La mappa di Expo: chi vince e chi perde da promesse e annunci

expodi Enzo Terzi

“Signori – ritengo sia il dovere di ogni persona istruita osservare e studiare da vicino l’epoca in cui vive e, per quanto possibile, aggiungere un briciolo di sforzo personale per favorire la realizzazione di ciò che credo la Provvidenza abbia imposto […]; stiamo vivendo in un periodo di transizione meravigliosa, che propende rapidamente verso questo grande scopo, al quale, in effetti, tutta la storia punta – la realizzazione dell’unità dell’umanità. Non un’unità che rompe i confini e annienta le caratteristiche atipiche delle diverse nazioni della terra, ma piuttosto un’unità che sia il risultato ed il prodotto di quelle stesse varietà nazionali e di qualità antagoniste. Le distanze che separavano le diverse nazioni e le regioni del globo stanno rapidamente scomparendo grazie alle invenzioni moderne, […] le lingue di tutte le nazioni sono conosciute, ed il loro apprendimento messo alla portata di tutti; il pensiero è trasmesso con la rapidità di un fulmine …”

Con queste parole, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, consorte della Regina Vittoria, inaugurò, il 1° maggio 1851, la prima Esposizione Universale, a Londra. Un discorso lungimirante, che già lasciava trasparire l’avvento possibile di quella globalizzazione alla quale, più di un secolo e mezzo fa, non si poteva che aspirarvi con l’entusiasmo di chi vede nel progresso scientifico e tecnologico, un imponente miglioramento della qualità della vita. Uno slancio, tuttavia, misurato da un occhio attento, che già allora stigmatizzava la diversità come ricchezza fondamentale alla crescita.
L’Italia, o meglio, gli Stati in cui era ancora divisa, vi parteciparono con successo, tanto che l’elevato livello delle “manifatture industriali” del Lombardo-Veneto, dello Stato Pontificio, del Granducato di Toscana e degli Stati Sardi, fu lodato dalla stessa regina Vittoria: “Quale artista europeo consentirebbe rimanersi ignoto creando così meravigliose cose?”.

Oggi l’Italia è unita; la globalizzazione, almeno per gli obiettivi che più ci fanno comodo, è fatto compiuto. Due cambiamenti, l’uno più epocale dell’altro. Tutto si muove – sempre quando fa comodo – ad una velocità inferiore solo a quella della luce ed a molti pare di respirare, seppur attraverso le uniche indicazioni superficiali di una informazione che brilla per quantità e molto più raramente per qualità, in un’atmosfera di presunta consapevolezza di quanto accade nel mondo.

Ciò nonostante, la necessità di confrontarsi nella realtà, facendo leva su un approccio sensoriale che nessun collegamento virtuale è ancora oggi riuscito a sostituire, ha fatto sì che quest’anno stia per prodursi ancora, miracolisticamente per taluni aspetti, la grande kermesse di una Esposizione Universale, che per comodità (non abbiamo tempo da perdere noi, imparando dai francesi che hanno trasformato la loro lingua in un susseguirsi di “prime sillabe”), è da tutti conosciuta come Expo (senza accento finale, of course). Miracolo tra i miracoli pare che la stessa si debba tenere in quella italiana Milano (già sede di una Expo Internazionale nel 1906), un tempo fiore all’occhiello di efficienza e puntualità che a tutti coloro che risiedevano al di sotto della linea Gotica sembravano peculiarità uro-finniche e che oggi invece si sono addomesticate in un più conforme spirito italico che ha saputo mostrare, nella lunghissima fase di gestazione (nata, ricordo, con la candidatura del 2006) e di allestimento, la fantasia sconfinata del nostro operare, ovvero dimostrando come un progetto culturale e commerciale si possa trasformare in una epopea dalla quale Roberto Saviano potrebbe ad abundantiam attingere per un nuovo best-seller.

