Kierkegaard e il Muro: come vivere il futuro con la storia che insegna

A man walks past a portion of the Berlindi Enzo Terzi

Il recente venticinquennale della caduta del Muro di Berlino, dopo averne liberata la celebrazione dai consueti proclami di chi, senza merito alcuno, continua a voler salire sul carro dei vincitori, è e resta spunto per riflessioni di più ampio respiro. Qualche traccia di cronistoria tuttavia può tornarci utile. Come e perché fosse nato il Muro è universalmente palese. Non altrettanto il fatto che tale vicenda fu l’estrema conseguenza di una spartizione del continente europeo che venne pianificata nelle conferenze di Teheran (1943) e di Yalta (1945) da parte di tre personaggi: Stalin, Roosevelt e Churchill. Nessuno dei tre apparteneva a paesi dell’odierna Europa dell’euro. Uno solo di essi, tra l’altro, era di un paese europeo che oggi fa parte della Comunità.
Era però la legge dei vincitori, che si manifestò non solo nella costituzione di “blocchi” territoriali sotto l’influenza di una delle due parti (l’alleanza temporanea contro il nemico comune era da considerarsi esaurita e riemergevano dunque le grandi differenze dei modelli sociali tra paesi comunisti e non) ma che, già nell’immediato, furono origine anche nel nostro bacino mediterraneo di non poche, ulteriori situazioni tragiche o quanto meno delicatissime: la guerra civile in Grecia (1946-1949), la lunga querelle sull’attribuzione dei territori dell’Istria e di Trieste e Gorizia (1945-1954), l’imposizione del nascituro Stato di Israele (1948). Senza parlare di situazioni ibride quali la ricostruzione dei confini polacchi, il mantenimento del regime coloniale inglese su Malta, Cipro ed altri seppur più limitati, ma strategici territori.

Se da parte occidentale con il passare degli anni iniziò a diluirsi la funzione di “supervisore”, almeno in queste forme molto appariscenti (abbandono dei territori medio-orientali, indipendenza a Malta e Cipro, …), per contro, il blocco sovietico provvedeva ad un irrigidimento delle proprie posizioni e ad un rafforzamento del proprio isolamento. Il culmine di questo processo (definito guerra fredda, dichiarata poi conclusa alla conferenza di Malta il 3 dicembre 1989) fu appunto la costruzione del muro di Berlino.
Ma la costruzione di un muro non era certo da considerarsi un espediente nuovo per la storia.  Già nella preistoria si erigevano barriere a protezione di villaggi che poi furono città ed infine imperi (vallo di Adriano, Muraglia cinese). Ma se il chiaro intendimento di tali artefatti era la difesa da attacchi ed invasioni, il muro di Berlino era invece nato per isolare una forma sociale e di ideologia da contaminazioni esterne. Si trattava con esso di difendersi da un tipo unico di invasione: quella del pensiero. Come storia ha voluto, alla fine cadde e, almeno agli occhi occidentali, con esso caddero i presupposti dell’esistenza stessa dell’ideologia sovietica (e non già comunista, termine invero più complesso). Come le tessere di un domino, in virtù di una glasnost e di una perestroika che se non altro servirono a far sì che la disgregazione del blocco potesse arrivare ai posteri quasi come un atto ineluttabile ma volontario e non già come una imposizione occidentale, anche i paesi ancora aderenti al Patto di Varsavia seguirono a ruota questo esempio o anzi, lo precedettero, come nel caso dell’Ungheria che demolì la cortina di ferro sin dall’agosto precedente o della Polonia ove vennero indette elezioni “quasi libere” nel settembre 1989. Sarà poi il turno della Cecoslovacchia (17 novembre 1989), della Romania (16 dicembre 1989), della Bulgaria (luglio 1990).

