Italiani all’estero, vi spiego chi ignora le nostre esigenze

Caro Direttore,

Il vero disastro dei servizi consolari sono i parlamentari eletti all’estero, i Comites, il CGIE, i Consoli e gli Ambasciatori. È vero, i servizi consolari sono diventati un problema per gli italiani all’estero, ma il vero problema è rappresentato dai parlamentari della Circoscrizione estero, insieme ai Comites, al CGIE e alla maggior parte di Consoli e Ambasciatori non idonei al ruolo che ricoprono.

Il dramma dei servizi consolari, bisogna riconoscerlo, è esploso in maniera devastante, a causa del coronavirus, ma la situazione non era rosea nemmeno precedentemente. Leggere adesso che gli eletti all’estero di area PD e IV improvvisamente si sono svegliati dal lungo letargo in cui erano assopiti e di colpo hanno iniziato a gridare ai quattro venti che c’è una situazione insostenibile nelle maggior parte dei Consolati, in particolar modo a Londra, per il rilascio di un passaporto o di una carta d’identità è inaccettabile, è a dir poco una presa per i fondelli ai tanti connazionali che vivono oltre confine.

C’è da chiedersi, ma dove eravate finora? Di cosa vi siete occupati dall’inizio del vostro mandato, cioè da circa tre anni? La risposta è una sola, del nulla assoluto. E ora davanti al fatto compiuto, conseguenza del vostro dolce far niente, ma profumatamente retribuiti, vi siete resi conto che ci troviamo di fronte a una catastrofe.

Vergognatevi e dimettetevi insieme a Consoli, Ambasciatori e a quegli inutili presidenti dei Comites e membri del CGIE, sempre con le dovute eccezioni, che da quasi trenta anni rappresentano la collettività italiana, senza essersi mai occupati, in maniera costruttiva delle vere problematiche della grande comunità italiana, come per esempio dei servizi consolari.

A tale proposito, ricordo che della suddetta disorganizzazione e del modello Zurigo ne ho dato notizia più volte in passato: chissà dove erano i parlamentari del PD e IV, ma anche della Lega, di Forza Italia, del MAIE ed ex M5S, che ora si lamentano.

Gerardo Petta

Caro Petta,

prendo atto di tale denuncia, provando a darne il sufficiente spazio, aggiungendo due considerazioni, di merito e di metodo. La situazione in cui versano gli italiani all’estero è gravissima, per una serie di responsabilità oggettive, ma serve trovare soluzioni e non urlare alla luna contro tutti. 

Partiamo dall’organizzazione consolare: ha ragione quando cita l’esempio inglese di cui abbiamo dato ampia diffusione su queste colonne. Molti sono stati i connazionali che da Londra, anche prima dell’emergenza pandemica, segnalavano tempi biblici per ricevere documenti necessari come passaporti. Un fatto grave, su cui mi auguro che i vertici della Farnesina facciano i necessari approfondimenti. Così come è auspicabile che la stessa diplomazia compia un passo in avanti da un punto di vista culturale. Interessante è lo spunto che proviene in questo senso dal pamphlet dell’Ambasciatore Marco Alberti, intitolato Open Diplomacy per i tipi della Rubbettino. Pagine costruttive in cui si prova a indicare la strada ai nuovi presidi dell’Italia nel mondo, consigliando modi e teste di lavoro poggiate su basi più moderne e multilaterali. 

In secondo luogo osservo che, anche se poco pubblicizzato, il lavoro del CGIE è importante e non va confuso nel mare magnum di responsabilità: spesso da quelle commissioni partono spunti tematici significativi che possono rappresentare uno stimolo all’inner circle chiamato poi a decidere. Più di questo il CGIE non può fare, mentre invece può molto il Ministero in quanto tale (Ministro e Segretario Generale). 

L’invito quindi è di perseverare nelle denunce e nelle osservazioni sulle deficienze, con un’accortezza: oggi, più di ieri, ci sono media, social e canali vari. Usateli per chiedere conto ai parlamentari eletti del loro operato. (fdp)

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