Tra le molteplici questioni legate ad un evento di simile portata che si potrebbero approfondire, alcune mi stimolano in modo particolare. Questioni che, al solito, perseguono l’unico intento di innescare curiosità e riflessione.
Il punto di partenza ed il clima in cui tali congetture si alimentano sia comunque chiaro: vorrei ritrovarmi, verso la fine di ottobre di questo 2015, con un vago senso di simpatia se non proprio di orgoglio per il mio paese. So che non sarà facile ma oggi, nei giorni dell’inizio dell’Esposizione, credo sia non tanto doveroso, quanto umano e naturale prendere le distanze dal perpetuo ed a tratti stucchevole mantra di chi critica, disprezza e affonda senza possibilità di redenzione.
Non mi sento, per contro, di condividere spontaneamente i toni necessariamente ottimistici di chi deve ottemperare all’ufficialità, tuttavia, nonostante il cammino di questi anni e di questi ultimi mesi, infarcito delle bestialità che solo un popolo di geni, di artisti e di personaggi immuni (dalla galera) potrebbe produrre, tifo appassionatamente per la buona (se non ottima riuscita) della manifestazione.

Restano dubbi più generali circa lo scopo se non addirittura l’utilità di manifestazioni di questo tipo, dubbi che già nel lontano 2006 (quando ancora lo tsunami della risi globale era lontano) si erano in qualche modo già manifestati.
Il 3 novembre 2006 fu il termine ultimo per presentare le candidature al BIE, l’Ufficio Internazionale delle Esposizioni e, così come per manifestazione di respiro mondiale simili, quali ad esempio i Campionati mondiali sportivi e le Olimpiadi, ci si sarebbe attesa una nutrita lista di pretendenti. In realtà, dopo le prime ufficiose candidature presentate da: Milano (Italia), Izmir (Turchia), Mosca (Russia) e Atlanta, Las Vegas e New York (USA), solo due di esse, Milano e Izmir, presentarono dossier completi che poterono, in sede di assegnazione, essere vagliati. Milano risultò vincitrice. Quanto su tale scarsa affluenza di pretendenti gravi il globale stato di crisi, quanto invece l’affievolirsi dell’interesse e dell’utilità di simili eventi in un mondo che oramai ha la capacità di condividere con comodi ed efficaci strumenti tutto quanto pensa, crea e produce, non è dato saperlo, certo è che ben lontano è lo spirito delle precedenti edizioni per lo meno sino a quella che voglio considerare simbolicamente lo spartiacque, almeno per la moderna Europa, di Bruxelles, del 1958.

Da allora in poi l’attributo di Universale è da riferirsi solo alla partecipazione possibile di tutte le nazioni del globo e non più, come era stato fino ad allora, alla presentazione di tutte le novità in ogni e qualsiasi campo della produzione umana. Sono così nati i temi specifici che ogni edizione successiva ha portato con sé, stabilendo quindi dei confini ed impegnando i partecipanti a presentare il proprio modo di approcciarsi ad uno specifico tema (in apparenza, maggiori sono i paesi espositori, maggiore l’interesse per il tema). Nel 1962 a Seattle (USA) il tema fu “L’uomo nell’era dello spazio” (all’occidente bruciava la prima galoppata spaziale del russo Gagarin); nel 2010 a Shangai (Cina) con “Una città migliore, una vita migliore” (le megalopoli che stavano crescendo senza regole in Cina iniziavano a preoccupare), fino alla nostrana che si presenta in questi giorni con “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Sorbole!

In tempi durante i quali secondo il WPF (Programma Alimentare Mondiale), gli affamati sono oltre 800 milioni, l’argomento scelto oltre che imponente risulta, ahimè, anche imbarazzante. E se sull’imponenza del tema non vi è dubbio rilevante, sull’imbarazzo che deriva dal vedersi riproposto un tema per il quale, a mia memoria almeno, si dibatte tra i satolli di tutto il mondo da almeno cinquanta anni, mi trovo assolutamente certo. La permanenza del problema, purtroppo, la dice lunga sulle volontà di risolverlo.
Siamo improvvisamente diventati tutti più buoni e solidali? Stiamo vivendo una crisi di coscienza planetaria? Ho capito forse male equivocando su quanto si intende affrontare? Vado a rileggermi dunque dal sito ufficiale di Expo 2015: “… Per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale in cui i Paesi mostreranno il meglio delle proprie tecnologie per dare una risposta concreta a un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri …”.