“La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti” diceva Kierkegaard e mai enunciato filosofico è, da sempre, tanto più vero quanto più disatteso, almeno nella sua estensione storica. Ordunque, anche partendo dall’assunto che la comunicazione globale ha ormai reso vano se non ridicolo il “muro” se si escludono gli ovvi e pesanti disagi che lo stesso possa comportare a coloro che abitino all’interno di uno dei suoi confini, la presenza ancora oggi di un numero intollerabile di tali artefatti dichiara apertamente che dalla grande lezione che un Muro come quello di Berlino ci ha dato, nulla abbiamo appreso. O che forse non ci interessa farlo.
Altrimenti non riusciremmo a spiegare certe presenze; lo sbarramento tra le due Coree, il muro in Cisgiordania, il Muro di Tijuana, le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla, gli sbarramenti sul fiume Evros al confine tra Grecia e Turchia, le Peace Lines (i muri della pace) in Irlanda del Nord, fino al simbolo dell’ultima invasione, la “green line” di Cipro, sembrano rappresentare una qualche sorta di continuità. (solo per citare le più conosciute)
Cosa rispondere a Kierkegaard? Dovremmo rispondere che forse guardiamo alla storia, anche a quella a noi vicina, cercando sempre l’attore principale e la sua “scena madre”, dimenticando – più o meno volontariamente – chi e cosa ha permesso a quell’attore di effettuare quella performance. La necessità non sempre cosciente di avere simboli a modello e riferimento ci impedisce spesso non solo di indagare, ma anche di agire, delegando all’attore di turno tali incombenze (eroi e capri espiatori hanno spesso molto in comune).

Poche settimane prima della caduta del muro il governo della DDR già non era più in grado di arginare le manifestazioni spontanee non riuscendo (come aveva sempre fatto) ad ottenere il “via libera” alla repressione su vasta scala da parte di Mosca. A Praga, in Romania, in Polonia, le piccole assemblee di cittadini divennero pacificamente delle moltitudini di biblica memoria di fronte alle quali i regimi dovettero fare marcia indietro. Avevano perso il controllo. Il muro cadde per l’implosione di un sistema che non poteva più esercitare il controllo sulla propria popolazione.
La Germania si avviava dunque a tornare una e indivisa. Libertà dunque, per gli uni. Tasse per gli altri che, già liberi, si trovarono a dover pagare il prezzo per i ritrovati ma “poveri fratelli”. In questo si risolve la riunificazione in termini storici, almeno per i suoi aspetti interni.
In teoria la riunificazione tedesca avrebbe dovuto portare agli uni un allargamento del mercato ed agli altri il raggiungimento di una libertà e di un tenore di vita che avevano quanto meno dimenticati. La realtà è invero molto controversa. Seppur l’enorme difficoltà finanziaria dovuta al fallimento dei programmi economici avesse fatalmente portato alla caduta del regime filo-sovietico, è altresì vero che oggi, a soli 25 anni dalla riunificazione, sta crescendo in Germania un atteggiamento definito: “Ostalgia”, termine nato dalla fusione di “Osten” (Est) e “Nostalgie” (nostalgia). Secondo una indagine effettuata dal Berliner Zeitung e pubblicata il 26 giugno 2009, circa il 50% dei cittadini ex-DDR intervistati, in qualche modo rimpiange l’epoca precedente, nonostante ne riconosca la limitazione in tema di diritti umani.

Ed eccoci dunque al nodo della questione: la drammatica e fallimentare situazione economica della DDR (e prima di lei della “casa madre” sovietica) aveva fatto perdere all’apparatik il controllo della popolazione e, dopo la caduta del muro, anche la sovranità nazionale, in quanto divenne interamente dipendente dal credito occidentale. In breve altro non fece se non cambiare il proprio controllore. E’ stata dunque una resa senza condizioni che solo il fatto di essere erede con la consorella Repubblica Federale dell’antica e blasonata Germania (nonostante il pesante fardello del periodo nazista), ha potuto diluirsi nella messa in scena della riunificazione che, seppur onestamente ambita e voluta da molti, avrebbe potuto compiersi non con quella immediatezza che invece la contraddistinse. Una fretta sospetta in fondo, senza che si indagasse adeguatamente su quanto due rinascite così diverse dal buio del nazismo e della distruzione avesse potuto incidere sulle due popolazioni. Merito forse del fatto che con il trattato “Zwei-plus-Vier-Vertrag” (Trattato dei due più Quattro) siglato il 12 settembre 1990 (a Mosca) tra le due Germanie e le Quattro potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, non solo la riunificazione non aveva più nessun ostacolo tanto che avvenne il successivo 3 ottobre, ma in più, la nuova Germania, diventava finalmente uno stato totalmente sovrano venendo a decadere le clausole di Postdam (1945).
La questione economica è dunque stato l’elemento scatenante.

