da aspettarselo. Il globalismo che faceva sbavare di piacere i nostri cittadini del mondo, amanti dello spaghetto al dente ma ardenti sostenitori del superamento di frontiere, muri, portoni, cancelli, ha prodotto il suo frutto perfetto: un virus planetario che ha fatto degli aspiranti cittadini del mondo, dei cittadini invece del morbo; ormai privati persino delle fantasie care ai confinati, ai prigionieri, ai segregati. Ma cosa volete, il coronavirus ha infettato il luogo in cui viviamo. E anche il magico altrove.

@PrimadiTuttoIta

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