Affermazione che conferma quanto, già nel 2009, venne dichiarato al Sole 24ore dall’allora Sindaco (anzi Sindaca, c’è chi apprezza più l’etichetta che non il contenuto della bottiglia) milanese Letizia Moratti: “..[L’Expo] è un progetto che si propone non solo obiettivi di crescita economica, ma anche di rafforzamento del dialogo interculturale e di responsabilità sociale nei confronti di paesi colpiti dal dramma della fame e della povertà. … Milano deve essere uno snodo cruciale … un punto di riferimento per il sistema Italia e il mondo intero . … [L’Expo dovrà essere] la proposta corale e condivisa di nuovi paradigmi per l’ esistenza del mondo … ”.
In altre parole è come affermare che la FAO, l’IFAD, il WARDA, il NERICA, il CGIAR, la AARINENA, l’APAARI, il CACAARI, l’EFARD, il FARA, il FORAGRO, l’IIRR (se avete voglia vi andate a trovare i siti e scoprirete così il significato degli acronimi) e tutte le altre centinaia di organizzazioni governative e non delle quali, comprese quelle elencate che mediamente dal secondo dopoguerra si stanno occupando del problema di nutrire chi non ce la fa, non ci hanno capito nulla o, nel peggiore dei casi, si sono dilapidate per decenni le risorse a loro destinate giusto per mantenere in vita apparati burocratici e benefits dirigenziali da capogiro. Senza contare la mastodontica produzione letterario/scientifica oramai presente ed i continui incontri, conferenze, forum e simposi che vengono consumati con cadenza quasi mensile in tutti gli angoli del globo.

In aggiunta a specifici dipartimenti universitari pieni come allevamenti intensivi. Come se non bastassero vi sono poi le decine e decine di centri di ricerca internazionali (Bioversity International, ad esempio, sede a Roma, bilancio annuale da 200 milioni di dollari), specificatamente destinati alle tecnologie della nutrizione, dell’agricoltura, del mantenimento di quell’universo che si chiama oggi “biodiversità” e che riporta alla memoria le parole del 1851del Principe Alberto allorché, se pur con senso molto più ampio, invocava la diversità come ricchezza insostituibile per la crescita.
Bene. Chiudiamo tutte queste organizzazioni che evidentemente se il problema è ancora sul tavolo non servono a nulla, tanto adesso arriva Milano Expo 2015 e con una bella “sagra dei prodotti tipici” mondiali e non più regionali, una manciata di convegni, qualche accrocchio tecnologico innovativo e tanta, tanta “immagine” da offrire ai visitatori, nell’arco di 6 mesi ci troviamo con la consapevolezza (come se non l’avessimo già almeno tre decenni fa) che saremmo certo in grado di estirpare la fame dal mondo, solo che non lo vogliamo fare perché anch’essa, come tutte le altre avversità tipo guerra, povertà di vario genere e malattie, sono un graditissimo business. Ed Expo 2015 rischia di passare alla storia come un piccolo anello compiacente di questo ingranaggio.

Questo è il pericolo reale che corre Expo 2015 e non già una passeggera figuraccia per qualche camion di cemento non ancora gettato. A questa nube che vedo pesantemente offuscare l’orizzonte già si possono affiancare alcuni dettagli che inesorabilmente interverranno sui risultati dei lavori e della vetrina promozionale facendo catalogare tutti i proclami già pronunciati e quelli che lo saranno, come meri esercizi di retorica su decisioni evidentemente già scritte sia dalla storia recente che in altre sedi.
Se cerco poi di trovare un legame tra alcuni avvenimenti di oggi, ovvero tra l’avanzamento del trattato Ttip tra Europa ed Usa, trattato vissuto in Italia con un forte carattere di inutile e ridicola segretezza nonostante sia sulla bocca di tutti la diatriba relativa ai prodotti Ogm ed altri aspetti del commercio alimentare; tra la presenza nella attuale Commissione Europea di Junker di un Commissario ai settori del clima e dell’energia (e si sa quanto l’ambiente sia legato all’alimentazione) come Miguel Arias Cañete il cui profondo legame ed interesse familiare in due aziende petrolifere ha creato un imbarazzante se non scandaloso conflitto di interessi (al confronto, quello berlusconiano può annoverarsi tra gli spettacolini per ragazzi), e la presenza più o meno celata di sponsor di Expo 2015 di vario livello appartenenti all’universo di coloro che operano nel campo degli Ogm e dei pesticidi (si verifichi pure, ad esempio, la presenza del colosso Du Pont che sponsorizza l’allestimento del padiglione statunitense), o di aziende che certo più propendono per una visione industriale e globale del sistema “nutrire il pianeta”, non credo si tratti di fare un volo interstellare per ipotizzare i possibili burattinai.