La mancanza di denaro ha impedito la repressione, provocando la caduta del muro e la successiva riunificazione che ha potuto concedere ai cittadini della DDR quello che allora mancava loro: maggiore libertà individuale e di mercato (ed in parte il cambio alla pari tra le due monete voluto da Helmuth Kolh riuscì in questo intento). La DDR in fondo è stata fortunata perché aveva una sorella che, più o meno interessata, più o meno spinta dagli eventi, più o meno ispirata da storici sentimenti nazionali, più o meno supportata dal clamore internazionale (anche se in particolare Francia ed Inghilterra videro con molto scetticismo il ricostituirsi del nemico di sempre), ha supportato il dissesto finanziario. Lei e, in subordine, tutti i paesi co-finanziatori (compresi coloro che avendo all’epoca una moneta più debole con l’integrazione monetaria hanno perso molto in termini di esportazioni).
Ma altre situazioni di dissesto finanziario e di mancanza conseguente di sovranità nazionale si sono affacciate di recente alla ribalta europea (i conosciutissimi paesi PIGS). Ed altri ancora sembra che siano in procinto di potersi aggiungere alla lista.
Sono paesi due volte disgraziati: non hanno sorelle né fratelli, né tantomeno provengono dal blocco sovietico. In più si trovano in una Comunità Europea costituita da paesi che in taluni casi non solo sono indipendenti da un tempo relativamente breve (Grecia ed Italia, oltre ai Paesi Balcanici) e quindi ben difficilmente possono vantare radici consolidate di compattezza interna ma, oltre tutto, è una Comunità di paesi che si sono combattuti gli uni contro gli altri fino a pochi decenni orsono.

In altri termini, non solo nessuno interverrà in loro aiuto così come la Repubblica Federale fece per la DDR ma anzi, proprio questi paesi – e qui l’Italia potrebbe realmente giocare un ruolo determinante – devono impegnarsi (e in fretta) nella ricerca di un nuovo modello di convivenza europea, stabilendo patti che siano propedeutici al raggiungimento di vantaggi collettivi e non solo alchimie monetarie che possono solo camuffare bilanci che oramai sono semplicemente grotteschi.
Si tratta alfine di costituire una Europa (se tale vuole imporsi come entità politica) che sia capace di affrontare sia le disparità interne portando indistintamente i propri paesi membri ad una consolidata qualità di vita, sia le difficoltà provenienti dall’esterno, affrontando congiuntamente e consapevolmente la grande sfida dell’immigrazione, senza dimenticare come, non più tardi di un secolo fa, erano le nostre terre quelle che si spopolavano. E che oggi l’immigrazione sia una questione Europea e non Mediterranea lo dimostrano ad esempio le recenti disposizioni attuate dalla Svezia (e pare anche dalla Germania), paesi che certo non vivono l’impatto delle infiltrazioni e degli sbarchi continui (che forse, neanche permetterebbero).
Altrimenti ha vinto il muro inteso come simbolo della mancanza di soluzioni e con esso le nefaste parole di Erich Honecker, storico Coordinatore del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca della defunta DDR: “Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”.
Altrimenti dovremo rispondere a Kierkegaard che siamo incapaci di vivere in avanti perché del nostro passato celebriamo solo simboli senza ricercare una storia che insegni.
Altrimenti ci troveremo a mendicare una libertà che avremo venduto in cambio di un benessere che qualcuno potrà sempre portarci via. Senza preavviso.

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