L’immagine che ritrae Donald Trump confabulare con Emmanuel Macron, poco prima di sedersi vis à vis nella Basilica di San Pietro dinanzi a Volodymyr Zelensky, dice essenzialmente due cose: che il presidente americano non ama essere tirato per la giacchetta, come il numero uno dell’Eliseo avrebbe voluto fare con la terza sedia, e che non servono foto opportunity per far emergere le leadership vere.
Il riferimento è alla postura di Giorgia Meloni in occasione delle esequie del Santo Padre, che sono coincise con una serie di contatti, incontri e sguardi delicati e complessi da gestire.
La discrezione e la personalità con cui il premier ha attraversato strette di mano, telefonate pre funerali e tentativi di fughe in avanti la dice lunga sul modus che va applicato a dossier come Ucraina, dazi, Usa e Ue.
Rappresentano inoltre il filo che ha caratterizzato questa prima metà di legislatura, con il vertice del governo che nelle relazioni internazionali si è sempre mostrato pragmatico e mai fuori traccia.
Altri leaders, invece, forse zavorrati da ansie interne si sono lasciati prendere la mano da altre dinamiche che non contribuiscono ad una soluzione credibile per contingenze non più rinviabili. Anzi, sono la spia di un malessere che coincide con l’incapacità di fare massa per individuare un percorso virtuoso. In altre parole, per trovare una sintesi e non per aumentare le distanze.
Ecco, dal sabato romano di Piazza San Pietro, e in attesa dei prossimi appuntamenti al G7 di Calgary o al vertice Nato dell’Aia, emerge l’icona di un’Italia mai sopra le righe, capace di recitare il proprio ruolo semplicemente stando al suo posto e facendolo con dignità e responsabilità, immaginando nuove iniziative costruttive e dettate dalla volontà di offrire una risposta e non una critica.
Non azioni casuali e slegate, ma frutto della politica estera di Giorgia Meloni.
(Foto: Governo.it)


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