Non è difficile annoverare tra le ipotesi futuribili delle belle distese di granturco (o altro …) geneticamente modificato appositamente per sopravvivere nei climi aridi, cosa che sarebbe certo auspicabile per centinaia di migliaia di poveri affamati se non fosse che la proprietà dei semi, ovvero dell’alimentazione, passerebbe in mano all’azienda privata che li ha selezionati e ciò mi induce a diffidare (vedi situazioni analoghe in Messico ed altri paesi coperti da coltivazioni con sementi “di proprietà privata”). Con buona pace della diversità. E se queste dovessero confermarsi le basi di quel “nuovo paradigma per l’esistenza del mondo”, cui accennava nell’entusiasmo del 2009 la Sindaca Moratti, siamo a posto. Per fortuna a Milano (innovatrici tra gli innovatori), avremo anche una parallela Esposizione, il settore (se così è permesso chiamarlo) Women for Expo, che anziché offrire maggiore possibilità al femminile credo produca una sorta di auto-isolamento, una involontaria separazione (ghettizzazione si dovrebbe dire in politichese) a meno che non sia possibile assistere ad una massiccia presenza di donne provenienti da quei paesi dove per primitivismo, non possono esprimersi in libertà, nel qual caso sarebbe una encomiabile iniziativa. Donne tuttavia alle quali è affidato il compito (che mi lascia perplesso) – così si recita nel sito – di essere “… portatrici di un messaggio univoco: la necessità di porre l’attenzione del mondo sul tema dello spreco di cibo e di risorse in generale”.

Bella novità! I miei complimenti. Forse ci si dimentica che tale problema è dibattuto ben dal 1940 e probabilmente sarebbe opportuno “porre l’attenzione” sul fatto che di “porre l’attenzione” ne abbiamo piene le scatole se poi, una volta postala (l’attenzione s’intende), si torna a sprecare come prima. Ma ci sono intere economie che vivono sullo spreco e quindi sarà anche opportuno “porre l’attenzione” sul fatto che va interamente trasformato un sistema economico ed una cultura profondamente radicata in tutti noi.
I politici di ogni sesso (Presidentessa di Women for Expo è Federica Mogherini, Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri) dovrebbero almeno avere il buon gusto di capire che prima di loro non c’era un astronomico kaos, ma storia, anche recente, che dovrebbero rileggere prima di proporre modi di approccio ai problemi che non siano stati già ampiamente masticati.

Avverto il pericolo dunque che questa Expo (o forse si dovrebbe dire “anche questa”) finisca per trasformarsi nella fiera dell’ipocrisia, in una sorta di parco dei divertimenti che con le sue luminarie e la sua quasi ossessiva smania di condividere tutto e ovunque, soprattutto elettronicamente (guai se anche per un secondo mancasse il wi-fi, l’inebriante orgia selfica sarebbe irrimediabilmente compromessa!), finisca per offuscare la gravità degli argomenti che intende trattare, argomenti che presupporrebbero un iniziale e severo atto di accusa contro un sistema civile che da decenni sta facendo finta di prendersi cura di un problema che in realtà non registra passi in avanti.

E il problema non è unicamente lo spettro, spesso esagerato, della volontà (spesso presunta, spesso palese) del monopolio delle multinazionali dell’alimentazione ma è anche culturale, nascosto dentro un sistema che anche a livello nazionale oramai manifesta deprecabili quanto consolidate abitudini. Anche perché poi qualcuno – e spero che nei prossimi sei mesi succeda – vorrei “ponesse l’attenzione” e mi spiegasse perché il mio eventuale pane avanzato e gettato il giorno dopo è uno spreco (e lo è), mentre buttare centinaia di tonnellate di arance e pomodori sotto le ruspe o buttare via ettolitri di latte è corretta regola comunitaria.

Non entro in questa sede nel merito di questioni squisitamente finanziarie che legano costi e ricavi di manifestazioni di questo tipo ben sapendo come gli eventuali pareggi di bilancio o, ancor più, gli eventuali guadagni, sono da misurarsi non tanto in termini di denari che possono realizzare, quanto dal lascito di idee, conoscenza e consapevolezza che si possono acquisire, unitamente alle opere architettoniche di vario tipo (bretelle autostradali, padiglioni, metropolitane, ecc. ecc.) che potranno rappresentare un patrimonio per le cittadinanze che ospitano e per chiunque passi di là.
Sperando, col cuore, che Josephine non sia – “lapsus imaginis” – la mascotte della Expo della Repubblica delle Banane.

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