Le due nuove province degli italiani all’estero per capire dove vanno i nostri connazionali

di Stanislao Felice

L’approccio agli elettori esteri deve ormai porci nell’ottica che esiste una XXI regione e al suo interno vi sono due province: gli Italiani residenti nell’Unione Europea e quelli residenti al di fuori. 

Questa schematizzazione è da anteporre ad ogni altra considerazione, perché le esigenze, i diritti, i doveri ed il rapporto anche con le istituzioni di rappresentanza italiana cambiano notevolmente. Degli oltre 5milioni di italiani all’estero, oltre 2,2 milioni sono residenti nella UE e per questi il censimento e le verifiche sulla reale domiciliazione sono possibili al 100% tramite gli uffici elettorali dei Paesi membri perché ricordiamoci che un cittadino UE vota per le amministrative nel Paese dove risiede ed in più può optare, alla richiesta di residenza, per votare gli europarlamentari nel Paese di residenza. A questi si aggiungono quelli che acquisiscono il diritto della doppia cittadinanza e possono votare anche alle politiche nel Paese ospitante (gli elenchi degli elettori sono in molti paesi recuperabili ufficialmente addirittura on line).  Una proposta possibile ed un’analisi puntuale delle soluzioni e dei problemi potrebbe essere così, sommariamente, elencata.

I collegi esteri devono essere quindi 2, di base, uno per i residenti nei 27 paesi membri (oltre ai 17 territori ricompresi quali Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Saint-Martin, etc.) e uno per tutti gli altri Paesi. 

Per ridurre i rischi di corruzione, ma anche per una questione razionale, per l’estero va introdotto il listino bloccato legato ai partiti nazionali che di fatto si assumono anche una responsabilità di verifica e controllo morale. Per il listino varrebbero le soglie già previste che sono: 3% a livello nazionale per i singoli partiti e liste e il 10% a livello nazionale per le coalizioni.

Una peculiarità dei candidabili: essere iscritti AIRE, come prevede la norma per qualsiasi cittadino italiano all’estero, e residente estero quindi da almeno 12 mesi.

Voto Elettronico possibile ma non praticabile per le difficoltà ancora oggettive nella diffusione dello SPID all’estero anche perché ci sono delle incongruenze nella procedura con la richiesta di documenti non ottenibili per i residenti esteri di lungo corso (per esempio il tesserino del codice fiscale nel formato congiunto con la tessera sanitaria) e andrebbe in questo caso dato a consolati e ambasciate un lavoro di certificazione sproporzionato per la frammentazione di questi uffici e per l’esiguità di personale che non può nemmeno essere rimpinguato con personale straniero, anche per la delicatezza della procedura nel suo complesso.

L’introduzione del “voto inverso” allunga le procedure ed il carico di lavoro oltre ai costi: una adeguata campagna di informazione ed una richiesta che di fatto già viola la riservatezza del voto, come avvenuto per i COMITES, le persone che hanno chiesto di votare sono state letteralmente tempestate di richieste oltre ad aver palesato di fatto già le reti relazionali di voto violando la segretezza di fatto dell’intenzione di voto. Ma cosa più importante si andrebbe a creare una campagna elettorale prima dell’indizione dei comizi elettorali oltre a dover di fatto anticipare l’eventuale raccolta delle firme per la presentazione delle liste il che crea una asincronia con le elezioni nazionali.

Proseguire con il voto postale è possibile ma con delle modifiche alla procedura attuale: innanzitutto la stampa centralizzata, in Italia, con schede serializzate (con codice a barre e olografate al solo fine di controllare l’autenticità senza alcun collegamento al nominativo) con codice “Paese” e pre imbustate ed etichettate in Italia presso le stamperie del Poligrafico e poi inoltrate alle sedi delle Ambasciate/Consolati solo per la postalizzazione. Questo ridurrebbe il rischio di contraffazione (l’olografia è una tecnica onerosa da replicare) tutto questo unitamente ad una reintroduzione normativa che rende il cittadino responsabile e proattivo nel controllo della scheda e nel recupero della stessa riducendo drasticamente TUTTE le anomalie riscontrate ad oggi.

Collegato al precedente punto va reintrodotto per l’estero il D.P.R. n.361/1957, che fu parzialmente abrogato a seguito dell’introduzione della Legge n.277/1993, e migliorato nel suo impianto agendo in due modi differenti: per i cittadini emigranti di prima generazione (nati quindi in Italia e poi trasferiti all’etero) comporta un sanzione “morale” come era già nel DPR 361/1957; per chi richiede la cittadinanza ed è seconda generazione e successive diventa una “conditio sine qua non” per il mantenimento della cittadinanza fintanto che resta all’estero. Ovviamente la procedura decade rientrando in Italia ma non gli effetti nei termini previsti dalla norma. 

In dettaglio va tenuto presente che in Italia, alle elezioni dell’Assemblea Costituente (2 giugno 1946), fu introdotto il principio della obbligatorietà del voto. Inoltre nell’art.48 della Costituzione, al secondo comma (ancora in vigore), viene stabilito che “Il suo esercizio è dovere civico”. L’obbligo del voto viene introdotto nella legge ordinaria, limitatamente alle elezioni politiche, dal D.P.R. n.361/1957, che nell’art.4 disponeva: «L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino puo’ sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese.»

@PrimaDiTuttoIta

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